Federico Italiano e Michael Krüger – Come è letta la poesia italiana all’estero /3

L’antologia da poco uscita per Hanser Verlag, Die Erschließung des Lichts. Italienische Dichtung der Gegenwart. Schriftenreihe der Deutschen Akademie für Sprache und Dichtung, Band 24 (a cura di Federico Italiano e Michael Krüger, pp. 296, 2014), sembra porsi come un nuovo punto d’arrivo e, inevitabilmente, come un nuovo punto di partenza per la conoscenza della nostra poesia oltre il Brennerpass. Alberto Cellotto dialoga con Federico Italiano su questo volume, da lui curato insieme a Michael Krüger, dove trova posto una nutrita schiera di traduttori. L’intervista è il terzo appuntamento del nuovo spazio di “Officina poesia” che illustra la ricezione della poesia italiana all’estero attraverso una serie di conversazioni con alcuni traduttori di diversi paesi. Nella prima uscita Evgenij Solonovich sulla traduzione di poesia italiana in lingua russa e nella seconda Juan Carlos Reche sulla traduzione in lingua spagnola (di Spagna).

Quali sono state le premesse di questo ambizioso progetto di antologia e traduzione?

Michael coltivava da molti anni il desiderio di curare una nuova antologia della poesia italiana contemporanea. Ha sempre avuto grande ammirazione per la poesia italiana del Novecento e, quando ha potuto, non ha mai mancato di promuoverla in Germania, in particolare dalle pagine di “Akzente”, una rivista letteraria ormai leggendaria, edita da Hanser, che lui cura personalmente da più di trent’anni. Non è dunque un caso che molte delle traduzioni che abbiamo utilizzato per l’antologia fossero state pubblicate per la prima volta in quella rivista. Il lavoro a un’antologia bilingue richiede però, oltre alla passione (di cui Michael è mirabilmente fornito) anche tempo (l’unica cosa che davvero sembra mancargli) e un’onesta dose di bilinguismo. Qualche anno fa, in occasione della traduzione in tedesco e pubblicazione di alcune mie poesie su “Akzente” (2008), poi confluite nella mia raccolta L’invasione dei granchi giganti (Marietti, 2010), m’invitò nel suo ufficio a Monaco, città in cui vivo da una dozzina d’anni, e tra una sigaretta e un caffè, mi raccontò del progetto antologico. Se non ricordo male, non mi chiese nemmeno se avrebbe potuto interessarmi o meno curare con lui l’antologia. Immagino diede la cosa per scontata. Quel giorno uscii dall’ufficio con un contratto in mano e una strana voglia di fare classifiche e florilegi.

A quando risalivano le ultime importanti antologie tedesche di poesia italiana e in cosa si differenzia “Die Erschließung des Lichts”?

È importante fare una premessa. Le antologie poetiche, in Germania, specie quelle che raccolgono la produzione di una determinata tradizione letteraria, non hanno quasi mai il carattere investigativo, di sistemazione o di ricerca, che hanno invece, a torto o a ragione, le loro consorelle italiane. Per intenderci, un’antologia à la Mengaldo o sullo stile di Parola plurale sarebbero impensabili in Germania. Le antologie in Germania sono più come un Lesebuch, un libro da sfogliare di tanto in tanto, una lettura di piacere e scoperta, tutt’al più elegantemente informativa. Questo non significa che le antologie non abbiano importanza. Anzi, sosterrei l’esatto contrario. Penso al Museum der modernen Poesie di Enzensberger, che è da un lato un esempio perfetto del modello antologico tedesco e dall’altro un’operazione culturale che ha avuto grandissima risonanza e influenza, anche a livello di formazione del canone. Per quanto riguarda le antologie della poesia italiana contemporanea, che si contano sulle dita di una mano, non si può dire che ce ne sia una che emerga per particolare prestigio. Una delle più solide rimane Italienische Lyrik des 20. Jahrhunderts (1971), a cura di Christine Wolter (ottima traduttrice, cui abbiamo affidato anche nuove traduzioni per la nostra antologia), che è anche la meno recente; a seguire: Italienische Lyrik der Gegenwart, con traduzioni in prosa, a cura di Franco de Faveri e Christina Wagenknecht (1980); Italienische Lyrik nach 1945; Klassiker der Moderne, Industrielandschaft, Frauenlyrik, a cura di Hans Joachim Madaus, Gio Batta Bucciol e Georg Dürr (1986) e Die Mühledes Schlafs. Poesie aus Italien, a cura di Gregor Laschen, del 1995. Dei primi anni Novanta sono anche i maggiori studi sulla poesia italiana contemporanea, quello di Hiterhäuser del 1990 e quello di Manfred Lentzen, del 1994. Dopo, onestamente, c’è un po’ il buio, fatta eccezione per le antologie tematiche di Gino Chiellino (la prima, del 1987 dedicata alla poesia erotica italiana, e l’altra, del 2005, ai poeti di lingua italiana al di là delle Alpi) e un’antologia di genere, dedicata a “Dieci poetesse italiane contemporanee” del 1995, a cura di Gio Batta Bucciol. Assolutamente degna di nota e lettura è invece l’antologia settimanale online italo.log, curata da Theresia Prammer e Roberto Galaverni, aggiornata dal febbraio 2008 all’aprile 2010: una delle cose più belle fatte in tempi recenti per la diffusione della poesia italiana all’estero.

