Il posto – Poeti statunitensi contemporanei /5

[Jorie Graham è tra i maggiori esponenti della poesia americana d'oggi. Pubblichiamo "Cagnes sur mer 1950" dalla raccolta Il posto (Mondadori, 2014). Segue uno scritto inedito della traduttrice Antonella Francini.]

CAGNES SUR MER 1950

Sono l’unica al mondo a ricordare
la voce di mia madre nell’ombra particolare
dell’arco romano ricolmo di cielo
che oscura le pietre sulla strada in discesa
da dove lei ora risale all’improvviso.
Come l’arco e la voce e l’ombra
violentemente afferrano il piccolo triangolo
della mia anima, un film muto dove note di piano
diventano un corpo impazzito
per le immagini saltellanti dello spirito – patria [abbandonata – miracolo da cui
si riemerge vivi. Così qui, io di nuovo
rileggo il libro del tempo,
il mio unico tempo, come se ci fosse un fatale errore la cui
natura non so rintracciare – o la forma – o l’origine -
prendo la creatura e la riporto
nel posto dove io sono un minuscolo serbatoio di sangue, [cinque chili d’ossa
e tendini e altre cose – già condannata a quest’unica [anima -
che dicono pesi meno d’una piuma, o tanto
quanto un centinaio di grammi quando cresce – come in [un viaggio ripercorro
quelle arterie, il prezioso liquido, il campo di metodi, [agonie,
stupori – che io non sprechi gli stupori -
che non uccida per errore fratello, sorella – mi
siederò con audacia una volta ancora sul mio inizio,
macchia scura dove una storia non diventa ancora un’altra,
e parole, non giunte a me ancora, ancora non proveranno a [dirmi
da dove vengono le cose, nè dove vanno,
dove risplenderà il flusso dell’inclinazione
nella sua veloce discesa. E mi sembrerà
tutta una leggenda,
una di quelle in cui non c’è modo di voltarsi indietro
ma voltarsi si deve, pagando, sì, ma voltarsi si deve…
Era d’estate in un paese in collina a sud.
Era prima che io conoscessi la conoscenza.
La mente correva ovunque e restava immobile al centro.
E non era scomodo.
Un uccello cantò, si aggiunse all’ombra
sotto l’arco.
Penso da questa distanza
che ero felice.
Penso a questa distanza.
Ero seduta. Era prima di saper camminare.
Solo la mia anima camminava ovunque senza peso.
Dove declinava la strada tutto spariva.
Proprio come immaginavo dovesse accadere.
Apparire e sparire.
Nella mia unica vita.
Quando s’avvicinò la voce di mia madre aveva un corpo.
Aveva braccia e abbracciavano qualcosa
che doveva essere un cesto. La mia mente ora
può girarle intorno, e davanti, e avvolgerla
come le sue braccia avvolgevano quel cesto.
E doveva essere di vimini
perchè nella luce vedo molte sfumature di marrone, le [punte bianche
quando esce dall’ombra
dove non si vede nulla eccetto le sue mani
e il suo portare. E quando il suo corpo arriva
arriva con tanti limoni tutti illuminati, interamente [avvolti nel sole,
che il pesante cesto ancora contiene,
e le sue unghie brillanti intrecciate,
e lo sguardo sul suo viso mi cerca,
sguardo simile a quelle cose brillanti che portava
davanti, un nuovo ventre.
Tutto ciò che avrei inventato in questa vita è là nel cesto di [vimini fra i limoni.
Venuto da sotto l’orizzonte, da dove sale il rumore del [mercato
su all’intima aria dove lei si muove,
dove lei è ancora una donna intera, una donna di volontà,
e io sento gridare quel che devono essere prezzi e nomi
di fiori e frutta e carne e animali chiusi in piccole gabbie,
tutto sotto di noi, dal fondo del villaggio, da quella parte
per me così comoda che è invisibile
dove ogni cosa deve essere venduta per mezzogiorno.
Penso fosse in quel momento che mi fu dato il mio nome,
quando ho sentito la prima volta i prezzi portati dalle voci
mentre la sua faccia s’apriva in un sorriso chinandosi [verso di me
per dire eccoti, eccoti.

