Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /4

Quale è il rapporto tra le ultime generazioni e l’opera di Vittorio Sereni? La quarta puntata del nostro omaggio presenta oggi i contributi di Matteo Zattoni (1980), Franca Mancinelli (1981), Mariagiorgia Ulbar (1981), Tommaso Di Dio (1982), Domenico Arturo Ingenito (1982).

Matteo Zattoni – La perfezione del relativo

A chi crede che la produzione di un poeta non rappresenti la mera giustapposizione di brani della sua vita, ma un progetto in divenire o addirittura un’evoluzione, Sereni, con Gli strumenti umani (1965) e ancor più con il suo libro finale, Stella variabile (1981), offre un formidabile argomento a favore: mai come in quest’ultimo, infatti, il mutamento e la variabilità appaiono svelati in quanto motore immobile dell’esistere.

Prima ancora che nella poesia, il senso del relativo è sperimentato dal Sereni addetto all’ufficio stampa della Pirelli. Già dal 1953, egli sa e afferma che “il nostro lavoro passa, non resta come la casa qui davanti”[1], perché il paradosso della pubblicità sta “nel pretendere una tensione, quale di solito viene riservata alle cose non effimere, essendo effimera per sua stessa natura”[2]. Inoltre Sereni reagisce immediatamente al dibattito scaturito poco dopo dal libro di Vance Packard, I persuasori occulti (1958), schierandosi più dalla parte dei “creatori condizionati” che non dei persuasori stessi. Non sfuggiva al poeta di Luino l’analogia tra l’artista grafico – inteso come creatore condizionato – e colui che “scrive per il pubblico”, poiché entrambi subiscono il fascino e talvolta l’imposizione di schemi o formule di successo, seguite più o meno meccanicamente. Spettava allora all’artista grafico (e oggi allo scrittore?) “il serbarsi fedele alla parte schiettamente artigianale del suo lavoro”[3]. Il lavoro, dunque, come il luogo in cui resistere alla tentazione del meccanismo, dello schema consolidato.

Le somiglianze con il gesto della creazione artistica si ripropongono di nuovo nel Sereni saggista de Gli immediati dintorni, che, nella prosa del 1962 “Il silenzio creativo”, si soffermava su quel processo di “proliferazione interiore”, che porta alla narrazione di storie in poesia. Anche qui emerge la sua consapevolezza della variabilità e, più precisamente, del fatto che l’invenzione non è mai raggiunta una volta per tutte in modo perfetto, ma accade volta per volta in una commistione sempre nuova di elementi (velleità, moti dell’anima e idee stesse). Proprio per questo Sereni consigliava di “evitare per quanto possibile di fare anche dell’invenzione, dei propri collaudati modi inventivi, una formula e un’abitudine, sapere sempre – a rischio d’altri silenzi – che l’angolo utile, il rapporto illuminante non è mai dato, ma è da trovare”[4].

Il relativo, quindi, non solo nel momento della scelta più o meno consapevole della tradizione e dei presupposti storico-creativi di uno scrittore, ma anche nella negoziazione quotidiana che ciascun poeta fa nell’istante in cui è portato a inventare, inventando in definitiva anche se stesso. La poesia, ci dice in più punti Sereni, è “più una strada di dubbi che di certezze”[5] e questo non è un male perché la posizione del dubbio è, per lui, senz’altro preferibile a qualsiasi forma di assolutismo e di certezza a priori. Al contrario, le certezze sono valutate solo nel tratto finale della strada “in base alla loro fecondità più che alla loro verità e incontestabilità obiettiva e assoluta”[6]. Che venga il dubbio, sembra dirci, purché fecondo.

