Otto domande sul lavoro dell’editor – Ginevra Bompiani

Nuoviargomenti.net propone un questionario sul lavoro dell’editor. Lo scopo delle otto domande è far emergere le specificità di ognuno degli intervistati, ripercorrendone la formazione e i gusti, e tracciare una variegata mappatura di approcci ai testi e prospettive editoriali. Per provare a trarre anche delle riflessioni di carattere più generale sul pubblico dei lettori oggi, su cosa ricerca in un libro e su come è cambiato il nostro modo di leggere.
La serie si apre con le risposte di Ginevra Bompiani, di Nottetempo.

1)  Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
Una lingua pensata.

2)  Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
È meno illuso, e quindi più svogliato. L’illusione riparte leggendo o rileggendo un classico, o qualche romanzo orientale o americano. Perché nasca l’illusione, bisogna che ci fosse anche nell’autore.

3)  Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
Dipende, può succedere di suggerire a un autore un argomento (non tanto narrativo quanto antropologico). Ma poiché la scrittura non fa più parte del bagaglio necessario dello scrittore, l’editor passa sempre più spesso sulla stesura finale per toglierle spigoli maldestri. Se però fin dal principio si sceglie una ‘lingua pensata’, allora è meglio lasciarla fare, seguirla nei suoi meandri, nelle sue asprezze, che sono più sapide di qualsiasi rimodellatura.

4)  Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
Oh oh, passiamo la giornata…

5)  A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Quando avevo vent’anni, andai a lavorare nella casa editrice di mio padre dove mi misero a correggere le ‘voci’ del Dizionario. Come primo esercizio, Paolo De Benedetti mi diede una pagina del “Taglio del bosco” di Cassola da correggere. E io, come potevo, lo feci. Non penso che il lavoro sia cambiato, semmai si è rassicurato, ma i modi e i criteri penso siano sempre quelli. Diciamo: intrepidi e rispettosi.

6)  Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
Quando fai il lavoro e poi l’autore riscrive e tocca ricominciare da capo! D’altra parte è giusto così, non penso che un libro sia un’opera a più mani (anche se comincia a esserlo), e spesso il lavoro che hai fatto serve all’autore a riscrivere in modo più profondo e consapevole.

7)  Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Ne ho amati troppi per enumerarli. E li vedo tornare sui tavoli degli editori, soprattutto i piccoli e medi che sono sempre alla ricerca di nuovi/vecchi titoli, di grandi dimenticati, e non hanno paura di ripubblicarli. La questione è quali libri incontrano difficoltà a farsi leggere. Tutti quelli che non scorrono via come un torrente in piena, con sassi e fanghiglia. I fiumi più lenti, i laghi, gli oceani… Per leggere bisogna rallentare, prendere tempo e silenzio (come spiega Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”).

8)  In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
Come dicevo, il modo di leggere è diventato impaziente e distratto. Solo quello che colpisce, che fa rumore, che agita e trascina, viene letto. La lettura è stata, per tanti secoli, una sospensione di realtà, una pausa dentro alla morsa degli eventi. Oggi di realtà ce n’è poca, siamo circondati di dispositivi che fingono di condurci a lei, mentre ci riportano a noi. È come vivere in una stanza piena di specchi, sperando di attraversarli. Per questo, credo, o anche per questo, si legge poco. Perché il gesto del nostro tempo non è quello di appartarsi, ma quello di sbattere contro gli specchi, o contro la gabbia, come tanti uccelli allarmati.

 

Mario de Laurentiis (Napoli 1969 – Segrate 2666).

2 comments

  1. Lucia Stefanelli Cervelli says:

    Come è possibile essere così saggiamentie individuanti dell’odierna situazione editoriale – che è poi la diagnosi della terribile crisi della cultura di massa del nostro tempo – e poi continuare ad esplorare sempre le solite vie per trovare ciò che si vuole pubblicare’!Chi invia qualcosa, che pure è stato ampiamente apprezzato con documentabili giudizi scritti, ma che,come è capitato a me, non ha alcuna precedente segnalazione che richiami l’attenzione dell’editore sulla propria opera, non è ritenuto neppure degno di risposta. Se si continuerà così a creare implacabili muri di gomma che respingono con la violenza “morbida” del rimbalzo al mittente, perché lagnarsi e rimpiangere di dover soltanto rifugiarsi nelle pur vive “illusioni “delle riletture dei classici?
    Mi rendo conto che, data la quasi inesistente qualità stilistica della scrittura odierna, il campo letterario offre una produzione inutile e sterminata, ma dove trovare un editore che abbia il coraggio del suo libero giudizio critico, un criterio di statuto letterario,la liberalità intelligente dell’ascolto, la curiosità di vagliare una proposta? Non è che restiamo sempre il Paese della celebrazione postuma? Oggi i riflettori non si accendono su ciò che vale, ma si puntano su ciò che si decide debba esser visto: Fazio insegna!
    Con i più cordiali saluti, Lucia Stefanelli Cervelli autrice de “L’occhio strabico”

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