Otto domande sul lavoro dell’editor – Giulio Mozzi

Continua la nostra serie di interviste agli editor italiani.
Abbiamo sottoposto il questionario a Giulio Mozzi, che esordisce con una precisazione: io non sono un editor.
La parola “editor”, nelle case editrici da una certa dimensione in su, indica la persona che sceglie i libri da pubblicare. L’editor è quindi, più o meno, quello che una volta si chiamava “direttore di collana”. In queste case editrici, accade spesso che non sia l’editor a fare il lavoro di editing, spesso affidato a figure professionali interne gerarchicamente più in basso, o addirittura a figure professionali esterne.
Io sono un “consulente editoriale”. Mi sono formato lavorando per Theoria alla fine degli anni Novanta; ho lavorato per Sironi Editore (2001-2009) e per Einaudi Stile libero (2008-2014), attualmente – da metà marzo 2014 – lavoro per Marsilio. Come consulente ho un potere di proposta, ma non di decisione. E mi è capitato spesso di fare lavori di editing.

1) Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
L’opera deve sembrarmi bella, o ameno potenzialmente bella. Oppure devo avere la sensazione che l’autore potrebbe comporre delle opere belle.
Non c’è niente di scientifico in tutto questo. È il mio corpo che reagisce.

2) Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
Ho imparato a distinguere più speditamente tra ciò che è da scartare dopo una scorsa (30 pagine e una sfogliata è il mio impegno morale; ma basterebbe molto meno) e ciò che va letto con cura (cioè il 10% circa di quanto mi arriva). Ho imparato a distinguere più speditamente tra ciò che è mera imitazione e ciò che è originale.
Non ho ancora imparato bene a capire che cosa fare con le opere non belle ma passabili. Bisogna capire se il “passabile” è il limite massimo dell’autore, o se si può aiutarlo ad arrivare alla bellezza.

3) Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
Credo che la domanda dovrebbe essere rivolta a un editor.
Nella mia qualità di consulente mi succede spesso di lavorare con gli autori di opere che mi sembrano potenzialmente belle. Dico loro: “Se la presento all’editore così com’è, me la rifiutano; proviamo a ragionarci”. Non si tratta di “influenzarli”: il verbo “influenzare”, come usato qui, mi pare una sciocchezza. Si tratta, spesso, solo di far capire loro quanto siano importanti la pazienza, l’accuratezza, la concentrazione, la riflessione. E, talvolta, si tratta di prestar libri, di essere disponibili a chiacchierate sui massimi sistemi, di mettersi davanti a un malloppo di pagine e mostrare le ingenuità.
Poi, per carità, può capitare (è capitato: alle cinque di mattina, appena alzati, tra un caffè e un altro caffè e perché no un altro caffe?) di mettersi ad affabulare forsennatamente, e reinventare da cima a fondo un progetto narrativo altrui. Ma una volta in vita basta, credo. E comunque si trattava solo di svelare ciò che c’era già.

4) Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
Sono nato in una famiglia colta, a orientamento scientifico. Ho cominciato con Topolino e Salgari, come tutti. Non ho compiuto studi letterari (mi sono fermato al diploma di maturità classica). Ho ricevuta un’importante formazione da Guido Lorenzon, quando lavoravo nell’ufficio stampa della Confartigianato veneta. Ho letto disordinatamente e molto. Un amico di un anno più giovane di me ma da sempre molto più maturo, Stefano Dal Bianco, mi ha introdotto alla lettura della poesia. Un’amica di dieci anni più giovane di me, ma da sempre molto più matura, Laura Pugno, nel corso di anni e anni di corrispondenza (carta, busta, francobolli) mi ha insegnato a pensare alla scrittura come al contenitore di un’amicizia. Un amico un poco più giovane di me, e di recente acquisizione, ma sicuramente da sempre più maturo di me, Leonardo Colombati, ha portato alla luce la mia passione nascosta per i marchingegni narrativi devianti e bizzarri. Non tanto gli autori e le letture: ma gli amici sono stati e sono importanti.

5) A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Non ho modelli. Nessuno mi ha insegnato questo mestiere. Sono un improvvisato.

6) Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
Costringere gli editor e/o i loro stretti collaboratori a leggere davvero ciò che propongo loro è la parte più difficile e frustrante del mio lavoro di consulente.

7) Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Non mi piace giocare a immaginare come sarebbero andate le cose se non fossero andate come sono effettivamente andate, e così via. I discorsi del tipo “Oggi Kafka non lo pubblicherebbe nessuno” mi sembrano sciocchi: Kafka non è vivo oggi, punto.
È troppo idiota se dico che ho amato, e amo, Omero, i tragici, Virgilio, Agostino ecc. ecc., fino a John Barth o Hermann Broch o Mario Pomilio?

8) In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
Ma che ne so. Questa è una domanda per un sociologo, non per me.

Hanno risposto alle nostre otto domande anche: Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio, Gabriele Dadati, Giulia Ichino, Andrea Gentile, Matteo Alfonsi, Nicola Lagioia, Federica Manzon, Elisabetta Migliavada, Jacopo De Michelis, Francesca Chiappa, Giuseppe Catozzella, Gemma Trevisani.

Mario de Laurentiis (Napoli 1969 – Segrate 2666).

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