Evgenij Solonovich – Come è letta la poesia italiana all’estero? /1

Un nuovo spazio di "Officina poesia" per illustrare la ricezione della poesia italiana all'estero attraverso una serie interviste ad alcuni traduttori di diversi paesi. In apertura Evgenij Solonovich, ambasciatore della poesia italiana in Russia. A cura di Elisa Baglioni.

Un’intervista con il traduttore Evgenij Solonovich, ambasciatore della poesia italiana in Russia. Dalla fine degli anni Cinquanta ha dato voce ai maggiori poeti della nostra tradizione, Dante, Petrarca, Ariosto, Montale, Ungaretti, Saba fino ai contemporanei, tra i quali Maria Luisa Spaziani, Giovanni Giudici, Mario Luzi e Andrea Zanzotto. L’ultimo straordinario lavoro, i sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli, ha ricevuto il premio per la poesia della rivista Oktjabr’ e il premio Master dell’Unione dei traduttori letterari. Dedito occasionalmente alla traduzione della prosa (Sciascia, Landolfi, Camilleri e Francesco Piccolo), insegna traduzione presso l’Istituto Letterario Gor’kij di Mosca. Moltissimi i riconoscimenti ricevuti sia in terra italiana che in patria per l’eccezionale dedizione e l’ingegno creativo. Innumerevoli sarebbero state le curiosità – da quelle strettamente “artigianali” ai racconti degli incontri avvenuti con gli scrittori italiani – che abbiamo qui condensato, per logiche di formato, in un assaggio. A cura di Elisa Baglioni.

Inizierei con una definizione della lingua italiana data dal poeta russo Osip Mandel’štam: “la puerilità della fonetica italiana, il suo bellissimo infantilismo, l’affinità con un melodico balbettio, con un dadaismo originario.” È dello stesso avviso? Qual è la sua esperienza e impressione della lingua italiana?

Le sembrerò banale, ma per me l’italiano è una lingua di e da poeti, e ogni persona che lo parla come sua lingua madre, indipendentemente dall’accento, è per me un poeta. D’accordo, è una percezione esclusivamente sonora ma anche Mandel’štam, che lei cita, si riferisce alla fonetica, al suono e alla componente melodica dell’italiano. Sono però dell’opinione che non ci possa essere nulla di infantile in una lingua che ha le sue radici nel latino.

Quali sono le sue personali sensazioni legate alla lingua italiana?

È sempre difficile spiegare perché si ama. Ad esempio spiegare perché si ama un libro, anzi forse nel caso del libro è più facile. Per me l’amore per la lingua italiana corrisponde all’amore per l’Italia. Posso però raccontare il motivo per cui ho deciso di studiarla. Non l’avevo sentita parlare, ma per radio ascoltavo le arie delle opere italiane, per me quello è stato sufficiente, e le canzoni napoletane. Negli anni sovietici esisteva un’unica stazione radio, quella nazionale. Ricordo il periodo postbellico, quando iniziò la guerra fredda, di cui parte fu la famigerata lotta contro il cosmopolitismo e, di conseguenza, contro il jazz. Anche allora, per radio, non si poteva fare propaganda 24 ore su 24. Mandavano spesso in onda la musica classica, russa e non solo, le canzoni dei compositori sovietici, per la maggior parte patriottiche, che non sempre erano scadenti, ce n’erano di belle, in particolare quelle di guerra, e molto spesso trasmettevano passaggi dalle opere di Verdi, di Rossini, di Leoncavallo e mi era molto piaciuta la lingua. Quando ho iniziato a studiarla all’università, non conoscevo assolutamente nulla della letteratura italiana. È stata quindi la magia della lingua, qualcosa di magico c’è, senz’altro.

Cosa succede alla poesia, cosa ne rimane quando la priviamo delle qualità intrinseche della lingua in cui è scritta – la fonetica, la prosodia, le relazioni tra senso e suono –, poiché la volgiamo in un’altra lingua?