E la fecondità ci fa tornare infine ai versi di Stella variabile, che giungono come esito maturo e specchiante di quanto sopra riportato: la variabilità è ormai così forte che, rispetto agli Strumenti, arriva a disgregare l’identità (“Non vorrai dirmi che tu/ sei tu o che io sono io” in “Altro posto di lavoro”), a trascinare anche l’io nel male del mondo (“parte del male tu stesso” in “In una casa vuota”), privandolo di qualsiasi illusoria salvezza precostituita, sia essa ideologica o creativa. Quello che rimane, nella confusione dei tempi, è un’invocazione flebile e spoglia, di una perfetta relatività: “Guidami tu, stella variabile, fin che puoi…”.

[1] SERENI, Vittorio, La casa nella poesia, presentazione di Pier Vincenzo Mengaldo, tavole di Enrico Della Torre, Parma, Monte Università Parma Editore, Università degli Studi di Parma, Facoltà di Architettura, 2005, p. 47.

[2] Ivi, p. 44.

[3] Ivi, p. 62.

[4] SERENI, Vittorio, La tentazione della prosa, a cura di Giulia Raboni, introduzione di Giovanni Raboni, Milano, A. Mondadori, 1998, p. 70.

[5] Ivi, p. 28.

[6] Ibidem.

***

Franca Mancinelli – Con Vittorio Sereni, dentro «i minimi atti»

Penso a Vittorio Sereni oggi che ho pulito casa e mi porto nel corpo la ragionevolezza sana di una donna: un istinto che sostiene, una sorta di giustizia resa allo spazio della vita, alle cose. Ho compiuto sequenze di gesti, come credendo nelle mani, nelle conseguenze effettive di tanti «minimi atti». È una fede che mi attraversa per momenti, che si spezza molte volte. Scaldo del cibo in una pentola, faccio per versarlo in un piatto e mi fermo un istante nel vuoto: il piatto è già nella pentola, basta vederlo, manca solo il cucchiaio. E sarebbe così, per ogni azione, fino agli anelli essenziali della catena che ci mantiene in vita, perpetuandoci. Ogni giorno alzarsi dal letto, lavarsi, vestirsi, uscire di casa, lavorare, cucinare, mangiare più volte. Un’intera giornata trascorsa, una lunga processione di atti; «nulla nulla è veramente mutato». Tornare a ripetere tutto. È la catena a cui siamo avvinti noi e i nostri poveri “strumenti umani”: oggetti che ci accompagnano consunti o senza alcuna visibile traccia del tempo. C’è questo farsi umano delle cose, per tutta la vita che hanno accolto, transitato. E il nostro andare oltre i contorni di umani quando qualcuno degli anelli della catena si allenta ed entrano forme di una vita più antica: l’indurirsi e il flettersi muto delle piante, il fluttuare, il sospendersi in volo, il fremere degli animali. È attraverso le cose, con questi strumenti, che torniamo umani ogni volta, lo diventiamo ancora, impugnando bene, con il pollice opponibile, il cucchiaio: fronte alta, senza abbassare il muso. Perché «nulla nulla è veramente mutato»: la nostra infanzia e i primi anni dell’uomo sono in noi, sotto un velo di polvere, a pochi minuti di sonno.

Con Sereni mi piace entrare nello spazio socchiuso del ritorno, nella ripetizione. Ancora sulla strada di Zenna, nel fruscio di quelle «fresche mani / che si tendono» a lui, come piante attraversate da una vibrazione umana, a chiedergli di trascinarle oltre quel regno intermedio, nel movimento pieno della vita, quasi lui potesse comprenderle, compiere la metamorfosi, e non invece soltanto rendere loro la pietà che gli spetta, lasciare che siano «evocate per poco nella spirale del vento», e continuare subito oltre, per la sua strada, «fuori da sonni enormi». Inutilmente: un avverbio che, anche se pronunciato una sola volta, sembra attraversare tutta la poesia, come questo vento ora appena percettibile, ora chiaramente presente. Potremmo ripeterlo sin dal titolo, ad ogni fine di verso, ad ogni sequenza, come un eco sordo, una litania.

