Notizie del mondo

Sei poesie da Notizie dal mondo di Philip Levine, traduzione di Giuseppe Strazzeri (Mondadori, 2015).

***

Sabato profano

Tre ragazzini giù al fiume
cercano gamberi. Uno ha
forgiato un arpione da
un’asta per le tende, e a testa bassa,
i jeans arrotolati alle ginocchia, risale
la corrente del fiume.
Sette anni a stento, è il più
determinato. A casa tornerà
tra ore e ore con nulla in mano
da mostrare per i suoi sforzi tranne
sporco e sudore e quel residuo
che neppure sa di raccogliere
da un cielo distante
e che gli scintilla come fili
di mica sulle spalle.
Da lontano qualcuno continua
a chiamare per nome i fratelli
nello stesso ordine ancora
e ancora, ma quelli non sentono
per via del gorgo di alghe
azzurre sulla riva e di tutti
quegli invisibili uccelli. Forse nessuno
li sta chiamando e sono solo
le voci dell’aria mentre
la luce tarda di giugno se ne sta sospesa
sui pioppi un istante prima che
l’oscurità bisbigli l’ultima parola.

*

Unholy Saturday

Three boys down by the river
search for crawdads. One has
hammered a spear from a
curtain rod, and head down,
jeans rolled up to his knees, wades
against the river’s current.
Barely seven, he’s the most
determined. He’ll go home
hours from now with nothing
to show for his efforts except
dirt and sweat and that residue
he’s unaware of sifting
down from a distant sky
and glinting like threads
of mica across his shoulders.
In the distance someone keeps
calling the names of the brothers
in the same order over
and over, but they don’t hear
what with the riverbank gorged
with blue weed patches and all
the birds in hiding. Perhaps no
the voices of the air as
the late light of June hangs on
in the cottonwoods before
the dark whispers the last word.

***

Capodanno, in ospedale

Puoi odiarlo il mare quando inonda
i ciottoli, si ritira, risale
ancora; va avanti così giorno e notte
per tutta la tua vita, e quando la vita
è conclusa, ancora dura. Un giovane prete
si è seduto accanto al letto e mi ha chiesto se sapevo
cosa diceva il cardinale Newman
del mare. Questo festoso ragazzetto,
le paffute manine rosee intrecciate,
mi ha detto che dovrei cambiare vita.
«La mia vita mi piace» gli ho detto. «Le festività
sono stressanti nel nostro tipo di mestiere»
ha detto lui. In settimana era stato
a Carmel a guardare il mare andare e venire
e andare e venire, come ha scritto Newman.
«Io odio il mare» ho detto, ed era vero
in quel momento, il modo in cui le onde
vanno e vengono con tanta noncuranza.
In silenzio abbiamo guardato la notte
diffondersi dagli angoli della stanza.
«Dovresti cambiare vita»
ha ripetuto. Gli ho chiesto se per caso
stesse leggendo Rilke. L’uomo nel letto accanto,
un giardiniere in pensione di Chowchilla,
ha sbuffato girandosi di lato,
la faccia al muro bianco. Mi è spiaciuto
per il pretino: noi,
che lui chiamava “figli miei”, gli venivamo entrambi
[meno
scivolando sgraziatamente dalla nostra vita
per lasciarlo da solo di fronte all’eternità
che andava e veniva e andava e veniva.

*

New Year’s Eve, in Hospital

You can hate the sea as it floods
the shingle, draws back, swims up
again; it goes on night and day
all your life, and when your life
is over it’s still going. A young priest
sat by my bed and asked, did I know
what Cardinal Newman said
about the sea. This merry little chap
with his round pink hands entwined
told me I should change my life.
“I like my life,” I said. “Holidays
are stressful in our line of work,”
he said. Within the week he was off
to Carmel to watch the sea come on
and on and on, as Newman wrote.
“I hate the sea,” I said, and I did
at that moment, the way the waves
go on and on without a care.
In silence we watched the night
spread from the corners of the room.
“You should change your life,”
he repeated. I asked had he been
reading Rilke. The man in the next bed,
a retired landscaper from Chowchilla,
let out a great groan and rolled over
to face the blank wall. I felt bad
for the little priest: both of us
he called “my sons” were failing,
slipping gracelessly from our lives
to abandon him to face eternity
as it came on and on and on.