È una domanda difficile, poiché il processo in sé è difficile, molto senz’altro dipende dal poeta e, all’interno di ogni poeta, dai singoli componimenti. In ogni caso è importante, quando si traducono i classici o i versi contemporanei in rima, cercare non solo di trasmettere il disegno ritmico, pur considerando la differenza dei sistemi tra quello russo, sillabo-tonico, e quello italiano, accentuativo, ma anche la rima. È parte della nostra storia della traduzione e la preserviamo. Io me ne considero un fautore. Le rime aiutano a memorizzare i versi, grazie a queste ricordo molte delle mie traduzioni fatte anche venti, trenta, quaranta anni fa, le ricordo a memoria. E posso dire lo stesso degli originali. Non riuscirei a recitare dall’inizio alla fine una poesia di Saba, Quasimodo, Montale, Petrarca, Dante, beh di Dante sì, certamente, ad esempio Tanto gentile e tanto onesta pare…, ma alcuni versi, perlomeno i primi, li ricordo. In questo io vedo il contatto, un filo diretto tra la traduzione e l’originale. Significa che tutto non si può conservare, ma qualcosa si conserva ed è una grande felicità quando ci si accorge che si è riusciti a conservare più di quello che ci si aspettava all’inizio. Il rispetto della forma è senz’altro importante, un sonetto tradotto in versi liberi compromette il nome stesso del sonetto.

A proposito del rapporto tra originale e traduzione, Franco Fortini suggerisce una sospensione del testo a fronte, senza per questo abbandonare il rigore storico e filologico, ma egli afferma che il raffronto rimanda a “una prestazione atletica, una sorta di gioco a ostacoli, un concorso a premi, dove si valutano la bravura, o l’astuzia, la tecnica”. A cosa serve il testo a fronte? Qual è il grado di autonomia della traduzione poetica rispetto all’originale?

Inizierei da lontano. Quando, senza aver la possibilità di confrontarla con l’originale, leggo la traduzione di un romanzo o di un racconto dall’italiano, dall’inglese, dal francese oppure da qualsiasi altra lingua, anche la più esotica, segno a margine con una matita alcuni passaggi, faccio un punto interrogativo o una croce. Sono i punti dove sento che qualcosa non fila e, nel 90% dei casi, in quel punto c’è un errore di interpretazione o magari di comprensione (come lettore sarò influenzato senz’altro non solo dall’esperienza di chi traduce ma anche da quella di chi insegna la traduzione). Lo stesso per le traduzione dei testi poetici. Ma quando queste hanno l’originale a fronte, rischio di diventare strabico a forza di leggere contemporaneamente la versione e l’originale, mosso dalla curiosità, anzi dal desiderio, di capire fino a che punto posso fidarmi del traduttore. Se vedo che è bravo, continuo a leggere la traduzione, guardando l’originale solo per vedere come il traduttore abbia risolto certi problemi concreti se non abbia ignorato le metafore, le alitterazioni, le rime, le assonanze e altri elementi della poetica dell’autore. Non si tratta quindi di dargli la preferenza o meno di fronte all’autore, ma soltanto di valorizzare il suo intervento. Il traduttore non compete con l’autore dell’originale, non traduce per dimostrare la sua bravura, tanto più che non di rado mostra la sua impotenza. Riconosco al testo a fronte una funzione concreta, di strumento di controllo, quando è necessario, di cartina di tornasole. La presenza del testo a fronte non impone la lettura parallela di ogni verso.
Alcuni miei colleghi, ad esempio, sono contrari alla pubblicazione delle loro traduzioni con il testo originale a fronte, non so perché, forse, senza saperlo, concordano con Fortini, il cui nome non hanno mai sentito con tutta probabilità. Ciò è possibile, ma è ancora più probabile che lo facciano per tutelarsi da eventuali osservazioni. Non temo le osservazioni, se mi fanno notare un errore, tanto di cappello. Se mi criticano e non sono d’accordo, dirò che non sono d’accordo.
Per quanto riguarda la consuetudine russa, la pubblicazione del testo a fronte non è una pratica diffusa, perché pochi conoscono le lingue. Così, quando mi chiedono perché non ho pubblicato Belli con il testo a fronte io rispondo: chi conosce il romanesco? Per prima cosa non riuscirei a trovare un correttore di bozze per il romanesco e poi, a cosa servirebbe, solo per bellezza, per raddoppiare il volume del libro? Non avrebbe senso.

Lei ha parlato in più occasioni della traduzione poetica come di un passaggio da un sistema poetico a un altro. Cosa ne pensa degli esperimenti che cercano di riprodurre la versificazione dell’originale nel sistema di accoglienza? Ad esempio l’esperimento di Aleksandr Iljušin, che ha tradotto verso il russo la “Divina Commedia” in endecasillabi, o il caso delle traduzioni di Remo Faccani di Osip Mandel’štam, che ha trasferito le misure russe nel verso italiano.

