Guidando in Tennessee – Poeti statunitensi contemporanei /8

Charles Wright è il nuovo poeta laureato degli Stati Uniti per l’anno 2014-2015. Ha preso servizio lo scorso 25 settembre inaugurando il suo mandato con una lettura pubblica nell’auditorium della Biblioteca del Congresso a Washington, l’istituzione che ogni anno assegna questo prestigioso ruolo a esponenti di rilievo della poesia americana. La scelta del bibliotecario responsabile della Library of Congress è caduta sul nome autorevole di un autore ormai considerato un classico, un poeta cui resterà per sempre legata la poesia americana fra la fine del XX secolo e i primi decenni del XXI. Dagli anni Settanta ad oggi Wight ha continuato a raffinare una lingua inconfondibilmente sua lavorando intorno alla costruzione di una grandiosa biografia dello spirito di un laico contemporaneo e intorno a un unico tema: il destino umano di vita e di morte e il nostro eterno desiderio di conoscenza. Le sue poesie sono spesso poemetti in più sezioni, brevi liriche iocnografiche separate da una lineetta e strutturate in forma di diario. I suoi caratteristici versi si contraggono, si espandono e si rompono sulla pagina per comporre un racconto pausato dal ritmo, come lui stesso dice, “epifanico e oceanico allo stesso tempo. Intensivo e estensivo. Lungo e breve. Alla maniera americana”. La sua scrittura si riallaccia infatti alla più  alta cultura statunitense,  ma allo stesso tempo, come è nella tradizione del suo Paese, riprende anche quella del vecchio mondo. Se da un lato la sua poesia riecheggia la metafisica di Emily Dickinson e il maestoso canto di Walt Whitman, la musica country, il blues e il jazz, l’imagismo di Pound, l’astrattismo di Wallace Stevens, dall’altro richiama l’architettura e l’immaginario di Dante, la metafisica modernista di Montale, quella pittorica di Giorgio Morandi e Paul Cézanne, il surrealismo di Kafka, le voci dei mistici cristiani, i lirici paesaggi interiori dei poeti medievali cinesi.

Anche la topografia dei suoi testi è un telaio di molti luoghi rielaborati nella memoria e sempre funzionali al suo  ragionare sulla condizione umana. In particolare, il paesaggio italiano del nord-est entra subito nella sua scrittura e si intreccia a quello del sud-est degli Stati Uniti, dove è nato nel 1935 e dove tuttora vive, per estendersi in seguito fino al Montana, dove passa le vacanze estive. Il risultato è un affresco mitografico animato da epifanie, luci e ombre, importanti date storiche o personali, visioni e ricordi, immaginari incontri con i suoi maestri e citazioni che servono a comporre un ininterrotto dialogo con la tradizione in cui Wright si riconosce. Il paesaggio italiano è inoltre legato a fattori biografici perché proprio in Italia, nel marzo 1959, Wright prese coscienza della sua vocazione poetica. Aveva allora 24 anni ed era un soldato dell’esercito americano a Verona, più attratto dal nostro Paese che dalla vita militare. Un giorno si trovò a leggere “Blandula, Tenulla, Vagula”, la poesia di Pound che definisce Sirmione più bella  del Paradiso, proprio nel luogo, sul lago di Garda, che l’aveva ispirata. Con il sole di marzo che filtrava fra gli ulivi e rendeva l’acqua d’argento, le Prealpi sopra Riva avvolte nelle nuvole e, accanto, le rovine della villa di Catullo, quella “metafisica del quotidiano”, che è il filo conduttore della sua poetica,  gli apparve come la ragione per una vita di scrittura. Abbandonato l’esercito, si mise a studiare poesia, inclusa quella italiana – Montale, Pavese, Leopardi, Campana. Pochi anni dopo, a Roma come borsista Fulbright, traduceva Montale e  leggeva Dante, e traducendo e leggendo imparava a comporre versi e a immaginare grandi architetture poetiche.«I soli due poeti che ammiro e venero», ha scritto, «e che davvero penso che credano in quel che credo io sono Emily Dickinson e Eugenio Montale. Parlo della visione della vita e dell’oltre vita. Mi piace pensare che ci tocchiamo sul piano metafisico oltre che fisico». Dante, invece, è per lui il grande «solco» che ogni poeta deve seguire; la sua poesia «è un grande modello platonico di vita e arte», una sorta di «dizionario» dove andare a cercare significati e prendere a prestito immagini e situazioni per raccontare il contemporaneo. Le trilogie di trilogie in cui Wright ha raccolto i suoi libri di decennio in decennio sono ispirate alla Commedia.

