Perso in traduzione

Nel numero 71 di “Nuovi Argomenti”, dal 15 settembre in libreria, una scelta di traduzioni inedite dall’opera di James Merrill, a cura di Damiano Abeni e Moira Egan. Pubblichiamo di seguito la poesia Perso in traduzione. Si ringraziano “The Literary Estate” of James Merrill presso la Washington University di St. Louis, Missouri; J.D. McClatchy e Stephen Yenser; e la James Merrill House di Stonington, Connecticut, per il supporto fornito e per la gentile concessione.

***

Perso in traduzione
(da Divine Comedies, 1976)

per Richard Howard

Diese Tage, die leer dir scheinen
und wertlos für das All,
haben Wurzeln zwischen den Steinen
und trinken dort überall.

Un tavolo da gioco in biblioteca è pronto
a ricevere il puzzle che non arriva mai.
Il giorno risplende o una lampada si china
sull’oasi tesa di feltro verde.
Fitta di fallimenti, la vita va avanti,
miraggio sorto dal flusso sottile delle sabbie del tempo
o caduto pezzo dopo pezzo al posto giusto:
lezione di tedesco, pic-nic, altalena, capriola
con il collie che “gli manca solo la parola”—
aspri frutti caduti col vento nel frutteto alle nostre spalle.
Un’estate senza i genitori è il puzzle,
o dovrebbe. Ma il bambino, giorno dopo giorno,
scrive sulle righe del diario Niente puzzle.
È innamorato, almeno. La Mademoiselle francese,
in realtà una vedova dai tempi di Verdun,
è solida, semplice, pel di carota, devota.
Prega per lui, come pure un curato in Alsazia,
cuce costumi per le sue marionette,
lo aiuta a tenersi dietro la scena dove con la sua voce
la piccola guardiana delle oche illuminata da una quinta
interpreta sia Ginevra che Gunmoll Jean.
Oppure all’ora di andare a letto mentre lui l’abbraccia [stretta
gli racconta le sue speranze francesi, le sue paure tedesche,
le sue— ma che altro ha da raccontare?
Avendo conosciuto dolore e stenti, Mademoiselle
non conosce molto altro. Le sue lingue. Il suo posto.
Il caffè a mezzogiorno. La posta. L’orologio che con lei [aspettava
spillato sul cuore, povero oro, alza le lancette esasperato.
Niente puzzle! Emanando amaro, le zollette
che gli dà scoppiettano in fondo alla bocca, tradotte:
“Patience chéri. Geduld, mein Schatz”.
(Così, leggendo l’altra sera Valery e credendo
di rammentare una versione rilkiana di “Palme”,
quel paradigma assolato da cui la pianta
attinge a una dolce fonte d’autorità,
quell’ora è ritornata. Patience dans l’azur.
Geduld im … Himmelblau? Mademoiselle).

Fulmine nell’azzurro, come promesso, da un negozio
di New York che li affitta, arriva il puzzle—
di lusso, mille pezzi di legno fatti a mano,
che profumano di sandalo. Molti hanno forme
già note—il repertorio dell’artigiano
decoroso nei suoi limiti—da altri puzzle:
strega su manico di scopa, struzzo, clessidra,
perfino (certo non solo nel ricordo)
una minuscola palma che si ramifica innocente.
Questi li si può accantonare, costruendoci su delle storie,
mentre Mademoiselle sistema gli altri a faccia in su,
anche lei entusiasta come una bimba; o interrogandoli
come facce incongrue tra la folla,
ciascuna col suo lembo di indizio in colori
intensi che la Legge deve ricucire insieme.
Uno struzzo azzurro-cielo? Pare vero!
Malva del mantello della strega che bianche dita monche
piluccano? Fermala. La trama si complica
quando all’improvviso due pezzi si incastrano.

