Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /7

Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /7

Settima e ultima parte con le testimonianze delle ultime generazioni per Vittorio Sereni nel centenario della sua nascita. Di seguito i contributi di Lucia Cupertino (1986), Bernardo De Luca (1986), Francesco Terzago (1986), Dario Bertini (1988), Giorgio Meledandri (1988).

Lucia Cupertino – La signoria dell’estate. Di headnotes sereniane e scrittura

In un passo de Il mestiere di vivere, Pavese affermava che L’ammirazione per un gran passo di poesia non va mai alla sua stupefacente abilità, ma alla novità della scoperta che contiene.” (9 ottobre 1935). La stessa corrispondenza tra generazioni poetiche scatta, probabilmente, non in modo dissimile: quando il poeta, leggendo altri poeti, si avverte scopritore di un qualche tesoro e di questo moto e cortocircuito euristici vuole far riverberare qualche tratto nella propria produzione poetica, sia esso nella forma esterna o interna delle sue poesie. In effetti il poeta mentre legge prende quelle che in antropologia si chiamano headnotes, note mentali in costante evoluzione durante il lavoro di campo (nel nostro caso in una alterità non fisica ma letteraria). Esse sono una parte essenziale nella gestazione della scrittura del suo resoconto finale (la raccolta poetica).

Il poeta-lettore slitta dunque dinamicamente verso la posizione di poeta-critico e poi daccapo quella di poeta-scrittore, intento a dar notizia del suo personale viaggio e degli incontri avvenuti con altri poeti.

Le mie headnotes sul Sereni di Stella variabile si sono accalcate sul valore dell’estate, termine la cui occorenza è copiosissima in tutta la sua produzione poetica e che cresce tanto significativamente nell’ultima raccolta poetica da schiudere le porte, con lo stesso  poeta di Luino, alla signoria dell’estate.

Nella mia lettura, Stella variabile, pur nella sua interna asistematicità di impianto, si ricomponeva tutta, nella sua essenziale scansione in cinque sezioni, in un dramma teatrale monologato sull’agonia, rappresentata attraverso l’estate quale equivalente simbolicamente più efficace. L’agonia è annunciata sin da subito -però più come consunzione degli interni, degli edifici, delle città e dei luoghi lavorativi-, si tinge di nero nella seconda sezione e con la terza sezione si afferma appieno attraverso la signoria dell’estate, con un repertorio variegato di immagini e con la nuda ripetizione ossessiva, in due poesie diverse e nel giro di poche pagine, di uno stesso sintagma (Un giorno concavo che è prima di esistere / sul rovescio dell’estate la chiave dell’estate; Sul rovescio dell’estate. / Nei giorni di sole di un dicembre.). Si volge, infine, verso una riflessione filosofica nella poesia d’apertura della quinta sezione, Verano e solstizio. Qui il poeta riflette sul perdurare della primavera nell’estate (concetto al quale dedica una nota), il sublime di ciò che è bello ed è già esanime. Non è solo la sepolcralità, trasmessa dallo stagliarsi del romano Cimitero del Verano, ciò che si vuole risaltare, bensì pure la morte palpabile e imminente, annunciata dall’apparizione della “solista dell’ultima ora di luce”, la cicala. Nel suo rincarare “l’univoca la vermiglia voce abbuiandosi”, essa compie una performance a metà tra quella stravinskiana de Le Sacre du printemps e quella de La morte del cigno di Fokine. Rituale sacrificale e sfiorire del canto attraverso il canto: questa l’amara consegna di una poesia densa proprio per il valore euristico dello stridio della cicala la quale, con lo squarcio della rivelazione, dice all’io poetico quanto il suo interlocutore non aveva saputo o voluto dire. Quasi tutte le poesie a seguire parleranno di agonie di piante e fiori, come l’estivo squamarsi dell’albero in La malattia dell’olmo. É una delle ultime e più riuscite variazioni sul tema di quel nucleo già presente in una delle poesie conclusive di Diario d’Algeria: “E non è fiore in te che non m’esprima / il male che presto lo morde” (Diario bolognese). Del resto, con la scrittura sereniana siamo adusi a processi di invarianza generati da quell’ “agguato di un pensiero da sempre simile a sé” (Posto di lavoro) che assilla il poeta. Invarianza che sembra essere ciò che spesso trasforma tutte le città nella timida ripetizione dello stesso luogo (a Varese a Toronto a… è il verso conclusivo di A Toronto), laddove, peraltro, molte città di Stella variabile rappresentano i gates dei suoi viaggi (New York, Toronto) nella loro forma più dinamica o daccapo l’agonia di uno splendore che cede il passo alla decadenza nel caso di Venezia e Tenochtitlan o, infine, lo sfondo familiare sfumato e da cui congedarsi (Milano, Luino, Lugano). Rarefazione di paesaggi entrati nelle ossa. Invarianza che, paradossalmente, proprio nel suo persistere diventa una piacevole scoperta nella lettura di Sereni e fa di tutte le estati rammemorate dal poeta una stessa struggente, ripetuta agonia dell’ordine delle stagioni e dell’oscillare tra la vita e la morte.