***

Innocenza

Sorridente, mio fratello è cavalcioni su un fusto di birra
fuori da un pub. 1944, anno
di missili V1. È in aeronautica,
in missione a Londra per riempire
i serbatoi d’ossigeno dei B-24, le bare volanti
com’erano chiamati da chi li pilotava
notte dopo notte. Cinquant’anni più tardi
uno scrittore tedesco in viaggio a piedi
per l’East Anglia incontra un giardiniere
che si ricorda di quando dodicenne udiva
gli aerei che al crepuscolo decollavano a spianare
le città industriali della Ruhr
e poi, quando la Luftwaffe era tutto
tranne che annientata, qualunque cosa capitasse a tiro.
«50.000 ragazzi americani sono morti» ricorda
il giardiniere svegliandosi all’alba, gli aerei
che balbettanti tornavano da soli o a due a due.
Quanti tedeschi sono morti, potremmo
non saperlo mai. «Saranno state donne,
bambini e i troppo anziani, con tutti
quelli in età partiti per la guerra.»
Lo scrittore tedesco trascrive
parola per parola nella sua mente e va
a un appuntamento con uno scrittore
inglese nato in Germania, un ebreo
fuggito in tempo. Mio fratello
ricorda una giovane donna che viveva
sopra il pub, una bionda, ritratta
fuori dal pub con la sua Argus
C3, e indica un cavallo e un carretto
dietro l’angolo, carico di fusti di birra
ma senza guidatore. Il pub è chiuso,
perché s’è appena fatta alba e la città
si sta svegliando al lavoro e alla guerra. Chiameremo
[il tempo
innocente, in mancanza di un termine migliore, e
[chiameremo
tutti i tedeschi Nazi perché meglio si adatta
alla vendetta che esigiamo. Ore più tardi
i due scrittori nati in Germania siedono
all’aperto in un giardino d’estate e conversano
nella lingua adottiva e nulla dicono
di quel che non riescono a dimenticare di loro bambini,
perché bambini resteranno tutti e due fino alla fine.
Mio fratello, ormai cieco, mi dice che è contento
di essere vivo, e chiama ogni giorno di dolore
un dono che non è certo di essersi guadagnato ma che
[accetta
con gioia. Vive in una casa di Neutra
con pareti in vetro e vista
sul Pacifico, che ha comprato
malmessa per quattro soldi venti anni fa.
Accetta il fatto che ogni anno squadroni
di studenti d’architettura dall’Europa e l’Asia
calino a visitare quel posto e sebbene
non ci veda più li porta in giro
con garbo e lascia che scattino
le loro foto. Quando gli dico
dei 50.000 dell’aeronautica di cui il giardiniere narrava
allo scrittore, i suoi occhi ciechi
si gonfiano di lacrime, perché prima di tutto mio
[fratello maggiore
è un uomo di sentimenti, e di memoria acuta –
come un diamante – e dice: «Non così tanti».

