Otto domande sul lavoro dell’editor – Nicola Lagioia

Continua la serie delle interviste agli editor italiani.
Abbiamo sottoposto il questionario a Nicola Lagioia, editor di minimum fax.
Hanno già risposto alle nostre otto domande: Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio, Gabriele Dadati, Giulia Ichino, Andrea Gentile, Matteo Alfonsi.

1) Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
Una volta un autore mi mandò il suo manoscritto scrivendomi che aveva composto il romanzo cucendolo addosso a quelli che immaginava fossero i miei gusti. Ma il bello della letteratura sta nel fatto che io, prima di aver letto Melville, non riesco proprio a immaginarmi una creatura come Moby Dick né un personaggio come Achab. La letteratura deve prenderti alle spalle, non soddisfare le tue presunte esigenze di lettore prima e di editor poi. A ogni modo, se ci fossero delle caratteristiche preordinate a cui un libro dovrebbe rispondere per piacermi, non sarei un buon lettore e un buon editor, o comunque non sarei il lettore e l’editor che voglio essere. Diciamo che, molto pragmaticamente, capisco che il libro sta colpendo la mia attenzione quando inizio a leggerlo dimenticandomi del tutto che si tratta di una prestazione di lavoro contro denaro. Quando, in definitiva, quel libro (se non lo avessi tra le mani) me lo andrei a comprare e inizierei a leggerlo indipendentemente dal fatto di trarne altro vantaggio che non sia la lettura in sé.

2) Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
Sono diventato un po’ più veloce, probabilmente. La percentuale tra non libri, libri orripilanti, libri brutti, libri mediocri, libri così così, libri niente male, libri belli, libri bellissimi è rimasta pressoché inalterata nel tempo, e dunque anche il mio sentimento di (non) entusiasmo probabilistico estraendo dal mucchio il manoscritto da leggere. Ovviamente da leggere (quest’ultima frase) in senso figurato, visto che ormai leggo quasi tutto a schermo.

3) Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
L’ho detto molte volte, lo ripeto qui. L’editing, a mio parere, è un esercizio di maieutica. Dunque, le regole fisse son due: a) l’editor non deve credersi coautore di alcunché; b) l’ultima parola ce l’ha lo scrittore. L’editor cerca di far diventare il libro ciò che già è in potenza, aiutando l’autore a tirar fuori ciò che (a livello latente) è ancora rimasto inespresso (che in certi casi potrebbe voler anche dire “troppo espresso”) senza che l’autore se ne sia totalmente accorto. Uno scrittore minimamente consapevole in cuor proprio sa, cosa ancora non funziona nel suo libro, dei campanelli d’allarme stanno squillando nelle profondità (ma anche più semplicemente nei sottoscala) della sua coscienza. Solo, sono coperti da sordine. L’editor, aiuta a togliere quelle sordine, così lo scrittore può sentire i propri stessi campanelli d’allarme suonare forti e chiari. In questo caso non è l’Europa che ce lo chiede, è proprio il libro che domanda di essere lavorato ancora un po’, così come un Lolita senza la scena dello scontro Quilty/Humbert Humbert chiederebbe che quella scena fosse scritta.

4) Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
La mia formazione culturale è stata a un certo punto leggere una caterva di libri e non fermarsi più. Farne una ragione di vita. Ma questo posso dirlo guardando a un me stesso passato come si fa coi morti. Essendo le mie giornate fatte di questa stessa formazione, non esiste più un fuori. È esistito, ma era per qualcun altro.

5) A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Mi ispiro al libro su cui dobbiamo lavorare. Grazie al cielo lavoro per una casa editrice che non mi obbliga a pubblicare libri che non mi piacciono. Lavoro solo su ciò che mi piace. Ciò che mi piace, di solito, non è un libro nato dal niente (dunque un libro brutto o un non libro), ma qualcosa che sta nel solco di una tradizione. Anche i libri più innovativi, perfino i cosiddetti libri di rottura, viaggiano in quel solco. Magari per provare a sottrarvisi a tradimento, ma anche nell’atto della fuga si sente la forza della tradizione (si sente magari nella violenza dello strappo da qualcosa che esisteva) e allo stesso tempo, se quello strappo è abbastanza potente, lo strappo stesso diventa a propria volta tradizione, e dunque io, leggendo, sento proprio tutta la musica degli anni, dei decenni e dei secoli passati. Bene, mi affido alla musica e questo è tutto.

6) Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
La parte più difficile è anche la più frustrante. Tutto ciò che non ha a che fare con la letteratura. Ciò che ha a che fare con programmazioni editoriali, diplomazia, eventuali rapporti da ricucire tra autori e casa editrice, autori e insuccesso, casa editrice e insuccesso, autori e successo, casa editrice e successo, non crisi esistenziali o spirituali degli autori però (lì è sempre un manicomio interessante in cui non si è mai secondini ma sempre coinquilini, quella è una parte bellissima) ma problemi di distribuzioni, quello sì, di recensioni (troppe o troppo poche), di anticipi (troppo o troppo poco), di diritti secondari ecc. ecc. Insomma, sto forse dicendo che amo la letteratura quanto considero l’editoria un male necessario? No. L’editoria è bellissima proprio perché è contingenza, concretezza, artigianato, macchie di grasso, rotture di coglioni, frustrazione. Fa tutto parte del gioco.

7) Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
L’elenco sarebbe troppo lungo.

Oggi farebbero molta fatica a pubblicare gli autori che alla loro epoca erano best-sellers e ora non sappiamo più neanche chi sono. Mentre non farebbe fatica a pubblicare né Nabokov né Proust né Thomas Mann e nemmeno Beckett. Del resto… si pubblica Sebald, David Foster Wallace, Littel, Bolaño, Tedoldi, Saunders, Pynchon, Onetti, Sabato, Coetzee (ben prima del Nobel) e tanti, tantissimi autori cosiddetti difficili. Sia lode all’editoria, che è così coraggiosa da pubblicarli. Sia maledetta l’editoria, che non riesce sempre a valorizzarli come si vorrebbe.

8) In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
I lettori cercano in un libro un bel libro. I coprofagi sono tutti involontari. Si fanno piacere la merda perché non sanno di avere papille gustative in grado di fare dell’ambrosia un’esperienza sinestetica.

22/03/2014
0 commenti
TORNA ALLA PAGINA PRECEDENTE

Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>