L’infiggersi prepotente di un’headnote come questa, col tempo smussata e rivisitata, è stata la linfa a correre poi sotterranea nei miei versi. E così, in alcuni miei ultimi lavori e nella silloge inedita Antipodiche rive, qualcosa si riaccende fino all’aperta citazione nei versi conclusivi di una poesia (In una Pompei che non fu / ancora s’infervorano le cicale.) o penetra a livello profondo nella struttura interna della poesia e della poetica, mescolandosi alla mia voce poetica, ad altra materia coerente ed incoerente che alimenta il poema. Quel senso di agonia generato da una potenza sovraumana che sfianca i corpi è parte de I lavori del sole e si articola attraverso le immagini del sorriso di chi è malato dell’inguaribile kuru e della tanta oscurità inserrata nella chiarità (Quanta morte / nel brillo d’occhi / con cui stanotte / illumini i passi.). Quel senso di sgomento di fronte alla paradossale bellezza di ciò che è prossimo a dissiparsi si fa più insistente proprio attraverso un catalogo di immagini tratte dal mondo floreale in questi versi: Vedi, il ramo di jacaranda / che hai raccolto è bello, è morto / già tra le tue mani gioiose, / il marciapiede prima di te / l’ha raccolto e constatato. E poi, in chiusura della stessa poesia: non l’avevo capito, continui a dire / in un prorompere di luce in volto, / quant’è più fatale la bellezza / di linee lasciate al loro fluire. É lì l’headnote nascosta, a nutrire di corrispondenze e ammirazione freschi versi.

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Bernardo De Luca – Lirica e destino. La contraddizione

«Ogni opera scritta rappresenta il mondo sotto il simbolo di un rapporto di destini; il problema del destino determina ovunque il problema della forma».

György Luckàcs, L’anima e le forme

In un primo momento, il modo in cui ho letto Sereni mi ha portato a un’identificazione quasi totale con la sua parabola poetica. Sentivo profondamente mia quella che Raboni definì «la connessione del destino intrinseco della poesia con il destino estrinseco del poeta», riferendosi alle poesie inedite che formeranno poi Gli strumenti umani. Era proprio il destino che le forme sereniane veicolavano a catturare la mia attenzione; destino che, dal punto di vista tecnico, si formalizzava attraverso tre modalità retorico-stilistiche: 1) la rappresentazione allegorica dell’esperienza vissuta, 2) la problematizzazione delle forme poetiche ereditate, 3) il movimento drammatico impresso alle liriche.