Sono nata nell’anno di Stella variabile. Sotto una stella di ghiaccio. Nella forma che prendono le cose ultime. Quei tuoi pensieri di calamità, quell’ombra nera che cala fino al luogo più intimo dell’amore, dell’innocenza (Le donne; Sarà la noia), sono un latte che non ricordo, senza date e storia, materno. Abito tra «finestre / che non danno su niente», «facciate minacciate di crollo», «porte che non hanno dietro niente». Da quello spazio perimetrato e abitato dall’idea della morte è partito, scrivendo i suoi Preparativi per la villeggiatura, un poeta conterraneo che amo come un fratello, Remo Pagnanelli. È insieme a lui che torno sul tuo «posto di vacanza», cercando tra le rive «indizi di altre pulsazioni». Nel punto dove hai vinto la paura e ti sei lasciato travolgere: nella dolcezza del naufragio, oltre la finzione del pensiero, della rete metaforica che protegge ancora un altro poeta conterraneo, un maestro fraterno come Leopardi. Dalla casa-sepoltura che apre Stella variabile si esce da qui, riconoscendosi parte di un respiro più vasto, perdendo la parola e ritrovando un verso, una direzione, aprendosi alla grande catena della specie, nel ritmo dove ogni cosa «ritorna, non smette mai», «si rigira si arrotola su sé». È la “forza del mare” che promettevi alla fine de Gli strumenti umani, ne La spiaggia. Le tue iterazioni mimavano già il suo movimento, i tuoi specchi erano già i suoi.

In questo moto, in questo andare e venire, può riaffiorare l’amore, e con esso la gioia. Remo Pagnanelli lo ha risvegliato dai versi finali di Nell’estate padana, una poesia dell’ultima parte di Stella variabile. A Milo De Angelis si deve la forma più limpida di quei versi: citandoli in una poesia dedicata a Pagnanelli, Remo nel gennaio conosciuto, li rimodula con minime decisive varianti: «C’è un amore più grande / di te e di me, me e voi nella specie, / acqua su acqua».

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Mariagiorgia Ulbar – Gli strumenti

La copia de Gli strumenti umani che possiedo, porta, in una dedica di un’amica siciliana, la data di novembre 2005. Ora che la prendo in mano per scrivere questa pagina, otto anni dopo, vedo e sento tutto nuovamente, di quell’epoca – straordinaria e inquietante proprietà evocativa degli oggetti: l’autunno dopo gli studi universitari, una stasi luminosa, la mia “gioventù”, totale allora, già un po’ intaccata adesso. Negli anni a seguire più volte ripreso in mano, in cerca di qualcosa, aperto a caso con intenzione divinatoria oppure talvolta estratto dalla fila degli altri libri: guardare il titolo, rimetterlo nello scaffale. Non mi serve leggere le parole del titolo, lo guardo come un disegno, caratteri grafici percepiti dal cervello come un’immagine composta, che vengono tradotti in parole – non il contrario: verbi di fare, verbi di ricordare, bolle di senso indicibile, colonne di frasi registrate.

Il nome di Vittorio Sereni per me è legato agli strumenti umani, nella presenza movimentata delle r e in quella radiosa e acuta delle i e al concetto di RIpetizione. L’andamento dei versi delle poesie contenute nella raccolta è circolare: parte, ripete, torna e aggiunge, parte, ripete, torna e aggiunge. Mi dico che è il sistema del cercare, che si svolge tutto nell’insorgere della necessità, il reiterarsi dei tentativi, il ritornare per rivedere, nuovi tentativi, l’aggiunta di un indizio. E di nuovo. E ancora. I componimenti di Vittorio Sereni ne Gli strumenti umani offrono diversi esempi di movimento circolare, di reiterazione e ripetizione. È chiaramente una scelta stilistica, ma ancor prima è una scelta d’intenzione, mi dico.

La poesia serve?

La poesia serve, nel senso che è serva del poeta e del lettore e nel senso che favorisce un intento.