*

Innocence

Smiling, my brother straddles a beer keg
outside a pub. 1944, a year
of buzz bombs. He’s in the Air Corps,
on a mission to London to refill
oxygen tanks for B-24s, the flying coffins
as they were dubbed by those who flew
them night after night. Fifty years later
a German writer on a walking trip
through East Anglia meets a gardener
who recalls as a boy of twelve hearing
the planes taking off at dusk to level
the industrial cities of the Ruhr
and later when the Luftwaffe was all
but destroyed whatever they could reach.
“50,000 American lads died.” The gardener
recalls waking near dawn, the planes
stuttering back in ones and twos.
How many Germans died we may
never know. “Must have been women,
children, and the very old what with
all the eligible men gone to war.”
The German novelist writes it down
word for word in his mind and goes
on to an appointment with an English
writer born in Germany, a Jew
who got out in time. My brother
recalls a young woman who lived above
the pub, a blonde, snapping the picture
outside the pub with his own Argus
C3, and points out a horse and wagon
around the corner loaded with beer kegs
but with no driver. The pub is closed,
for it is not long after dawn and the city
is rising for work and war. We call the time
innocent for lack of a better word, we call
all the Germans the Nazis because it suits
the vengeance we exact. Some hours later
the two writers born in Germany sit
out in a summer garden and converse
in their adopted tongue and say nothing
about what they can’t forget as children,
for these two remain children until they die.
My brother, blind now, tells me he is glad
to be alive, he calls every painful day
a gift he’s not sure he earned but accepts
with joy. He lives in a Neutra house
with entire walls of glass and a view
of the Pacific, a house he bought
for a song twenty years ago in disrepair.
He accepts the fact that each year squadrons
of architectural students from Europe and Asia
drop in to view the place, and though
he cannot see he shows them around
graciously and lets them take
their photographs. When I tell him
of the 50,000 airmen the gardener told
the novelist about, his blind eyes
tear up, for above all my older brother
is a man of feeling, and his memory is precise –
like a diamond – and he says, “Not that many.”

***

Suite di Dearborn

1

Di mezza età, sommamente annoiato
dalla propria moglie, un lavoro che odia,
in preda all’insonnia, si alza
dal letto e gira per la sua magione
in vestaglia e ciabatte, chiedendosi
se questo è proprio tutto ciò
che occorre per diventare Henry Ford,
l’uomo che ha creato
il mondo moderno. I cieli
sopra la grande fabbrica sul Rouge
sono neri di fuliggine, senza stelle,
il mondo intero è senza stelle adesso, tutto
perché è stato lui a renderlo
a sua immagine, gratificazione non da poco.

2

Lunedì arriva come di dovere, con una pallida
luna che affonda dietro gli olmi.
Ci dicevano che un’alba nuova
era in arrivo, magari trattenuta
dal traffico sul Grand Boulevard
o da Henry, il signore di Dearborn
che disdegna di condividere la luce
con i non illuminati tra di noi.
Questo accadeva sessant’anni fa.
Il giorno arrivò, un sole debole
e tuttavia reale,
la sua luce torbida a inondare
muri, finestre, palpebre mentre
la buona vecchia luna si abbandonava al sonno.

3

Da ragazzo conoscevo questi campi
colmi di phlox selvatica ad aprile,
in cui di notte la volpe dalla coda rossa
arrivava a cacciare e l’assiolo
solcava l’aria in un improvviso balzo
assassino. Amavo quel mondo
coi suoi piccoli boschi a trattenere
la propria oscurità e i laghi fermi,
limpidi come ghiaccio, che trattenevano le stelle
ogni notte fino all’aprirsi dell’alba
su lotti di terra picchettati,
identificati e nominati, fienili e stalle,
case bianche dagli occhi serrati
contro l’intrusione di sguardi altrui.

4

L’inferno è qui in fonderia
dove le presse giganti stampano
parti di carrozzeria e l’odore
della pelle che brucia ci si insinua
nei capelli e sotto le unghie.
Il vecchio, Re Henry, timbra
il turno di notte assieme a noi,
i suoi amati negri ed ebreucci,
per lavorare fino a quando le finestre frantumate
ingrigiranno. C’è una giustizia
dopotutto, c’è un inno luminoso
per l’occasione, qualcosa
di triste e familiare, con parole che noi tutti
cantiamo, come Time on My Hands.