Con i suoi 22 volumi (l’ultimo, Caribou, è uscito pochi mesi fa) Wright ha continuato a raccontare, di libro in libro, il viaggio di un moderno pellegrino in cammino verso una elusiva e improbabile meta, che metaforicamente chiama “quell’immobile puntino di luce al centro dell’universo dove ogni cosa s’incontra”, “la città di luce oltre l’acqua”, “l’altra sponda del fiume”. In questo viaggio, il mondo visibile gli appare come la controparte di un mondo invisibile, dell’infinito in senso leopardiano, del sublime in senso americano, convinto che l’unico paradiso sia qui sulla terra, e che amare il mondo terreno significhi amare un presunto ordine trascendente delle cose. Ogni elemento su cui si posano gli occhi di questo poeta-viandante va infatti a formare un libro magico saturo di messaggi che la lingua, unico strumento nelle sue mani, formula e riformula in provvisorie cartografie di una fiction metafisica.

Come Wright ha detto e scritto più volte, la sua poesia nasce dall’incontro fra  il paesaggio, la lingua e l’idea del divino. Le sue lussureggianti architetture e i suoi pannelli dinamici, sempre nuovi nei vari momenti del giorno e delle stagioni, sono lo spazio entro cui il suo personaggio insegue un Dio destinato a rimanere un’astrazione sospesa nella sua potenzialità. La ricerca della parola assoluta che faccia esplodere il big bang della conoscenza è perciò ragione e giustificazione della sua scrittura, l’unica strada, come scrive parafrasando Dante, verso la “forma che muove il sole e le altre stelle”. L’intera opera di Wright non è, in fondo, che uno straordinario esercizio di stile intorno alla rappresentazione delle “schegge del divino”, di quei momenti in cui il tutto, o il nulla, sembra rivelarsi.

Centrale nella sua poesia è anche il tema della morte, metafora estrema dell’ignoto, il negativo della vita verso cui è diretto il pellegrino postmoderno di Wright. Da questa  prospettiva parte la sua meditazione sulla mortalità umana immaginando, come ogni pellegrino, un nostos, un ritorno a una patria ideale che, per Wright, è il mondo misterioso della natura a cui, in virtù di una  panteistica rigenerazione, ognuno infine si ricongiunge. Scrive in una poesia giovanile: “Se noi, come siamo, siamo polvere, e la polvere com’è certo risorge, / allora risorgeremo, e ci ritroveremo / nel vento, nella nuvola, e saremo il loro effluvio, // una cascata di cose nella cascata del mondo, e scivoleremo, / fra le punte dei rami e le giuntture schiantate dei sempreverdi”. Ecco perché i paesaggi  di Wright fremono di invisibili presenze; ecco perché tutta la sua poesia è un canto alla terra e alle costellazioni del cielo in cui immagina di trasfigurarsi nell’oltrevita.

Nei libri più recenti questo canto ha acquistato un livello sempre più alto di leggerezza in una suggestiva sublimazione delle parole in musica. Il che è, in ultima analisi, la soluzione estetica di Wright alle tematiche metafisiche. Alla lingua, simulacro per eccellenza, il poeta affida il compito di superare i limiti umani  e essere scala all’idea del divino oltrepassando la sua stessa natura per diventare strumento ‘non verbale’ di conoscenza. Nel sottrarre peso alle parole, anche la figura del poeta-pellegrino si rarefà e s’identifica con Orfeo, il poeta mai esistito ma sinonimo di poesia come canto infinito di trionfo e sconfitta. Figura non nuova nella poesia di Wright, il mitico cantore che non riesce a riportare in vita un’ombra diviene ora il suo doppio, come si legge in una poesia  del 2000:

Cammino nel freddo della notte in pieno autunno,
……………………………………come Orfeo,
pensando il mio canto, ansioso di voltarmi,
la mia vita svanita un ornamento, una nuvola alla deriva, dietro [di me,
leggera trascendenza di cenere,
sepolta e risorta una volta, e poi ancora e ancora.
Il marciapiede si srotola come un sonno profondo.
Sopra di me le stelle, stelle austere,
svelano il volto.
Nessun cuore batte alle mie spalle, nessun passo.

