Tre persone – Poeti statunitensi contemporanei /7

Traduzioni inedite di Carmen Gallo.

TRE PERSONE

Quel tipo lento che ti sei lasciato alle spalle quando, alla [fine,
padroneggiavi il mondo e scalavi le altezze che adesso [domini,
dove si trova, ora, mentre tu
passeggi sul prato rasato nei tuoi calzoni alla zuava
e organizzi con un bloc-notes elettrico
il gran colpo di domani?
Oh sì, io l’ho incrociato, eccome, più di una volta,
mentre spingeva il suo carrello sgangherato giù lungo lo [spartitraffico.
Gli altri vedono in te diverse figure mitiche, distinte
non in sé stesse ma per le storie
che ci mettiamo dentro, con inizio, fine, sorprese:
il piccolo Edipo sulla scarpata con il piede rotto
oppure il cane che abbaiando salva la nonna
che si sbraccia nel margone oltre la diga
Trascinata giù dalla gonna lanosa.
Lui non ti vede come una storia, però.
Ti sente come la sua atmosfera. Quando il tuo sole splende,
lui ridacchia. Quando la tua pressione barometrica cala
e si addensano le nubi,
lui si rannicchia sotto il cavalcavia e mi scrive lunghe [lettere con
piccole matite tozze rubate alla biblioteca pubblica.
Mi chiede di fare attenzione a te.

*

THREE PERSONS

That slow person you left behind when, finally,
you mastered the world, and scaled the heights you now [command,
where is he while you
walk around the shaved lawn in your plus fours,
organizing with an electric clipboard
your big push to tomorrow?
Oh, I’ve come across him, yes I have, more than once,
coaxing his battered grocery cart down the freeway [meridian.
Others see in you sundry mythic types distinguished
not just in themselves but by the stories
we put them in, with beginnings, ends, surprises:
the baby Oedipus on the hillside with his broken feet
or the dog whose barking saves the grandmother
flailing in the millpond beyond the weir,
dragged down by her woolen skirt.
He doesn’t see you as a story, though.
He feels you as his atmosphere. When your sun shines,
he chortles. When your barometric pressure drops
and the thunderheads gather,
he huddles under the overpass and writes me long letters [with
the stubby little pencils he steals from the public library.
He asks me to look out for you.

(il testo è apparso sulla rivista Poetry nel dicembre 2010 ed è ora disponibile sul sito http://www.poetryfoundation.org/poetrymagazine/poem/240834)

***

ELUCUBRAZIONE

Quanto sarebbe strano se incontrassi te stesso per strada?
Quanto sarebbe strano se ti piacessi,
ti stringessi fra le braccia, e sposassi te stesso,
ti riproducessi seguendo tecniche solo a te note
e così popolassi il mondo? Repliche di te sono ovunque.
Alcune sono arabe. Alcune ebree. Alcune vivono in iurte. È
un abominio, ma meglio il tuo
dolce te, scrupolosamente ordinato,
che spunta qui e là sulla terra per guardare la mezzaluna [che sorge,
di quegli idioti là fuori
che si trasformano in colonne di sale ovunque guardiamo.
Se dobbiamo avere persone, allora che siano te,
che annaffi i gerani, guidi fino alla merceria,
cacci la cena con una cerbottana.
Sì, solo nella foresta ti senti in pace,
su fra i rami e giù nelle gole immense,
ma tu hai visto oltre tutto il resto.
Sei fuggito terrorizzato attraverso il lago ghiacciato,
ti sei ritrovato nella sabbia, nel palazzo,
nella prigione, nei postriboli dei porti
e tempo fa, su questo stesso pianeta, sei tornato
in una casa vuota, ti sei versato uno scotch e soda
e ti sei messo in poltrona nel buio del seminterrato,
perplesso su cosa è stato di te.

*

THOUGHT PROBLEM

How strange would it be if you met yourself on the street?
How strange if you liked yourself,
took yourself in your arms, married your own self,
propagated by techniques known only to you,
and then populated the world? Replicas of you are [everywhere.
Some are Arabs. Some are Jews. Some live in yurts. It is
an abomination, but better that your
sweet and scrupulously neat self
emerges at many points on the earth to watch the horned [moon rise
than all those dolts out there,
turning into pillars of salt wherever we look.
If we have to have people, let them be you,
spritzing your geraniums, driving yourself to the [haberdashery,
killing your supper with a blowgun.
Yes, only in the forest do you feel at peace,
up in the branches and down in the terrific gorges,
but you’ve seen through everything else.
You’ve fled in terror across the frozen lake,
you’ve found yourself in the sand, the palace,
the prison, the dockside stews;
and long ago, on this same planet, you came home
to an empty house, poured a Scotch-and-soda,
and sat in a recliner in the unlit rumpus room,
puzzled at what became of you.

(il testo è apparso su The New Yorker il 12 ottobre 2009: http://www.newyorker.com/fiction/poetry/2009/10/12/091012po_poem_seshadri)

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Immagine: Tony Oursler, You/Me/Them, 1996

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

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