Io non ricordo a cosa mi sia servita nel 2005. Io non ricordo a cosa mi sia servita tutte le volte dopo.

Ma nell’occasione di una nuova rilettura prima di queste righe è servita a chiarirmi che:

– le parole che ripeto sono ciò che cerco;
– le parole che ripeto sono quelle che mi voglio ricordare;
– le parole che ripeto sono quelle che temo di scordare;
– le parole che ripeto sono quelle più cariche di senso;
– le parole che ripeto sono quelle che si svuotano di senso;
– le parole che ripeto sono quelle che mi fanno.

In una lettera dell’ottobre 1978, Sereni scriveva: “’Gli strumenti umani’, che cosa significa veramente?[…] Gli strumenti sono i mezzi, gli espedienti, avvertiti […] precari o insufficienti con cui noi – uomini, umanità – intratteniamo il rapporto con il reale, storia inclusa”. Le parole probabilmente sono gli strumenti, ma non nascono già strumenti, perché forse devono essere riconosciute come tali, messe a fuoco e poi affinate o affilate. Ecco che di colpo immagino gli strumenti come coltelli. Ma Sereni dice strumenti, non dice armi. Certo anche le armi sono strumenti, un certo tipo di strumenti. Mi perdo nella riflessione.

Forse si tratta tutto questo: quali parole uso, dunque quali sono gli strumenti che sto usando o intendo usare. In un determinato momento. Quali parole scompaiono nel corso dell’esistenza, quali restano, a lungo ripetute. Sono quelle a rappresentare gli strumenti meno precari?

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Tommaso Di Dio – Vittorio Sereni: una festa più grande

Negli ultimi dieci anni della mia vita, mi ritrovo spesso a passare accanto e attraverso quella via. A dire il vero, una via anodina e un poco scialba al primo apparire, come tante di Milano. Spezzata in due, essa appare contratta e troppo stretta, come soffocata ancora tra due golfi di clamore. Da una parte, con la sua squallida aria d’anni ’70 rovesciati tristemente negli ’80, erompe la trafficata e tutta lustrini Via Buenos Aires; una via che riesce bella soltanto a notte fonda, quando la si penetra sottacendo e le sue vetrine colorate sono libere di assumere l’aspetto necessario di luoghi fantasmatici, perfetti templi per perfetti demoni di segretezza e commercio. Dall’altra, e più prossima al numero civico di quella via che qui ci è cara, ecco il marmo e lo struggimento; ecco a voi l’apocalisse: la grande Stazione Centrale si degna di prestarvi un fianco.

In queste ultime settimane si sono fatti più fitti i mie colloqui con quella via. Sono tornato a corteggiarla, a guardarla dai due estremi e poi dal mezzo; a sostare prima un poco e poi più tempo davanti al numero 27, con uno sguardo perfino equivoco. Solitamente vi vado dopo il tramonto e prima della notte, quando lì sembra essere stata sempre sera e mi confondo fra i passanti che circolano, presi dalle loro trascorse giornate e dal viaggio di ritorno verso casa. Ma una mattina di qualche giorno fa, libero e divagante come raramente mi accade, fissavo attonito a portone tutto aperto l’alberello di natale che era stato posto al centro del suo androne; una scala avvolta di tessuto rosso lo precedeva e lo innalzava, tenero e stonato come sempre. Una voce d’improvviso, non so se incuriosita o insospettita dal mio indugio, alle mie spalle sopraggiunge e scherzosa m’irride: bello davvero! L’imbarazzo mi impone una spiegazione pedante, che subito fornisco: sa, questa – sì, proprio qui al numero 27 – è stata la casa di un grande poeta. Sbalordita, divertita, la giovane donna si stringe al cappotto e sembra non credermi; al suo non sapevo proprio, ma dice davvero?, subito aggiungo: si chiamava Vittorio Sereni. Lo cerchi, lo cerchi: è un poeta famoso. E mi saluta; sorridendo, quasi in festa e allegra di nulla. Già dimentica delle mie parole, sale quelle scale e se ne va: scompare, dietro l’alberello e le sue luci. Che volto aveva quella donna? Che volto hanno i volti? Davvero i volti, i volti non possono sostare nelle parole. L’attimo individuato e teso, intriso della sua carnale materia d’umano presente, esso sfugge ad ogni mano che lo voglia prendere e pure è sempre lì, ad attenderci e a dirci addio.