In che senso si distingue Die Erschließung des Lichts dalle sue precorritrici? Innanzitutto per una scelta più vasta degli autori, sia in termini di numero che in senso poetologico e stilistico. In secondo luogo, se me lo permetti, mi pare dimostri un approccio più aperto e neutrale al Secondo Novecento, privo, almeno nelle nostre intenzioni, d’immotivate simpatie o particolari avversioni o fervori ideologici. E questo non tanto per un nostro innato equilibrio, ma perché nel 2013 possiamo guardare ai poeti del Secondo Novecento con una certa distanza e pacatezza.

Quale è lo stato attuale della poesia italiana in Germania?

Diciamo che non possiamo lamentarci. Considerando che il nostro paese non sovvenziona il lavoro dei traduttori (persino la Grecia fino a qualche tempo fa aveva un programma di questo genere) e non fa quasi nulla per promuovere i suoi autori, men che meno i poeti, ha del miracoloso la tenuta della poesia italiana nei paesi di lingua tedesca. Per gran parte, viviamo ancora di rendita sui grandi padri del Novecento, Ungaretti, Montale, Pavese, Saba cui aggiungerei Pasolini, Luzi e Zanzotto. Un cultore di poesia tedesco o austriaco questi nomi li conosce bene e forse è pure in grado di citarti qualche verso. Questi nomi, diciamo, tengono alte le nostre quote… Ciò che invece stupisce è che poeti canonicamente stabili e molto amati in Italia come Sereni, Pagliarani o Raboni, per citarne solo alcuni, siano degli emeriti sconosciuti oltre il Brennero, anche a livello accademico purtroppo. Lasciano ben sperare invece le recenti antologie di singoli poeti come Pusterla, Cavalli, Anedda e De Angelis (due di queste uscite proprio da Hanser).

Come avete operato nella concretezza del cantiere faticoso di un’antologia? Come è avvenuta la scelta dei traduttori?

Nei primi mesi di lavoro ci siamo scambiati con una certa frequenza lunghissime liste di nomi e titoli, vergate da commenti, riferimenti vari e brevi note esplicative. All’inizio eravamo partiti con l’idea di includere anche poeti nati negli anni Sessanta, ma la lista si era così infoltita, che ci siamo prefissati di prendere in considerazione solo autori nati tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta, da Bertolucci a Pusterla per intenderci: autori, insomma, con un’opera già cospicua e riconoscibile prima della fine del Millennio. Le inclusioni e le esclusioni sono dipese, in generale, da fattori più o meno discutibili e/o giustificabili come l’originalità stilistica, la consapevolezza poetologica e l’impatto storico-culturale del singolo autore, e, nello specifico, da un fattore totalmente ingiustificabile: il gusto dei curatori, o meglio, il compromesso tra il mio gusto e l’esperienza di Michael.
Non è stato sempre facile: per esempio, mi è toccato un paio di volte difendere la poesia di un autore che Michael sentiva nominare per la prima volta e di cui non era assolutamente convinto. Non lo era, soprattutto perché le traduzioni in tedesco non gli suonavano… Come difendere però quell’autore se non parafrasando la traduzione o improvvisandone al tavolo un’altra ancora più precaria? Puoi immaginarti la difficoltà…

Quale è il bilanciamento tra traduzioni già esistenti qui ripubblicate e nuove traduzioni realizzate ad hoc per questo volume?