Per quanto riguarda il primo punto, Sereni è stato forse il poeta che più di tutti ha concentrato l’attenzione sui dati dell’esperienza vissuta: usando le sue parole, poeta «di attimi non di anni». Tuttavia, questa sola lettura potrebbe banalizzare eccessivamente quella che è una costruzione formale complessa. Infatti, i dati dell’esperienza in Sereni non sono mai restituiti semplicemente, ma vengono piegati in funzione allegorica, per cui la descrizione concreta dei fatti di una vita assurge ad una figuralità che getta nuova luce sul passato e sul presente. È un processo che inizia con il Diario d’Algeria e con il trauma bellico (trovando pieno compimento negli Strumenti umani); a tal proposito, una poesia a me molto cara è Sola vera è l’estate, nella quale la seconda ed ultima strofa, breve e lampante, permette di rileggere allegoricamente l’esperienza della prigionia descritta precedentemente: «compatto il guscio d’oblio/perfetto il cerchio». È una strada che potrebbe essere ancora percorsa, sebbene con modalità diverse.

Per il secondo punto, invece, a mio avviso Sereni ha mostrato come il lavoro sulle forme metriche e tonali ereditate sia di per sé spia di quello che dovrebbe essere il fine di ogni poesia moderna: la raffigurazione e la condivisione dello stato del soggetto contemporaneo. Quando, infatti, la poesia è stata legata a un progetto di sola rottura, o si è caduti nell’inganno della mimesi dissociata delle forme della società neocapitalista, o si è finiti per ingabbiarsi all’interno di un discorso esclusivamente letterario. Invece, soprattutto a partire dagli Strumenti umani, Sereni costruisce i suoi testi con passaggi di rottura, riproposizione e rimodulazione delle tipologie di verso ereditate, immettendo il lettore direttamente al centro delle contraddizioni formali del suo tempo. Non che questa sia l’unica via, tutt’altro. Fondamentale per me è essere consapevoli che il testo poetico stabilisce un contatto con il lettore a partire proprio dalle forme che l’autore sceglie: come pensava Northop Frye, la lirica è il genere che più di tutti finge l’assenza di un pubblico; tuttavia, quest’assenza si colma se pensiamo che proprio le forme metriche sono il primo e immediato segnale lanciato al lettore. Non a caso, quando ad esempio si decide di scrivere poesia in prosa, questi segnali sono trasferiti su altri fattori: come ritmicità non prosodica oppure caduta del velo dell’assenza.

Infine, il terzo punto: la drammaticità delle poesie sereniane. Spesso, si è parlato di una teatralizzazione delle «voci psichiche» del poeta, come le definì Fortini. Certamente questa è una delle modalità di gestione della voce propria di Sereni (e Appuntamento ad ora insolita ne è forse l’esempio più felice); tuttavia, non credo che il “dialogo” sereniano si esaurisca solo nell’interloquire con sé stessi. Infatti, ad un’analisi attenta mi pare che questa tecnica abbia dato a Sereni la possibilità di mostrare la traccia della voce altrui sul corpo dell’io: sebbene la rappresentazione dialogante si svolga tutta all’interno di uno stato onirico proprio dell’io parlante, le parole riportate non solo fanno riferimento alla psiche dell’autore, ma sono anche veri e propri brandelli di realtà che si sono impressi per così dire nell’orecchio psichico del poeta, dopo essere passati però dall’apparato uditivo. Ciò permette di giungere alla rappresentazione di un processo a mio parere fondamentale prima che per la poesia, per la vita stessa: la voce altrui, per quanto estranea, giunge a noi sempre dopo essere stata ingabbiata nei nostri processi mentali.

Quanto detto finora mi permette di tentare una breve conclusione. A diversi anni di distanza, posso oggi dire qual è stato l’insegnamento principale tratto dalla lettura di Sereni: avere il coraggio di assumere la contraddizione come propria condizione. Negli anni in cui poesia e società subivano grandi trasformazioni, Sereni decide di non adottare nessuna “strategia di fuga” (abbassamento ironico, rottura forzata con il passato, altrettanto forzata mimesi del reale, estremizzazione di singoli aspetti formali ecc.) ma di restare nel cuore del paradigma di un genere in esaurimento e da questa specola tentare un disperato rinnovamento. Tuttavia, oggi sono consapevole anche della distanza che ci separa da lui. Sebbene abbia risposto in modo diverso, Sereni, come Montale e Pasolini (e come tanti altri), a quell’altezza cronologica subisce il cambiamento della società neocapitalista e la relativa mutazione antropologica come uno choc. Noi non abbiamo subito questo choc, siamo nati e vissuti nella mutazione. Le nostre contraddizioni sono forse altre.