Si va a visitare Sereni così, con una pena e una festa; una pena che – come una volpe celata sotto i panni che strazia il fianco – tiene in serbo una festa più grande, più grande di tutte le parole. C’è il rammarico di non aver potuto conoscere l’uomo e l’impressione, al contempo, di averlo tutto lì, nelle pagine che ha lasciato. Ma è una bugia, uno spasimo dell’immaginazione; e Sereni l’ha scritto: per quanto decisive e meravigliose, ci restano solo pagine fruscianti. Manca ad esse la carne se non vi si provvede – e non con una poesia e nemmeno con un amore: ma con un progetto, uno slancio attivo e plurale che le rimetta in opera e le cancelli, inverandone la menzogna in una plurisensa neve di marzo.

Per i poeti della mia generazione, credo, Sereni sia l’autore che più di altri rappresenta il medio comune, il libro da cui siamo partiti o attraverso il quale ognuno ha preso la propria via. La sua ricerca di umanità e profondità letteraria, di equilibrio pur nella tensione sempre aperta a forme nuove; la sua capacità sintattica che mai rinuncia al discorso, che mai rinuncia a dover difendere il discorso pur di fronte a tutte le sue fratture e aporie, a tutti i suoi costi e a tutte le sue perdite, a fronte di tutta la densità che la parola sola, la balbettante parola slogata e sola poteva sprigionare; in ultimo, la fedeltà al dato e alla sua immane, tragica povertà è ciò che di Sereni vorrei qui ricordare. È questo che ci serve, al di là di tutti i limiti che oggi fiaccano anche la sua poesia e ce la rendono perfidamente classica. La poesia di questo autore di lago e di golfo sembra additarci una povertà che non è miseria, uno scarto che può non essere crollo oltre le fiammanti mura dell’immaginazione. Una povera cosa, in fondo, che si trova incagliata nel luogo comune e nel suo rovescio e che traluce fra i versi di Sereni con una forza opaca, amara a volte, presagita altre ancora e ambita, sempre invocata anche fra i marosi della città e pur di fronte a tutto il tempo sperperato. La possibilità atopica di una pienezza della vita (Dove sarà con chi starà il sorriso?), di cui le parole non potranno mai dirci nulla; ma di cui potranno ancora una volta, in un fermo encausto, incidere il bisogno.

Dicembre 2013

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Domenico Arturo Ingenito – Parleranno. Ma non ora

La spiaggia

Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari… Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.

I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
………………………………………Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.

(Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, 1965)

Appartengo a una generazione che, forse per la prima volta nella storia dell’umanità, non sa come toccare i morti. È la condizione pre-umana di un’impotenza simbolica: cosa sono queste ossa, cosa farcene di questa voce che non esiste, come negare e al contempo accettare, ingerire? Ma è anche la tarda modernità di chi è cresciuto ascoltando in televisione le risate pre-registrate di chi è morto da decenni: “Tu non ci sei. Resta la tua assoluta / voce nella segreteria, questa / morte che non ha luogo”, come invita il Milo De Angelis-superstite alla tragedia del nulla del quale anche la negazione non prende forma. Traccia sull’orlo dell’abisso quotidiano, elevata da Mario Benedetti a filosofia struggente per quanto priva di sentimentalismo: “E torna la domanda. Non saprai di essere morto, / non sarai, quel  nulla che nella vita diciamo / non sarai, non ci sarai più, non saprai di te.  / Perfetta assenza. Non distrarti, non eludere / la pura inconcepibile assenza, non distrarti”.