Alla figura di Euridice Wright trasferisce il senso di tutta la sua poesia. Come la donna che svanisce nel momento in cui sta per reincarnarsi, così la sua “leggera trascendenza di cenere” (altra immagine per “le schegge del divino”) continua a dissolversi davanti ai suoi occhi e diventa metafora di quell’invisibile punto in cui tutto converge.  L’Orfeo contemporaneo di Wright non sa rassegnarsi a questa perdita e ostinatamente continua a credere di poter trattare l’ombre come cosa salda (altro verso dantesco caro a Wright). Perciò prosegue nel suo viaggio fatto solo di partenze, attese e domande scrutando i mutamenti nel paesaggio e lavorando sullo stile e sulla tecnica per piegare la lingua verso il non rappresentabile, verso la luce, il silenzio e la musica. Queste sue leggere filigrane tessono e ritessono una storia antica tentando di immaginare quell’originale da cui siamo esclusi. “Tutte le poesie”, si legge in un suo adagium, “sono traduzioni”.

Antonella Francini

[Charles Wright, Crepuscolo americano e altre poesie (1980-2000), a cura di Antonella Francini, Jaca Book, 2001; Charles Wright, Breve storia dell’ombra, a cura di Antonella Francini, Crocetti Editore, 2006, da cui proviene in parte questa introduzione.]

***

GUIDANDO IN TENNESSEE (1981)

Strano quel che riporta il passato.
I genitori, ad esempio, come si profilano fervidi
nei brevi e istantanei
lampi di memoria, un piede davanti all’altro
perfino a ritroso, e così inaccusabili.

E le città in cui vivemmo un tempo
e chi eravamo allora, le vie percorse in su e in giù
ritornano davanti a noi come brina
su cui batte la luce della luna, e ritorna Gesù, Stefano [Martire
e San Paolo della Spada…

– Io sono la loro musica,
madri e padri e luoghi dove ci affrettammo nella notte:
accosto la bocca alla polvere e canto la loro canzone.
Ricordati di noi, Galeotto, e fischietta il nostro motivo [quando verrà l’ora,
per amore di carità.

*

DIARIO DEL PRATO (1988)

– Nebbia fra gli alberi, chiazze d’acqua sporca e erba [tagliata
sul passo carraio,
………………s’ingrossa ad occidente il pomeriggio,
un paio d’ore di strada più giù:
strano come la luce ruoti concentrica sul suo asse
…………………………………………avanti e indietro
dopo la pioggia, come se il mondo visibile
fremesse in una goccia d’acqua
…………………………appesa a un filo d’erba:
il passato non è mai il passato:
………………………steso come una lunga lingua
ci camminiamo verso l’umida bocca del futuro,
…………..dove nuovi denti
ammiccano come stelle novelle intorno a noi,
e i venti che ci pizzicano e ci tormentano le orecchie
………………………suonano curiosamente come [vecchie canzoni.

– Crepuscolo profondo e insetti luminosi
………………………compongono un alfabeto sul muro [di levante,
la corazza del cielo venata di blu ronza
a suo modo, estranea a tutto.
Alberi si dissolvono nell’opera della notte,
…………………………case si dileguano nell’aria:
lassù da qualche parte un’immagine aspetta il suo [momento
bruciando come Abramo nel freddo, chiare
……………………………………immensità dei cieli,
aspetta d’accogliermi per completare la mia equazione:
quel che conta è astratto, ed è quel che è l’amore,
candescente nella memoria,
……………………………………………continuo
e incancellabile, come l’amore…

– La ghiandaia fa balzi da canguro nell’erba alta del prato,
poi sù, in un colpo di pennello
………………………………e sulla siepe ad arco.
La luce grava sulle azalee,
i banchi di nuvole di ieri ancora là, affrescati
……………………………sotto la cornice del cielo,
veloce trasfusione di porpora nel verde braccio del [pomeriggio.
Fiori di luce solare come di cera vanno alla deriva
………………………nel frutteto nano e galleggiano
sotto peschi e peri pigmei
su tutta l’America,
………………………………………ed anche qui i fiori
continuano a cadere, all’improvviso, chissà da dove.
L’ombra del merlo arde nella creta rossa di sotto.

