Otto domande sul lavoro dell’editor – Stefano Izzo

Continua la serie delle interviste agli editor italiani. Dopo Ginevra Bompiani e Carlo Carabba, risponde al nostro questionario Stefano Izzo, editor della narrativa italiana Rizzoli.

1)  Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
Almeno una di queste: scrittura, idee, originalità.

2)  Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
Eccome se è cambiato. Leggo in maniera più compulsiva, passo rapidamente da una cosa all’altra perché non ho mai davvero il tempo di dedicarmi a ogni libro con tutta l’attenzione e la calma che vorrei: riesco a soffermarmi e a gustarmi soltanto pochissimi testi. Nel tempo libero faccio molta fatica a leggere romanzi italiani contemporanei, sia perché ne mastico già troppi per lavoro, sia perché non riesco a leggerli senza smettere di lavorare: continuo a chiedermi come potrei migliorarli, cosa avrei suggerito all’autore se fossi stato io il suo editor, che tipo di publishing avrei pensato. Il dovere sovrasta il piacere, insomma. Anche per questo la sera, in quel minimo momento di libertà che rimane prima di spegnere la luce, mi lancio più volentieri sui classici – la cui autorità è indiscussa, li prendo come sono e mi limito a godere della loro grandezza –, sulle biografie, sui gialli e sui fumetti.

3)  Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
Mi sembra che “influenzare” abbia una connotazione negativa che il mestiere dell’editor non possiede, o non dovrebbe possedere. Ciò detto, esistono due casi. Nel primo, l’editor valuta il testo e individua degli aspetti, se ce ne sono, che secondo lui potrebbero essere migliorati, sia per motivi stilistici e narrativi sia per motivi commerciali; li sottopone all’autore, ne discute con lui, si decide insieme il da farsi. Nel secondo, l’editor ha l’idea per un libro, individua la persona che a suo parere potrebbe svilupparla nel miglior modo, gliela propone; l’autore ci riflette il tempo necessario, magari approdando a qualcosa di decisamente nuovo rispetto allo spunto iniziale, progetta una scaletta, la rivede con l’editor e se c’è accordo inizia la scrittura vera e propria. Tra questi due estremi esistono numerose vie di mezzo, ma in nessun caso ci sono imposizioni, forzature, litigi, e in fondo il coltello dalla parte del manico ce l’ha l’autore: l’ultima parola è sempre la sua.

4)  Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
Un percorso molto “normale”. Un amore smodato per i libri, una laurea in Lettere, un vago eppure bruciante desiderio per l’editoria, ma nessuna concreta possibilità di trovare un lavoro. Poi, a 25 anni, l’incontro fortunato con Stefano Magagnoli, allora direttore mass market Mondadori, che ha visto qualcosa in me e ha deciso di darmi un’opportunità. Da allora tanti sacrifici, tanta passione, la consapevolezza che non si smette mai di imparare.

5)  A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Non ho un modello e sinceramente non so se è possibile averne. Credo che l’editing cambi ogni volta, la sua caratteristica (e anche il suo fascino) è proprio che deve adattarsi ai testi. È fatto di buon senso, precisione, sensibilità linguistica, rispetto, intuizione: doti che è necessario possedere per natura e allenare nel tempo, anche attraverso gli sbagli. Una delle cose belle di questo lavoro è che ogni editing, ogni confronto con le scritture altrui, ti lascia dentro una traccia: da ciascun autore si finisce sempre per assorbire qualcosa, uno stilema, un idiosincrasia, un trucco, un nuovo grado di sensibilità alle parole.

6)  Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
La parte più difficile è la gestione psicologica. Capita di dover lavorare in tempi molto stretti, contemporaneamente su più progetti uno diverso dall’altro, con grandi responsabilità sulle spalle, fronteggiando personalità spinose e fragili come quelle degli scrittori. La più frustrante è quella in cui devi prendere atto che talvolta le cose migliori che pubblichi passano inosservate agli occhi del mondo.

7)  Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Ho amato molti autori, soprattutto del Novecento, soprattutto americani. Credo che oggi il 99% dei grandi del passato avrebbe difficoltà a trovare un editore, ma questo è inevitabile e tutto sommato giusto: i libri sono espressioni del loro tempo e neppure chi li pubblicò allora poteva immaginare che avrebbero attraversato il tempo per arrivare a noi (anzi, com’è noto, molti maestri dovettero pubblicare a loro spese, o comunque furono osannati soltanto dopo la morte…).

8)  In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
Viviamo nell’epoca di Twitter e della scrittura rapida. La nostra mente, mi pare, si sta abituando a comunicazioni e forme narrative sempre più veloci, essenziali, nette. Credo che questo stia inevitabilmente modificando anche il nostro modo di leggere. Scegliamo i libri con la compulsività con cui facciamo zapping in tv o passiamo da un video all’altro su Youtube. La soglia di attenzione si è abbassata drasticamente e oggi chi (ancora) legge cerca idee, storie, personaggi capaci di colpirli in pochi attimi. Tutto il resto – lo dico senza moralismi – è destinato a diventare rumore di fondo e poi a sparire. Ai posteri l’ardua sentenza.

Mario de Laurentiis (Napoli 1969 – Segrate 2666).

2 comments

  1. blackberry says:

    da lettrice “esigente”, l’ultima risposta fa molta tristezza… penso che gli scrittori e le case editrici dovrebbero andare contro questa deriva semplificazionista della letteratura e del linguaggio, ma forse io sono solo un panda da riserva, che continua ad approvare Eco per non aver voluto tagliare niente dalle prime cento pagine del Nome della rosa

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