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Francesco Terzago – Questo nostro Lago Maggiore

Sono nato sulla sponda piemontese del Lago Maggiore. Casa di mia nonna, dove ho trascorso buona parte dell’infanzia, aveva di fronte a sé Laveno, Laveno era una macchia azzurrina al di là del lago. Casa di mia nonna rimarrà sempre la stessa anche se da alcuni anni ci vive un’altra famiglia. Ricordo la sponda lombarda, ogni giorno se ne stava davanti a me, sotto ai miei occhi, ogni volta che aprivo le finestre o andavo in giardino. Mia nonna viveva in un paesino chiamato Bèe, quota 700 metri. La ricordo come un luogo del quale fantasticavo, la sponda lombarda. Un luogo misterioso, un duro promontorio immerso tra le brume, lo rimase per molto tempo, anche quando frequentai per un poco la scuola dei rosminiani, molto prima che scoprissi Rebora. Sereni per me è quella sponda lombarda. Si frappone tra noi una distanza che è difficile affrontare da soli, geografica. C’è un lago profondo e capriccioso, d’origine glaciale, a dividere la mia terra dalla sua terra – ma se per Braudel il Mediterraneo è un elemento di unione, e non di divisione, lo stesso deve valere per il Lago Maggiore. Sono due terre così prossime e – rileggendo Sereni – ne ho la riprova: le stesse azalee, lo stesso verde, le stesse vite, lo stesso trovarsi sulla soglia di un mondo molto più grande di noi e che ci sopravvivrà, inquietudini di uomini di confine. Mi è caro di Sereni il fatto che si dedichi a un doloroso esercizio dell’anima, quello che ci conduce a confrontarci, a distanza di tempo, con i luoghi cardine della nostra esistenza. Luino e Zenna non sono cambiate, la stasi è di quei luoghi cari allo spirito del poeta, imprigionati e intrisi in quello spirito, ma Sereni è soggetto al mutamento, egli vive, egli – uomo – si disfà. Ci sono luoghi che si mantengono inalterati nel corso del tempo e che di questo non si curano, lo stesso non vale per le persone.

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Dario Bertini 

“La gioia quando c’è basta a sé sola”. Ecco. Qui c’è tutto. Non c’è molto altro da aggiungere. Sereni per me, come per molti altri, è stato un faro, una linea guida, un modus operandi del fare e del vivere la poesia. Sereni infatti è stata la bandiera sotto la quale molti si sono rifugiati, contrapponendosi alle avanguardie o agli ultimi rantoli ermetici.Ma questo poteva bastare? Questo basterà?

Spero di no. Sereni è un padre troppo importante per non essere invadente, per non divenire palinsesto di ogni produzione poetica. Ma la risposta a tutto ciò è sempre lui che la fornisce, proprio lui che odiava le conventicole letterarie, le fazioni di genere, si opporrebbe ad ogni celebrazione in suo onore, perché dietro ad esse si corre il rischio di canonizzare, di impaludare una volta di più la poesia italiana.Infatti è sempre Sereni che ci invita ad allargare il campo, a non accontentarci di un misero orizzonte italiano, e allora ecco le traduzioni di Char, Pound, Williams, Apollinaire. Quindi il mio amore per Sereni è un amore figliale di totale devozione, ma necessariamente anche di ribellione, di ricerca che per davvero esegua la sua volontà, per quanti di noi ci siamo trovati stretti al suo “Non sa più nulla è alto sulle ali”, per quanti di noi con Sereni nel cuore cerchino oltre, per farlo vivere davvero.