“Morire” – sigilla ontologicamente Benedetti – “e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole”. Mi toglie le parole, finestra di inettitudine dalla quale noi trentenni oggi ci affacciamo afasicamente con bocca (penso a quella “di” Beckett) sorpresa dal proprio farfugliare.

Ma Sereni apre per noi un altro capitolo, perché ci è consanguineo nella sospensione simbolica dell’invisibile, pur non negando la possibilità tesa oltre l’orifizio del buio:

“tutto, si sa, la morte dissigilla”. Ma cosa la morte dissigilla senza promettere né pronunciare, se essa stessa è il principio del nulla e dei suoi nomi?

Credo si tratti della possibilità pre-simbolica annunciata ne La Spiaggia. E quello che precede il simbolo non ha tempo né spazio per il nichilismo, in quanto di nulla è già intrisa la condizione che precede l’articolazione. Articolare – le dita prima, poi l’apparato fonatorio – senza dire è il movimento di potenza irriducibile che non può temere il nulla, e che non può neanche negarlo vista l’impossibilità di pronunciarne il nome.

Ritroviamo qui un modo di esitare tra due luoghi – lo spazio della traccia sulla riva e lo spazio del marino dissolversi della luce –  fino a sospendere la necessità di significazione e fare perciò della sospensione una condizione fisica posta al di là della dicotomia esistente/non-esistente: i morti sono “ quelle / toppe d’inesistenza, calce o cenere / pronte a farsi movimento e luce”.

E con questo interstizio indecidibile – sospensione tra segno e dispersione – la condizione della mano inetta nei confronti dell’inumazione si nutre della consapevolezza di una parola che sarà prima o poi consegnata dai morti, ma non oggi. Perché vitale non sarà il senso che essi potrebbero dare alle cose per via di pronuncia chiara e distintamente decifrabile. E’ invece l’atto fonatorio a concernere il nostro superamento della fede e dell’assenza in quanto locuzione che si giustifica di per sé – contingenza di materia – e non per quello che dice. I morti parleranno con voce rotta dall’oblio perché non siamo capaci di digerirne l’assenza in rituale di lutto, e qualcosa di difratto coglieremo. Segno e traccia, mimesi, prima ancora che simbolo, come i morti della decima elegia duinese destinati a destare un simbolo in noi per la felicità che deriva dal cadere e non dall’ascendere. Non dubitiamo, parleranno. Ma non ora.

Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /1

Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /2

Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /3

[Gli autori che hanno aderito all’iniziativa sono, in ordine anagrafico e alfabetico: Andrea Inglese, Guido Mazzoni, Giovanna Frene, Laura Pugno, Gabriel Del Sarto, Italo Testa, Gilda Policastro, Giovanni Turra, Corrado Benigni, Andrea Ponso, Alessandro De Santis, Massimo Gezzi, Azzurra D’Agostino, Roberto Cescon, Isabella Leardini, Matteo Fantuzzi, Carlo Carabba, Matteo Zattoni, Carmen Gallo, Franca Mancinelli, Mariagiorgia Ulbar, Tommaso Di Dio, Domenico Arturo Ingenito, Marco Bini, Guido Mattia Gallerani, Omar Ghiani, Lorenzo Mari, Maria Borio, Davide Castiglione, Marco Corsi, Alessandra Frison, Francesco Iannone, Anna Ruotolo, Lucia Cupertino, Bernardo De Luca, Francesco Terzago, Dario Bertini, Giorgio Meledandri.]

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

2 comments

  1. Paolo Franceschini says:

    Ma si nota una tensione lirica maggiore in questi ultimi testi, rispetto alle prime puntate dell’omaggio, o mi sbaglio? C’è più fiducia nella poesia paradossalmente i questi trentenni di oggi?

  2. Giovanna Frene says:

    Ogni generazione poetica ha la sua peculiare temperatura, ma questo non misura la fiducia nella poesia, essendo la poesia essenzialmente fiducia.

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