*

Dearborn Suite

1

Middle-aged, supremely bored
with his wife, hating his work,
unable to sleep, he rises
from bed to pace his mansion
in slippers and robe, wondering
if this is all there ever
will be to becoming Henry Ford,
the man who created
the modern world. The skies
above the great Rouge factory
are black with coke smoke, starless,
the world is starless now, all
because he remade it in
his image, no small reward.

2

Monday comes as it must, with a pale
moon sinking below the elms.
They told us another dawn was
on the way, possibly held up
by traffic on Grand Boulevard
or by Henry, master of Dearborn,
who loathes sharing the light
with the unenlightened among us.
That was 60 years ago.
The day arrived, a weak sun
but nonetheless an actual
one, its sooty light bathing
walls, windows, eyelids while
old pal moon drifted off to sleep.

3

As a boy I’d known these fields
rife with wild phlox in April,
where at night the red-tailed fox
came to prey and the horned owl
split the air in a sudden rush
for its kill. I loved that world
with its little woods that held
their darkness and the still ponds,
clear as ice, that held the stars
each night until the dawn broke
into fenced plots of land,
claimed and named, barns and stables,
white houses with eyes shut tight
against the intrusion of sight.

4

Hell is here in the forge room
where the giant presses stamp
out body parts and the smell
of burning skin seeps into
our hair and under our nails.
The old man, King Henry, punches in
for the night shift with us,
his beloved coloreds and Yids,
to work until the shattered
windows gray. There is a justice
after all, there’s a bright anthem
for the occasion, something
familiar and blue, with words we
all sing, like “Time on My Hands.”

***

Isole

Manhattan non è un’isola – non m’interessa cosa abbiate letto – non è un’isola. Posso arrivarci a piedi da casa mia a Brooklyn, che a sua volta non è un’isola. Potreste sentir dire che l’Australia è un continente. Io ci ho vissuto, e so che è un’isola, una delle tante disseminate negli oceani del Sud. Ho vissuto per una settimana in un piccolo cottage a un centinaio di miglia da Wollongong. Con la bassa marea camminavamo su lastre di roccia & di corallo per miglia & io fissavo lo sguardo in direzione Brooklyn & vedevo solo acri su acri di acqua che ribolliva rumorosa & e non una sola persona conosciuta. Per le strade di Manhattan & Brooklyn cammina gente di ogni età, & camminando parlano – spesso in lingue private, immaginarie – per cui c’è una musica costante. Se sono soli parlano a piccioni & passeri – gli uccelli di terra sono una presenza costante –, & se i passeri & i piccioni se ne vanno perché chi parla loro è sobrio allora si rivolgono al chiarore del sole o della luna o addirittura al nulla. Si vive dentro un’immensa opera infinita punteggiata dalle note acute delle sirene & dal basso profondo dei camion & dei martelli pneumatici & dei traghetti & dei rimorchiatori. E quando unisci la tua voce piccola & sincera al canto, ti rendi conto che questa musica è solo lo sfondo a una grande epica americana. Tutte queste voci stanno cantando su chi sei tu. Per un momento sei parte della terraferma.

*

Islands

Manhattan is not an island – I don’t care what you read – it’s not an island. I can walk there from my house in Brooklyn, which is also not an island. You may hear that Australia is a continent. I lived there, I know it’s an island, one of many in the surrounding southern oceans. For a week I stayed in a little cottage a hundred miles south of Wollongong. At low tide we would walk out onto shelves of rock & coral for miles, & I would stare out in the direction of Brooklyn & see only acres of noisily churning water & not a single person I knew. On the streets of Manhattan & Brooklyn people of all ages walk, & as they do they speak – often in private, imaginary languages – so there is a constant music. If they are alone they will speak to the pigeons & sparrows – mainland birds are a constant presence –, & if the sparrows & pigeons turn away because the talkers are sober they’ll go on talking to the sunlight or the moonlight or to nothing at all. One lives inside an immense, endless opera punctuated by the high notes of sirens & the basso profundo of trucks & jackhammers & ferries & tugboats. And when you merge your own small & sincere voice with the singing you come to realize this music is merely the background to a great American epic. All these voices are singing about who you are. For a moment you are part of the mainland.