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Giorgio Meledandri – Lo sguardo di Sereni

Sulla mia libreria campeggia l’immagine di un poeta: con un volume aperto tra le mani e alle spalle i Navigli, l’uomo sembra essere sul punto di aprire la bocca e parlare. Quell’uomo è Vittorio Sereni, e sempre più spesso di notte, quando mi infilo nel letto e premo un po’ la testa contro il cuscino, il mio sguardo si posa sul suo sguardo. Come mai? Forse è un mio personalissimo modo, a giornata conclusa, di fare i conti con lui. Perché oggi, in Italia, chi vuole occuparsi di poesia (ma il discorso si potrebbe estendere all’editoria e alla letteratura in generale) non può eludere la figura di Sereni. Proprio a causa delle sue notevoli implicazioni, mi è molto difficile spiegare brevemente che cosa significhi per me l’opera di questo poeta. Posso dire però che alcuni suoi versi mi hanno aiutato a comprendere meglio l’esperienza della scrittura; questi, per esempio:

Tra il brusio di una folla
nel latrato del mare
tra gli ordini e i richiami
mancavo, morivo
sotto il peso delle armi.
Ed ecco stranamente simultanee
le ragazze d’un tempo
tutte le mie ragazze tra loro per mano
in semicerchio incontro a me venire
non so se soccorrevoli od ostili.

Pochi hanno saputo rappresentare così bene il momento preciso in cui la storia di tutti (la guerra, nel testo) si interseca con una storia personale (il cedimento, la visione-allucinazione, le figure femminili). Non è forse questo la scrittura? questo continuo (e magari inconscio) movimento dall’individuo alla collettività e dalla collettività all’individuo? Anche quando non è sua intenzione, anche quando è in assoluta solitudine, o si sente tagliato fuori dalla storia come il Sereni prigioniero, il poeta finisce con l’essere pienamente dentro le vicende umane, riesce a dare voce ad altri oltre che a sé. Scrive Sereni in una famosa lettera a Giancarlo Buzzi: «È poi vero quello che dici sul non avere io cantato né la guerra né la condizione della mia generazione durante la guerra. Cioè: non le ho volute cantare (ecco l’intenzionalità), ma è proprio da escludere che proprio nello scoprirsi incapaci di spiegarsi la tragedia e di parteciparvi stia la “tragedia” della mia generazione o – almeno – di ciò che la mia generazione possa appunto riconoscere?».

È solo una delle tante possibili, ma ora come ora non riesco a trovare una definizione migliore: scrivere – e scrivere versi, in particolare – è aver visto, nel momento più intenso di un’esperienza, tutte le proprie ragazze (o i propri ragazzi, o i propri cari) che si tengono per mano e ci vengono incontro per farci danzare con loro (il verso «come per travolgermi in un ballo» compare in un autografo del testo qui riportato). Non possiamo sapere dove ci condurranno, né se le conseguenze saranno più benefiche che nocive: bisogna accettare il rischio. Ecco cosa vuol dire incrociare lo sguardo di Sereni. Se ci siamo lasciati travolgere da quel ballo, possiamo andare a letto con la speranza che probabilmente, stavolta, quella che abbiamo scritto sia una poesia.

Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /1
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[Gli autori che hanno aderito all’iniziativa sono, in ordine anagrafico e alfabetico: Andrea Inglese, Guido Mazzoni, Giovanna Frene, Laura Pugno, Gabriel Del Sarto, Italo Testa, Gilda Policastro, Giovanni Turra, Corrado Benigni, Andrea Ponso, Alessandro De Santis, Massimo Gezzi, Azzurra D’Agostino, Roberto Cescon, Isabella Leardini, Matteo Fantuzzi, Carlo Carabba, Matteo Zattoni, Carmen Gallo, Franca Mancinelli, Mariagiorgia Ulbar, Tommaso Di Dio, Domenico Arturo Ingenito, Marco Bini, Guido Mattia Gallerani, Omar Ghiani, Lorenzo Mari, Maria Borio, Davide Castiglione, Marco Corsi, Alessandra Frison, Francesco Iannone, Anna Ruotolo, Lucia Cupertino, Bernardo De Luca, Francesco Terzago, Dario Bertini, Giorgio Meledandri.]

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