Mademoiselle fa i bordi—(Ma non precipitiamo.
Un crepuscolo a Londra, dicembre dell’altr’anno.
Cicaleccio ammutolito in biblioteca
dove rientra un uomo adulto, grigio-vestito,
un medium. Tutti tranne lui hanno visto,
coperchio ritratto, recesso esplorato,
un oggetto insieme unico e comune
esposto, disposto in una semplice scatola
di latta laccata che il soggetto ora soppesa
attraverso occhi chiusi, dicendo pressapoco:
“Già mentre le voci mi giungono vaghe
un secco stridore di sega le sommerge,
macchinario rumoroso—segheria?
Lontano, in alto nel bosco d’abeti
torreggiano piante, tese e sconvolte,
gemono e schioccano nello schiantarsi.
Ma lì celato c’è un anomalo frammento
di forma complessa solo in apparenza.
Ciò che sembra mostrare è superficiale
rispetto alla stratificazione epocale
di caso e mestiere, il karma che l’ha
portato a essere in effetti rilevante.
Compensato. Il pezzo di un puzzle”. Applauso
che si capisce percepito dallo schiudersi di palpebre
proprio su quell’oggetto. Un improvviso timore…
Ma torniamo a noi. Tutto ciò stava nel futuro).

Mademoiselle fa i bordi. I pezzi con un lato dritto
si allineano tra loro con terra o cielo
in coppie e terzetti, ingenui cosmogoni
di opposte vedute. I nomadi dell’interno intanto
cominciano a legarsi dove il totem
d’un certo giallo tuorlo d’uovo palpitante
o la pelliccia di un animale emergente
agisce sul ritardatario come uno squillo di tromba
a formare un insieme più sofisticato.
Prima di cena due irregolari nuvole di legno
si sono formate. In una uno Sceicco barbuto
con l’elsa splendente di una spada (lui tutt’altro che finito)
si fa avanti su una pelle di tigre. Un pezzo
si incastra con uno schiocco e fauci ci digrignano contro!
Nella seconda nuvola—il loro sguardo passa da nuvola a [nuvola
con sentimento profondo ma indecifrabile—
la maggior parte di una donna, occhi scuri e velata di [malva,
viene aiutata a smontare da un cammello (inginocchiato)
da un piccolo schiavo o scudiero che guarda all’indietro
(suo figlio, pensa Mademoiselle, sbagliandosi)
e i cui piedi non abbiamo trovato. Ma colpi di fortuna
all’ultimo minuto prima di andare a letto
ancorano le due fazioni ai limiti della scena
e, così facendo, le orienta
faccia a faccia sui due lati del verde burrone.
Il giallo promette, celestiale sensazione,
di diventare col tempo una sontuosa tenda.

Puzzle cominciato annoto nella casella di quel giorno,
poi, mentre si lava, spio la pagina scritta
da Mademoiselle al suo curé: “… cette innocente mère,
ce pauvre enfant, que deviendront-ils?”
La sua calligrafia azzurrina è un ghirigoro come i pezzi
del puzzle di cui lei gli racconterà.
(Pavida incuriosità dell’infanzia!
“Tu as l’accent allemande”, aveva notato Dominique.
Davvero. Mademoiselle era francese solo per matrimonio.
Figlia di madre inglese, remota
discendente di Speke, il grande esploratore,
e padre prussiano. Nessuno lo sapeva. L’ho sentito
tanto tempo dopo dal nipote, interprete
dell’ONU. Il suo resoconto così distaccato
ha toccato corde antiche. La mia povera Mademoiselle,
con il 1939 sul punto di far tremare dalle fondamenta
questo mondo in cui “chiunque è nemico,
chiunque amico”, mantenne, pur se firmato col sangue,
il segreto ignominioso della sua pace fino alla fine).
“Schlaf wohl, chéri”. Il suo bacio. Il pollice che sulla fronte
mi fa il segno della croce a protezione dai sogni [incombenti.

Questo Mondo che muta come sabbia, il suo impensato
consolidamento e il tran-tran inebriato,
il cui Potentato mancava di un corteggio?
Guardate! Sul verde che scompare s’è adunato.

Di pelle chiara o bronzo, tutta cicatrici e piumaggio,
i più nobili avatar del Vassallaggio—
perfino chi porta il caffè con quel suo gilè
di vaio è un Sovrano scuro, rispetto al nostro paggio.