***

La morte di Majakovskij

Philadelphia, centro storico,
14 aprile 1930.
Mio padre è seduto alla piccola scrivania
della sua camera d’albergo proprio di fronte a una presa
[d’aria
e inizia una lettera a casa: “Cara Essie”
scrive, ma il telefono squilla prima che possa
scaricarsi il cuore. Il guidatore della Precision Inc.
è arrivato. Da solo sul sedile posteriore, senza cappello
né cappotto, in questo giorno perfetto di primavera,
mio padre va a ispezionare parti di aerei
scomparsi da un’area di collaudo militare
in Maryland, ingranaggi di cui negozierà
l’acquisto inconsapevole delle implicazioni, o così
[dirà a Essie,
mia madre, dopo avere ricorso in appello
al tribunale federale di Detroit.
Sapevo tutto prima che accadesse. Quel mattino
nubi di pioggia attraversavano di corsa l’Ontario
per scaricare la loro oscurità nel nostro fiume grigio.
A centinaia di miglia a est mio padre abbassa
il finestrino dell’auto; l’aria che sa di foglie
appena nate lungo la Route 76
gli sfiora il viso e gli s’impiglia nei capelli scuri.
Lascia che il mondo venga a lui, anche questo mondo
di piccole officine, concessionarie d’usato, magazzini
accanto allo Schuylkill. Il bambino che sarei diventato
vide tutto, eppure anni trascorsero prima che la scena
[cadesse,
rappresa, nel libro delle origini per diventare
chi sono. Ero stato distratto
nell’alba senza fiato da un singolo sparo –
il gesto suicida del poeta russo –
che avrebbe coronato le nostre narrazioni, la tua e la
[mia.

*

The Death of Mayakovsky

Philadelphia, the historic downtown,
April 14, 1930.
My father sits down at the little desk
in his hotel room overlooking an airshaft
to begin a letter home: “Dear Essie,”
he pens, but the phone rings before he can
unburden his heart. The driver from Precision Inc.
has arrived. Alone in the backseat, hatless,
coatless, on this perfect spring day,
my father goes off to inspect aircraft bearings
that vanished from an army proving ground
in Maryland, bearings he will bargain for
and purchase in ignorance, or so he will tell Essie,
my mother, this after he takes a plea
in the federal courthouse in downtown Detroit.
I knew all this before it happened. Earlier that
morning storm clouds scuttled in across Ontario
to release their darkness into our gray river.
Hundreds of miles east my father rolls down
the car window; the air scented with leaves
just budding out along Route 76
caresses his face and tangles his dark hair.
He lets the world come to him, even this world
of small machine shops, car barns, warehouses
beside the Schuylkill. The child I would become
saw it all, yet years passed before the scene slipped,
frozen, into the book of origins to become
who I am. I’d been distracted
in the breathless dawn by a single shot –
the Russian poet’s suicidal gesture –
that would crown our narratives, yours and mine.

***

NOTE:

Innocenza
La poesia deve molto alla descrizione fatta da W.G. Sebald in Gli anelli di Saturno di un viaggio a piedi da lui intrapreso in East Anglia. Nella poesia il romanziere è diretto a fare visita al poeta e traduttore tedesco Michael Hamburger.

Poeti statunitensi contemporanei /1: Donald Justice
Poeti statunitensi contemporanei /2: Ben Lerner
Poeti statunitensi contemporanei /3: Sharon Olds
Poeti statunitensi contemporanei /4: Mary Jo Bang
Poeti statunitensi contemporanei /5: Jorie Graham
Poeti statunitensi contemporanei /6: Mark Strand
Poeti statunitensi contemporanei /7: Vijay Seshadri
Poeti statunitensi contemporanei /8: Charles Wright
Poeti statunitensi contemporanei /9: Robert Polito

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

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