L’antologia consiste per metà o quasi di traduzioni già edite altrove, su riviste letterarie, in particolare “Akzente”, in altre antologie e nelle raccolte tradotte dei singoli poeti. L’altra metà è il frutto del lavoro di traduttori da noi ingaggiati tra il 2009 e il 2011, cui abbiamo affidato, secondo criteri di affinità o meno all’autore da tradursi, singoli testi o gruppi di poesie. La nostra antologia è dunque anche una sorta di staffetta tra la vecchia guardia di stimati traduttori letterari dall’italiano, come Hanno Helbling, Hans Magnus Enzensberger e Christine Wolter, e la nuova generazione, Theresia Prammer, Piero Salabè, Pia-Elisabeth Leuschner e Daniel Graziadei tra gli altri.

Quale è stata per te l’inclusione più discutibile, quella sulla quale potresti aver ripensamenti, e quale l’esclusione più ‘dolorosa’?

Non credo vi sia un’inclusione così discutibile di cui potrei pentirmi. Ci sono forse due o tre inclusioni che potrebbero parere azzardate, Remo Pagnanelli o Gabriella Sicari ad esempio, ma sinceramente ben vengano critiche in questa direzione. Per quanto riguarda le esclusioni, non ce n’è una in particolare che non mi abbia fatto dormire la notte. E se anche ci fosse, preferirei tacerla. Come ho scritto anche nella postfazione all’antologia, posso dirti che avrei molto volentieri inserito Primo Levi, perché lo considero un gigante assoluto del Novecento e un poeta finissimo e originale, ma avrei dovuto allora inserire anche Paolo Volponi, e perché non Roversi? O Neri e Zeichen, che del resto erano nel computo fino a pochi mesi prima delle bozze? E Mesa ed Erba e Pontiggia e De Signoribus? E potrei continuare… Insomma, già capisci che un dolore viene sempre ben accompagnato.

State presentando il libro in Germania. Avete in mente anche qualche tappa italiana?

Il libro è ovviamente pensato per un pubblico di lingua tedesca e le presentazioni si orienteranno di conseguenza. D’altra parte, sembra ci sia interesse anche in Italia per questo volume e la cosa mi rallegra molto. Abbiamo già fatto una tappa a Roma, alla Casa di Goethe, e forse ne faremo una a Milano.

Quale è, secondo te, la difficoltà maggiore nella traduzione poetica dall’italiano verso il tedesco?

Il tedesco è una lingua che tende da un lato a inglobare, come la sua sintassi, che chiude il pensiero nelle maglie del verbo, e dall’altro a marcare foneticamente la separazione tra le parole; è una lingua, diciamo, non incline al legato. L’italiano, invece, è sintatticamente più nervoso e mobile, con una pronuncia naturalmente portata alla sinalefe. Il francese ne mangerà tante di vocali, ma anche l’italiano non scherza. Venire a capo di questa eterogeneità, a prescindere dalla difficoltà o meno di un dettato poetico, è già un’impresa. Poi ci sono vere e proprie bestie nere per il traduttore tedesco, come il gerundio o il participio presente, che risolvono spesso il verso italiano con eleganza e sinteticità, rendendolo agile e piacevolmente aperto, ma che nella traduzione tedesca vanno sciolte per forza, dando luogo, a volte, a costruzioni pesanti e macchinose. Per non parlare dei casi e del genere… Dipende sempre dalle risorse di un traduttore; qui vale il solito ritornello: un traduttore letterario deve sì conoscere a fondo la lingua da cui traduce, ma deve soprattutto dominare la propria.

Non credo vi sia un tratto unico che determini la difficoltà di rendere la poesia italiana in tedesco. Una traduzione è un’operazione transculturale, una negoziazione di differenze non solo tra sistemi linguistici già al loro interno assai diversificati e disomogenei, ma anche tra costruzioni e finzioni d’identità. Voler individuare qualcosa di unico e costante in una lingua, quella parte immutabile che non può essere tradotta, sarebbe come voler cercare l’essenza, il nucleo, il nocciolo duro di una cultura e credo che questo sia un errore.

(l’intervista è già uscita, in forma diversa, sul blog “Librobreve”)

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

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