***

Il sostantivo inglese PLACE – titolo originale di Il posto (Mondadori, 2014), dodicesimo e più recente libro della poetessa statunitense Jorie Graham da cui proviene la poesia – è “in origine un termine per soggetto, o argomento, o topos” per cui “il luogo in cui ci troviamo è il nostro soggetto, e noi siamo ad esso soggetti”. Così scrive l’autrice in una sorta di suo dizionario poetico (Parole dal posto degli umani, Consiglio Regionale della Toscana, 2014) ricordandoci, cosa per lei assai più importante, che è anche “un termine desueto per campo di battaglia”. Implica, perciò, uno scontro fra il nostro essere in un posto e il posto stesso, una moltitudine di tensioni che attraversano ogni esperienza individuale. Questa parola monosillabica, place, semplice e neutra, nel corso dei cinque capitoli del libro di Graham si carica di ulteriori significati, una sorta di risemantizzazione continua via via che lo sguardo si muove veloce sulle diverse esistenze simultaneamente vissute in uno specifico istante di tempo: quella interiore di chi narra, quella fisica del corpo, quella dell’immaginazione, quella altrui e quella del mondo non-umano che vive e pulsa accanto a noi. Graham ascolta la loro voce, ne interpreta il pensiero e dà la parola a chi non ha parola: la natura, la sera, la strada, il raccolto, una volpe. E così costruisce il suo imponente monologo, che è anche un’ininterrotta conversazione con il creato, un’originale polifonia per recuperarne la complessità e la bellezza.

Nella traduzione italiana la parola inglese PLACE prende però due diverse direzioni e diviene LUOGO, il locus latino, uno spazio fisico delimitato, oppure POSTO, participio passato del verbo porre per cui qualcuno o qualcosa viene collocato in un una posizione prefissata, assegnato a una sede. Un’interessante scissione linguistica, questa, che rende esplicita la struttura dell’intero libro in cui la voce di Graham è quella di un essere umano che si trova a vivere su questo pianeta all’inizio del XXI secolo e interroga il suo esistere in rapporto al suo luogo. Così facendo Graham recupera anche il significato desueto di place perché la sua è una battaglia per ricostruire un equilibrio fra mondo spirituale e mondo fisico, per ridare a quel tu sempre chiamato in causa nei suoi testi, compagno di strada e lettore, punti di riferimento e speranza in un presente percepito come precario. Le meditazioni di Graham si svolgono quindi fra questi due punti, il luogo fisico e la condizione umana dell’esistere, inesorabilmente, in esso. Il luogo può essere lo spazio definito dalle mura di una stanza, oppure il nostro corpo, oppure il nostro pianeta, ma tutti vissuti simultaneamente da ognuno di noi. Potremmo dunque leggere il titolo dell’edizione italiana in senso ontologico e così ‘il posto’, colui o colei a cui, in quanto tale, per suo destino, è stato imposto di esistere sulla terra, improvvisamente diviene la nostra stessa immagine.

Quanto la vicenda biografica di Jorie Graham, cresciuta a Roma nella lingua italiana e arrivata a quella inglese in età adulta, riaffiori in questa particolare istanza è difficile dire, ma certo quella prima lingua appresa da bambina ha un ruolo fondamentale nella sua scrittura e le permette di ampliare i significati delle parole. La struttura stessa dei suoi versi rende il senso della continua estensione del pensiero che si imprime flessibile sulla pagina, allungandosi verso destra o ritraendosi a sinistra in un andirivieni fra esperienza presente, memoria, anche prenatale, e un immaginato futuro – un movimento sempre sorretto al centro da un sottile perno, la linea di versi brevi verticale intorno a cui si snodano le sue meditazioni.

Il posto è anche un libro denso di storia e fatti in cui tutti siamo coinvolti, dalle guerre agli squilibri ecologici al dominio della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che rende i nostri corpi, con i loro sensi e le loro emozioni, assenti, intorpiditi, addormentati. L’appello della poesia di Graham è al risveglio. Le poesie di questo libro sono spesso momenti di tregua prima di un evento potenzialmente drammatico per l’umanità, oppure si soffermano sull’incipit di un evento o sulla bellezza del creato ora incarnata in una talpa che scava il suo tunnel, un falco, le radici di un albero, un uccello in volo, il ricordo della figlia nei primi anni di vita, o l’immagine della sposa che, alla fine del libro, guarda felice al domani. Sono messaggi di speranza immensi, icastici, che si contrappongono alla certezza che la nostra storia ha imboccato la strada della distruzione; sono immagini umili e grandi che, nell’assenza di un dio o di una legge umana che regoli i nostri comportamenti, propongono un’etica e una disciplina a misura d’uomo. Questo è l’alto compito che Graham si è data in un invito, come lei stessa ha detto, a ritrovare l’innocenza perduta dopo la millenaria esperienza della nostra civiltà in un momento in cui la stessa sopravvivenza delle specie e del pianeta, il nostro splendido posto, sono messe in pericolo.

Antonella Francini

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21/03/2014
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Marta
Testo splendido! Comunica una grande energia sensoriale e intellettuale
01 Aprile 2014, 01:13
carlo ranieri
È una poesia bellissima che ricorda un po' l'Eliot dei Quattro Quartetti; è vero che è tesa verso la fatica di mostrare e la difficoltà di dire. Tra queste polarità oscilla la poesia, un po' memoriale, un po' dubitativa e critica nella volontà ulissica di dare un nome alle cose che ci guardano mentre l'anima trova uno spazio adatto
22 Marzo 2014, 22:42