– Esclusione è il segreto: ciò che manca è ciò che appare
più visibile all’occhio:
………………………………più le cose sono luminose,
più sottraggono cosa le circonda,
sbucciando via la pelle arsa del mondo
………………………rendendo visibile l’invisibile:
corpo dopo corpo, tutti risorgono nella luce
tattili e ancora molli,
quel rododendro, quella passiflora, quell’abete,
un’architettura dell’assenza,
…………………………un paesaggio le cui parole
sono impronte, immagini che si sfanno se si chiudono le [palpebre:
le porto via perché rimangano lì-
………………quel cespuglio, ad esempio, quello stelo…

– Un calabrone della misura del mio pollice
……………………………si solleva come Gerione
dalla dura tenebra dantesca
sotto la finestra e lambisce la bolgia di stagno della [grondaia,
poi si ritrae come un colibrì
……………………scomparendo, languido, a spirale,
omeri su cui ho voluto sedermi, un volo che ho voluto fare,
depositato nell’oltreluce
……………………………di città accalcate nell’erba,
intermittenti illuminazioni, pianura ferrigna che giace
ingombra di musica e piccoli fuochi,
…………………………proda rocciosa della fossa
alla fine d’ogni strada,
i primi volti che emergono:
……………………………Bico, sei tu qui, amico mio?

*

ULTIMO DIARIO (1988)

Condannati dalla nostra stessa bocca,
…………………noi che confidiamo nelle cose visibili.

Ben presto dimenticheremo il mondo.
………………………E ben presto il mondo [dimenticherà noi.

Il soffio della vita, da questa all’altra trapassando,
è quel che dice il vento, nella sua sola parola
…………………………………la gioia della terra.

Lussuria della lingua, lussuria dell’occhio,
……………condannati dalla nostra stessa bocca…

*

VITE DI SANTI, parte 1 (1997)

Nodo allentato su una corda corta,
la vita continua a sgusciar via sotto di me, intatta ma
calante,
………il suo schema perde schema,
l’abisso blu dell’aria d’ogni giorno
l’inala e l’esala
…………in nuvolette come di fumo,
in piccole filze e fili di vento.

Tutto quello che il lapis dice è cancellabile,
ma non le nostre voci, parole nere e permanenti,
che imbrattano la vita come fuliggine,
……………………………ma non le nostre memorie,
incise come sagome nella mente,
ma non le nostre irrecuperabili azioni…
Il lapis tutto sparge e poi tutto riprende.

Per esempio, eccomi qui fra Hollywood Boulevard e Vine,
a quasi 60 anni, la vigilia di Natale, carni in mostra e [mezzani
e incessante su Walk of Fame
……………………………………lo spengersi di canne
sperando che qualcosa di non-troppo-terribile accada sulla [strada.
La raffica di pioggia si è bloccata di schianto,
le fronde della palma ciondolano seducenti
……………………La vita, come si dice, è bella.

*

Da Caribou (2014)

NINNA NANNA

Ho detto quel che dovevo dire
con tutta la melodia che mi fu data.

Ho detto quel che dovevo dire
nel fondo più in fondo che potessi arrivare.
…………………Sono stato dove

volevo stare ma non a Gerusalemme,
che non esiste, ed è tempo di partire credo,

tempo d’andare,
tempo d’incontrare chi non ho mai incontrato,
……………………………tempo di dire buonanotte.

Donaci il silenzio, non donarci risposte,
donaci ombre e i loro accoliti
…………………………nascosti nel cielo.

*

OLTRE IL RUSCELLO C’E’ L’ALTRA RIVA DEL FIUME

Il buio non esce dai boschi,
…………………non appaiono angeli.
Ascolto, nessuna parola, guardo e non vedo nulla.
Deve nascondersi là l’eternità, è stato così in passato.

Posso aspettare, o posso salire,
come Orfeo, su per i viscidi organi del mio corpo.

Aspetterò, credo,
……………almeno fino a domani notte, o il giorno dopo.
E se il buio non appare,
………………sarà lungo il tempo.
E senza un angelo, sarà più lungo ancora.

[Immagine: Charles Wright, Foto di Michelle Cuevas.]

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Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

One comment

  1. Sandra says:

    Grazie per queste poesie che ci permettono di avvicinarci a un modo di vedere gli spazi e le distanze immense d’America. Quanta elesticità in queste poesie.

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