Otto domande sul lavoro dell’editor – Andrea Gentile

Continua la serie delle interviste agli editor italiani.
Abbiamo sottoposto il questionario a Andrea Gentile, editor del Saggiatore.
Hanno già risposto alle nostre otto domande: Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio, Gabriele Dadati, Giulia Ichino.

1) Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
L’esplorazione di universi simbolici, di microcosmi, di particelle infinitesimali, la lingua pulsante, deviata, irta di ortiche mastodontiche, o di spine che sono chiodi, il ripiegamento della lingua stessa in abissi che non sono strutturali, ma legati al sentimento – non si può dire “ecco l’abisso, non sono convinto di questo abisso” – gli archi infiniti, ma anche l’ambizione, artistica o fenomenologica, il coraggio nella conduzione di una barca argomentativa, il coraggio di navigare sempre diritti, ostinatamente, indomiti, non temendo le avversità, il coraggio di navigare mai completamente diritti, ma deviare, svoltare, inabissarsi, che sia un sottomarino, che sia una barchetta gonfiabile. Aggiungo però che, in qualità di editor (in particolare di editor di saggistica), la mia attenzione è ancora più incentrata a un altro tipo di testo, ossia il testo costruito dalla casa editrice per cui lavoro, un testo fatto di testi, un organismo vivente costituito da libri e libri. È questo, sul lavoro, il testo che maggiormente mi interessa. Attraverso la lettura, la selezione, la commissione, in generale la pubblicazione di testi, s’intende, cioè, configurare un’architettura in perenne costruzione, alcuni libri sono mattoni, altri guglie, altri affreschi, taluni, a volte, si rivelano fatti di un cemento non così superlativo come si auspicava, di qualità inferiore rispetto alle previsioni del capitolato. Mi pare di potere dire che, oggi, ancora più del passato, sia necessario lavorare così, erigendo torrette, prevedendo fossati, portando avanti, per esempio, l’idea di casa editrice di Roberto Calasso, “un lungo serpente di pagine”, e cercare di ampliarla, renderla tridimensionale, appunto, e costruire non solo in orizzontale, ma in particolare in verticale, cercando, invano, di lambire il cielo.

2) Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
Negli anni si acquisisce maggiore consapevolezza, certamente, e maggiore propensione allo svelamento di strati e substrati, ma la lettura – parlo di quella non necessariamente svolta per lavoro, ma talvolta anche di quella svolta per lavoro – è tale quando è immersiva, esperienziale, quando sedimenta e squarcia significati.

3) Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
Il ruolo principale di un editor continua a essere quello del filtro, della mediazione. Deve sentire la responsabilità delle sue scelte, configurandosi per sua natura, come scrive da anni Alberto Cadioli, come “editore iperlettore”, editore per conto di. È una sorta di rabdomante, anche. Deve scovare, immaginare, vedere un libro in una riga, o in una parola. Addirittura in pochi sguardi.

Nel suo rapporto con l’autore, invece, credo che un buon editor non debba influenzare bensì sentire; si tratta, talvolta, di percepire le viscere dell’autore, estrarle e mostrargliele, affinché egli stesso, se non l’avesse già compreso appieno, capisca di che materia è fatto. Si tratta di sentirlo vibrare, testualmente, talvolta umanamente, di essere mimetici, di tramutarsi talvolta in una grondaia, semplicemente, essere un mezzo affinché l’acqua transiti.

4) Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
Ovviamente è impossibile tracciare una linea di completezza; grazie anche ai casi della vita, solco diverse aree, e ho interessi piuttosto disparati – e di conseguenza non necessariamente profondi – che vanno dalla letteratura medievale a quella del novecento, dalla poesia alla filosofia all’antropologia, fino ad alcuni studi più laterali e assai meno eterogenei, allestiti ad un livello assai dilettantesco.

5) A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Molto si impara dagli incontri; penso, per esempio, all’apprendistato costante compiuto, negli anni, al fianco dello storico editor del Saggiatore Aurelio Pino, o, in un altro senso, – più legato alla struttura di un’opera, alla sua costruzione – al contatto quotidiano e molto arricchente, alcuni anni fa, con Enrico Deaglio, per la stesura di Patria. Ma per quanto riguarda il lavoro sui testi degli altri, non seguo modelli di riferimento; mi pare che molto abbia a che fare con la personalità, e molto abbia a che fare, quando possibile, al di là dell’intervento sui testi, sulla costruzione di un fitto tessuto dialogico con l’autore. Poi c’è il testo, è vero, ma quando molto si dialoga, si entra in sintonia, si costruisce, si collabora, ci si avvicina a un testo che è sicuramente quello più vicino all’identità dell’autore, e l’editor non ha fatto altro che leggere la sua vera identità, e dunque accompagnarlo, spingendolo, eventualmente, a generarla.

6) Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
Non vedo sezioni del lavoro che mi paiono frustranti. È un lavoro stancante, senza dubbio, ma bello in molte delle sue parti. Probabilmente, l’unico pensamento quotidiano che si avvicina a qualcosa di simile alla frustrazione è l’assenza del tempo necessario per scrivere i propri testi. Li porti dunque con te, durante il giorno, nella mente, e devi continuamente relegarli in un angolo, per non inficiare il tuo lavoro sui testi degli altri. Per scrivere, restano poche ore al giorno – sono ore notturne! – e i fine settimana. Lavorare di rimbalzo su questi due emisferi totalmente differenti, ma allo stesso tempo collegati, ha un suo fascino, e d’altronde non sono certo l’unico a vivere questa situazione: diversi editor da voi intervistati infatti vivono la condizione di essere anche scrittori.

7) Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Mi pare di potere dire che, negli ultimi vent’anni, l’andamento generale sia stato quello di proporre libri improntati sul criterio della leggibilità ad ogni costo. Si è assistito a un fenomeno piuttosto bizzarro. Gli editori – parlo ovviamente in generale – hanno tentato di rivolgersi principalmente ai lettori non abituali, e questo potrebbe essere un bene, ma così facendo si sono spesso dimenticati dei lettori abituali, che di fatto hanno da sempre portato avanti il mercato. Il fenomeno generale è stato questo, mi pare. L’ha sintetizzato un mio amico, Lorenzo, durante una cena, e mi è parsa una buona metafora. Il comportamento generale di certa nostra editoria è stato questo: è esattamente come aprire un ristorante di carne, vendere carne, tanta carne, non carne argentina, polletti surgelati cotti poco, cotti troppo, cotti male, a un solo tipo di clienti: qui solo clienti vegetariani.

8) In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
Non penso che ci siano molte differenze rispetto al passato. Il lettore, in un libro, cerca l’esperienza, l’immersione, l’agnizione e non solo. Non credo all’idea che la modernità – i tweet, i post, o i serial, o tutto quello che vogliamo – soppiantino in due minuti una tradizione ultramillenaria, una consuetudine quasi genetica dell’uomo. Ci sono molti uomini che non sanno godersi la meraviglia, per esempio il sorriso di un passante. Molti non sanno godersi l’esperienza della lettura, l’incanto della letteratura. Ma questo non significa che non siamo di fronte a qualcosa di profondamente umano, e quindi, autentico, inarrestabile.

Mario de Laurentiis (Napoli 1969 – Segrate 2666).

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