Quasi invisibile

[Mark Strand è tra i vertici riconosciuti della poesia mondiale. Pubblichiamo sette poemetti in prosa, nella traduzione di Damiano Abeni, dalla raccolta Quasi invisibile, appena uscita per Mondadori]

Nasconditi la faccia tra le mani

Poiché abbiamo attraversato il fiume e il vento offre soltanto un torpido sdipanarsi di freddo cui ci siamo adattati con mansuetudine, senza più aspettarci altro oltre a ciò che ci è stato dato, e senza più chiederci com’è che siamo arrivati in questo luogo, non ci dispiace affatto che niente sia andato come avevamo sperato. Non c’è modo di dissipare la foschia in cui viviamo, non c’è modo di sapere che ci è stato inflitto un altro giorno. La neve silenziosa del pensiero si scioglie senza una sola possibilità di attecchire. Nessuno ha la minima idea di dove siamo. Le porte sull’assenza di luogo si moltiplicano e il presente è così distante, così profondamente distante.

*

Bury Your Face in Your Hands

Because we have crossed the river and the wind offers only a numb uncoiling of cold and we have meekly adapted, no longer expecting more than we have been given, nor wondering how it happened that we came to this place, we don’t mind that nothing turned out as we thought it might. There is no way to clear the haze in which we live, no way to know that we have undergone another day. The silent snow of thought melts before it has a chance to stick. Where we are is anyone’s guess. The gates to nowhere multiply and the present is so far away, so deeply far away.

***

Armonia nel boudoir

Dopo anni di matrimonio, lui sta in piedi in fondo al letto e dice alla moglie che lei non lo conoscerà mai, che
per ogni cosa che dice c’è dell’altro che non dice, che dietro a ogni parola che pronuncia c’è un’altra parola, e
centinaia d’altre dietro a quella. Tutte le parole non dette, spiega, contengono il suo vero sé, che è stato tradito
dal sé superficiale che le sta davanti. “Così, vedi” continua scalciando le pantofole dai piedi, “io sono più di
quello che ti ho indotto a credere che sono.” “Oh, che sciocco” replica la moglie, “ma è ovvio che lo sei. Io
trovo che il solo pensarti con così tanti sé che recedono verso il nulla sia molto eccitante. Che tu a malapena
esista così come sei non potrebbe darmi più piacere.”

*

Harmony in the Boudoir

After years of marriage, he stands at the foot of the bed and tells his wife that she will never know him, that for
everything he says there is more that he does not say, that behind each word he utters there is another word,
and hundreds more behind that one. All those unsaid words, he says, contain his true self, which has been
betrayed by the superficial self before her. “So you see” he says, kicking off his slippers, “I am more than what
I have led you to believe I am.” “Oh, you silly man,” says his wife, “of course you are. I find that just thinking
of you having so many selves receding into nothingness is very exciting. That you barely exist as you are couldn’t please me more.”

***

Il desiderio del ministro della Cultura viene esaudito

Il ministro della Cultura rientra a casa dopo una giornata estenuante in ufficio. Si sdraia sul letto e cerca di
non pensare a niente, ma non accade niente o, per essere più precisi, il niente non accade. Il niente è altrove,
a fare ciò che il niente di solito fa, vale a dire: propagare la tenebra. Ma il ministro è paziente, e pian piano
le cose scivolano via – le pareti di casa, il parco al di là della strada, gli amici nella città vicina. Crede che il
niente sia finalmente venuto a trovarlo, e con quel suo fare assente stia dicendo: “Caro, sai quanto ho sempre
voluto compiacerti, e adesso sono venuto da te. E, quel che più conta, è che da qui non me ne vado”.

*

The Minister of Culture Gets His Wish

The Minister of Culture goes home after a grueling day at the office. He lies on his bed and tries to think of
nothing, but nothing happens or, more precisely, does not happen. Nothing is elsewhere doing what nothing does, which is to expand the dark. But the minister is patient, and slowly things slip away – the walls of his house, the park across the street, his friends in the next town. He believes that nothing has finally come to him and, in its absent way, is saying, “Darling, you know how much I have always wanted to please you, and now I have come. And what is more, I have come to stay.”

***

Il misterioso arrivo di una lettera inconsueta

Era stata una lunga giornata in ufficio ed era stato un lungo viaggio di rientro al piccolo appartamento dove abitavo. Quando vi arrivai, accesi la luce e vidi sul tavolo una busta con su scritto il mio nome. Dov’era l’orologio?
Dov’era il calendario? La calligrafia era quella di mio padre, ma lui era morto da quarant’anni. Com’è umano, cominciai a pensare che forse, forse forse, era vivo, e che conduceva una vita segreta lì nei paraggi. Come spiegare la busta altrimenti? Per sentirmi più sicuro, mi sedetti: la aprii, e ne estrassi la lettera. “Caro figliolo” cominciava. “Caro figliolo” e poi niente.

*

The Mysterious Arrival of an Unusual Letter

It had been a long day at work and a long ride back to the small apartment where I lived. When I got there I flicked on the light and saw on the table an envelope with my name on it. Where was the clock? Where was the calendar? The handwriting was my fathers, but he had been dead for forty years. As one might, I began to think that maybe, just maybe, he was alive, living a secret life somewhere nearby. How else to explain the envelope? To steady myself, I sat down, opened it, and pulled out the letter. “Dear Son” was the way it began. “Dear Son” and then nothing.