Kef che smorza la noia, sciroppi freddi, siccità,
in malinconie premonite le vecchie mogli consce che [arriverà
il peggio resistono alla virile narrativa del Nuovo:
“Vedrai che se ne stanca…” “o l’ammazza prima,
Insh’Allah!”

(Per la Casa, argomento davvero poco adatto,
opera di … lascerò sia tu a setacciare, Richard diletto,
archivi e riviste erudite in cerca del suo nome—
un leone minore che di Gérôme fu valletto).

Mentre, in fitta combutta, con i cancelli di Tebe ormai [completi
che gli si chiudono alle spalle, Houri e Ifrit
entrambi rivendicano il Paggio. Lui si chiede chi servire,
quali siano i suoi doveri, dove sono finiti i suoi piedi.

E se potessimo trovare quel frammento
di Lontananza, come qualcuno ha fatto, con dentro
nascosto il piccolo apice mielato di sole,
Triangolo Eterno, Piramide Imponente!
Poi manca solo il Cielo, e si va in caccia
di cento frammenti celesti orbitanti, senza una traccia
su dove si schiuderà una Nicchia. Che impresa
mettere insieme il Paradiso, eppure lo facciamo.

Fatto. Qui sotto al tavolo di soppiatto
erano finiti i piedi mancanti. Fatto.

Batte la coda il cane. Mademoiselle disegna
costumi per un dramma da harem che aprirà
con la piccola guardiana delle oche protagonista.
Troppo presto la rapida demolizione. Sollevato da due [angoli,
il puzzle restò sospeso intatto—poi non più.
Irresistibilmente una marmaglia
scucita dai legami, scrosciò giù.
Il Potere andò in frantumi mentre la strega
scivolava via agevolmente dalla veste della Virtù.
L’azzurro resistette per un po’, poi si sgretolò anch’esso.
La città era caduta già da tempo, e la tenda,
sauce mousseline impazzita,
spazzata via. Rimase il verde
su cui gli adulti giocavano d’azzardo. Crepuscolo verde.
Le prime lucciole. Ultimo bagliore di verde
occidentale negli occhi finti della (coincidenza)
nostra tigre spelacchiata al sicuro sul focolare spoglio.

Prima che il puzzle venisse inscatolato e rispedito
al negozio di puzzle intorno alla 65a Strada,
qualcosa mi dice che chissà come un pezzo trovò il modo
di restare in una tasca del bambino. Come lo so?
Lo so perché nel tempo poi ci sono stati così tanti puzzle
con pezzi mancanti—le note acute di Maggie Teyte
sparite alla fine della guerra, la fine della moda dei collie,
una casa demolita; e Mademoiselle perfino,
della sua verità non aveva occultato quel pezzo meschino?
Questi ultimi giorni, poi, li ho trascorsi
setacciando Atene in cerca di quella traduzione di [“Palme”.
Né la Goethehaus né la National Library
sembrano in grado di scovarla. Ma non è possibile
che me la sia sognata. L’ho vista. So
a quanto dell’originale gioia matura
di sole Rilke si sia costretto a rinunciare
(amava le parole francesi: verger, mûr, parfumer)
per poterne rendere il senso più profondo.
Già so in quella lingua sua
quali Dolori, quali Verità monolitiche
offuscano di strofa in strofa il loro simmetrico
selciato solcato dalle rime. Conosco la pianta del progetto
rimasto sublime e spoglio, dove la calda lingua Romanza
è sbiadita di pietra in pietra, s’è freddata; i sostantivi, [colonne
scanalate, fatti più alti, più solitari della vita
da maiuscole come capitelli corinzi nella [postluminescenza.
L’umlaut civetta spunta e stride
sopra la vocale aperta. E passata la pioggia
un riverbero profondo s’addensa di stelle.

Perso, eh, sepolto? Un altro pezzo mancante?

Ma niente va perduto. Ovvero: tutto è traduzione
e ogni briciolo di noi vi è perso dentro
(o trovato—di tanto in tanto vago tra
le rovine di S, sorpreso da tanta serenità)
e in quel lutto un albero senza alcuna vanagloria,
colore del contesto, che impercettibilmente nella storia
stormisce col suo angelo, trasforma il deserto
in ombra e fibra, latte e memoria.

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15/09/2015
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