Otto domande sul lavoro dell’editor – Gabriele Dadati

Continua la serie delle interviste agli editor italiani.
Questa è la volta di Gabriele Dadati, editor della narrativa italiana per Laurana.
Hanno già risposto al nostro questionario Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio.

1)   Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
Un libro è un edificio di cui, avendo a che fare con l’esecuzione (la mole delle pagine effettivamente scritte), si intravvede in controluce il progetto, la planimetria inseguita dall’autore nel mentre costruiva, lo studio più o meno attento dei pesi e contrappesi che avrebbero retto i muri. Quel che cerco in un libro è dunque che l’edificio sia quanto più vicino possibile al progetto che c’era alla base, e ancor prima tento di valutare quanto opportuno e sano e peculiare fosse quel progetto. Se progetto e prossimità dell’esecuzione al progetto mi convincono, tento di avere a che fare con quel testo.

2)   Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
Sono sempre stato un lettore vorace, e quindi per certi versi un lettore sciatto, più dedito all’innamoramento veloce per la pagina piuttosto che alla potenziale meditazione da farci a ridosso e alla conseguente – utile – memorizzazione. Questo, ahimè, non è cambiato, e anzi forse è accresciuto dal mio mestiere. Leggo molto, in continuazione, non tanto per piacere ma per utilità, a strappi, a morsi, a brandelli. Tutto sommato, sono il peggior lettore possibile.

3)   Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
Oggi, nella compressione dei ruoli, un editor non è più solo uno specialista nell’ortopedia del testo, ma è anche più generalmente una persona che influenza, nel bene e nel male, la costituzione della linea editoriale della casa o delle case con cui collabora. È molto più “direttore di collana” di un tempo, mi par di capire. E non per superiore valutazione del ruolo, quanto perché veri e propri direttori di collana che non siano esornativi non ne esistono più: non è possibile permetterseli (a meno di non pagarli una miseria, oppure “con la gloria”).
Ritengo che un dialogo attento e continuativo non faccia male. Un dialogo, sia chiaro, non un’ingerenza, un’esplicita costrizione, un ridimensionamento e così via. Due chiacchiere sane.

4)   Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
Sono un italianista, in particolare: sono un filologo. Anche se come posizionamento accademico ho fatto di tutto per essere bastardo, occupandomi principalmente dell’intersezione tra testo e arti figurative dell’Ottocento e del primo Novecento. Ho immagazzinato un po’ di carburante neoclassico (ed è forse questo che rende la mia prosa un pochino legnosa) e un po’ di carburante simbolista (ed è forse questo che apre certi oblò più spiccatamente immaginifici). Dopodiché, ho letto e leggo tutto quello che posso secondo interesse e necessità.

5)   A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Non credo ci si ispiri a un modello, ma a dei principi. Ad esempio: ricordati che al di là di questo testo c’è una persona in carne e ossa, che è visceralmente legata a questo testo e al suo buon esito. Ad esempio: ricordati che non devi sollevare problemi, ma proporre potenziali soluzioni (anche sbagliate, ma utili a far reagire l’autore). Ad esempio: ricordati che l’analisi è l’unico valore, e la sintesi serve solo a vendere, non certo a capire. Ad esempio: ricordati che è meglio comprendere, piuttosto che capire. E così via. Per me è così da quando lo faccio, spero nel tempo di aver imparato a farlo un poco meglio.

6)   Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
Parte più difficile: tenere alto, e costante, il livello d’attenzione. Tenere alta, e costante, la qualità dell’attenzione. E mentre si fa questo, non accusare stanchezza. E se si accusa stanchezza, non farla pesare agli altri in termini di malumori o mancata disponibilità.
Frustrante è – in continuazione – aprire le mani, lasciar andare un libro amato (e il suo autore) per il mondo, e misurare l’asimmetria tra il proprio investimento intellettuale ed emozionale e la pochezza dell’accoglienza che il cosiddetto mercato editoriale riserva.

7)   Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Ne ho amati e ne amo tanti: non sono in grado di scegliere un criterio utile per tratteggiare un’orografia dei valori e stilare un seppur minimo elenco.
Alla seconda domanda non so rispondere, si entra nel campo dell’ipotetico in modo così evidente da crearmi disagio. Segnalo tuttavia che oggi il numero di editori veri e proprio attivi sul territorio italiano (immagino si parli di questo, no?) è di gran lunga superiore a quello di trenta o cinquant’anni fa. Che l’offerta è infinitamente più varia e articolata. Che a fianco del mainstream sono attivi tanti rivoli minori di ricerca e di tutela della bibliodiversità.

8)   In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
A queste domande, ahimè, di nuovo non so rispondere. Non ho dimestichezza con le sintesi stringate fatte sui grandi numeri, né credo si possano individuare utilmente tendenze se non compilando pagine e pagine di dati e provando a interpretarli in maniera articolata. E – ammesso che io ne sia in grado, cosa di cui dubito – ho paura non sia questo il luogo.

Mario de Laurentiis (Napoli 1969 – Segrate 2666).

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