***

Una lettera da Tegucigalpa

Cara Henrietta, visto che sei stata tanto gentile da chiedermi perché non scrivo più, farò del mio meglio per risponderti. Ai vecchi tempi, i miei pensieri sfavillavano come minuscole scintille nel buio quasi assoluto della consapevolezza e io li trascrivevo, e pagina dopo pagina risplendeva di una luce che dichiaravo tutta mia. Sedevo alla scrivania, sbalordito da ciò che era appena successo. E perfino mentre guardavo le luci affievolirsi e i miei pensieri divenire piccoli mausolei senza alcun senso nel lucore residuo di tanta promessa, restavo ancora sbalordito. E quando scomparivano, com’era inevitabile, io ero pronto a ricominciare, pronto a restare seduto al buio per ore ad aspettare anche un’unica scintilla, nonostante sapessi che non avrebbe quasi per nulla emesso luce. Quello di cui non mi ero reso conto allora, ma di cui mi rendo conto fin troppo bene adesso, è che le scintille portano dentro di sé il desiderio di essere sollevate dal fardello della lucentezza. Ed è per questo che non scrivo più, e che il buio è la mia libertà e la mia contentezza.

*

A Letter from Tegucigalpa

Dear Henrietta, since you were kind enough to ask why I no longer write, I shall do my best to answer you. In the old days, my thoughts like tiny sparks would flare up in the almost dark of consciousness and I would transcribe them, and page after page shone with a light that I called my own. I would sit at my desk amazed by what had just happened. And even as I watched the lights fade and my thoughts become small, meaningless memorials in the afterglow of so much promise, I was still amazed. And when they disappeared, as they inevitably did, I was ready to begin again, ready to sit in the dark for hours and wait for even a single spark, though I knew it would shed almost no light at all. What I had not realized then, but now know only too well, is that sparks carry within them the wish to be relieved of the burden of brightness. And that is why I no longer write, and why the dark is my freedom and my happiness.

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Sulla bellezza occulta della mia malattia

Ogni volta che pensavo alla mia malattia sentivo il suono malinconico di una viola. Quando la descrissi al mio dottore, anche lui sentì lo stesso suono. “Lei dovrebbe tenersi la sua malattia per sé” mi apostrofò. Un giorno sereno d’estate uscii all’aperto; uno stormo di corvi mi si raccolse attorno, in silenzio. Lo interpretai come un tributo alla bellezza occulta della mia malattia. Quando lo riferii al medico, lui disse: “Può darsi che la sua malattia si stia propagando e potrebbe rovinare tutto. Perciò d’ora in avanti non sarò più il suo medico”. Ieri, mentre meditavo sulla mia malattia, ho visto i miei genitori, nudi nella calura infernale, che sussurravano e si baciavano. Mi preoccupai che la mia malattia mi stesse portando chissà dove, e rivolsi l’attenzione a una città lontana, al suo orologio dorato, alle ville di pietra bianca, ai viali affollati di angeli che si riparavano gli occhi dal sole.

*

On the Hidden Beauty of My Sickness

Whenever I thought of my sickness I would hear the melancholy sound of a viola. When I described it to the doctor, he heard the same sound. “You should keep your sickness to yourself,” he said. One cloudless summer day, I went outside; some crows gathered around me and were silent. I took this as a tribute to the hidden beauty of my sickness. When I told the doctor, he said, “Your sickness may be catching and could ruin everything. Therefore, I am no longer your doctor.” Yesterday, when I considered my sickness, I saw my parents, naked in the baking heat, kissing and hispering. I was worried where my sickness was leading me, and turned my attention to a distant town, to its golden clock, its
white stone villas, its boulevards crowded with angels shielding their eyes from the sun.

***

Notturno del poeta che amava la luna

Mi sono stancato della luna, stancato di quell’aria attonita, del ghiaccio azzurro del suo sguardo, dei suoi arrivi e delle sue partenze, del modo in cui avviluppa amanti e solitari sotto le sue ali invisibili, senza saperli distinguere. Mi sono stancato di così tante cose che un tempo mi incantavano, sono stanco di guardare l’ombra delle nuvole passare sull’erba illuminata dal sole, di vedere i cigni che scorrono avanti e indietro sul lago, di scrutare nel buio, sperando di trovare l’immagine di un sé ancora non nato. Lasciamo che la semplicità penetri l’occhio, semplicità come un tavolo su cui non è apparecchiato niente, come un tavolo che ancora non è nemmeno un tavolo.

*

Nocturne of the Poet Who Loved the Moon

I have grown tired of the moon, tired of its look of astonishment, the blue ice of its gaze, its arrivals and departures, of the way it gathers lovers and loners under its invisible wings, failing to distinguish between them.
I have grown tired of so much that used to entrance me, tired of watching cloud shadows pass over sunlit grass, of seeing swans glide back and forth across the lake, of peering into the dark, hoping to find an image of a self as yet unborn. Let plainness enter the eye, plainness like a table on which nothing is set, like a table that is not yet even a table.

27/05/2014
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Michele Toriaco
La poesia del grande Mark Strand mi ricorda i dipinti di Edward Hopper, nei suoi versi - così come nelle rappresentazioni di Hopper - colgo silenzi e solitudini che il poeta osserva e descrive con distacco, ma sollecitando il lettore a porsi domande sulla vita, sull'Io, la sua natura fatta anche di lati oscuri e incomprensibili. Non c'è individualismo, né ammaestramento: il poeta ci parla con il linguaggio dei sogni per ricordarci che la vita, a volte, non può essere spiegata con la ragione.
13 Giugno 2014, 11:08