Esprimo la mia personale opinione dicendo che mi considero un oppositore di questa scelta. Il motivo è che molto dipende dal risultato. Ad esempio, ho grande stima delle traduzioni dello scrittore e traduttore russo Asar Eppel’ dal polacco in versi sillabici, poiché sono poetiche. Ricordiamoci infatti che la versificazione russa è costruita sul principio sillabo-tonico e non esclusivamente accentuativo, come l’italiano. Non credo che sia il percorso giusto, ma è uno dei percorsi possibili. Tutto dipende da quanto il risultato sia attendibile e poetico. Nella traduzione di Iljušin c’è artificiosità, al primo posto si trova il procedimento letterario, tutto il resto si perde.

Cosa intende per “poetiche” quando definisce le traduzioni di Eppel’?

Sono poetiche perché sanno di arte e non di artificio.

Da alcuni anni insegna traduzione all’Istituto Letterario Gor’kij di Mosca. Come le nuove generazioni vedono il mestiere di traduttore letterario? Cosa è cambiato rispetto al passato?

Ora la situazione è completamente diversa da quella nella quale è trascorsa una parte rilevante della mia vita letteraria. Credo che non si possa insegnare a scrivere – nel nostro Istituto ci sono corsi di scrittura poetica e narrativa, di drammaturgia e di critica letteraria –, così come non si può insegnare la traduzione, ma si può aiutare a imparare. Per quanto mi è possibile cerco di aiutare i giovani futuri traduttori ad impadronirsi della professione. Ma è differente dal periodo sovietico nel quale sono cresciuto, quando le case editrici erano statali e venivano rispettati i diritti d’autore, quando a livello statale erano stabiliti stipendi e compensi, c’era una lista delle tariffe: bassa, media, alta. Mi guadagnavo da vivere col mestiere di traduttore letterario e vivevamo bene, non benissimo, ma ce la cavavamo più che dignitosamente. Ora la prima cosa che dico agli studenti è che non riusciranno a vivere di letteratura. Se vi siete fatti l’idea che potrete vivere con i proventi letterari, vi sbagliate.

Parlando invece del suo lavoro, dopo alcuni anni è tornato a tradurre le poesie di Montale, è cambiato qualcosa nel modo di tradurle?

È cambiato molto, perché c’è stato un lungo intervallo, durante il quale ho tradotto la prosa di Montale. Nel 1979 esce il primo libro da me tradotto, Poesie scelte, anticipato da alcune uscite nelle riviste, su “Inostrannaja Literatura”. Dopo questo libro ho tradotto tre o quattro poesie incluse inserito nella mia antologia di poesia italiana [Poeti italiani tradotti da Evgenij Solonovich, Moskva, Izdatel’stvo Raduga, 2000] compreso Spesso il male di vivere ho incontrato, che non avevo inserito in precedenza, forse perché non avevo trovato la chiave giusta per tradurlo. Tra la raccolta del 1979, quei pochi versi tradotti per l’antologia e i testi che ho tradotto quest’estate per la rivista “Novyj Mir”, c’è stata la prosa La Farfalla di Dinard. Non posso dire che la prosa abbia cambiato il mio atteggiamento verso la poesia di Montale, se non verso un maggior rispetto e amore per questo poeta. Quando d’estate ho iniziato a tradurlo, per prima cosa, ho notato che non ero stato molto attento alla forma, ad esempio, Montale ha una straordinaria poesia dal titolo Le rime. “Le rime sono più noiose delle / Dame di San Vincenzo: battono alla porta / E insistono. Respingerle è impossibile / E purché stiano fuori si sopportano.” È una breve poesia da Satura e finisce così: “Il poeta decente le allontana, / (le rime), le nasconde, bara, tenta / il contrabbando. Ma le pinzochere ardono / di zelo e prima o poi (rime e vecchiarde) / bussano ancora e sono sempre quelle.” Ecco io a volte non ho notato queste “vecchiarde”, poiché Montale è ricco di rime interne, a volte non ho notato le assonanze, mentre questa volta sono stato più attento, non so perché, forse è giunto il tempo di Montale, è tornato il tempo di Montale. E poi c’è una piacevole coincidenza, la richiesta di tradurlo è arrivata dal redattore del “Novyj Mir”, Pavel Krjučkov, non è poeta, ma è un bravo critico, responsabile della sezione di poesia della rivista. Lui si fida ciecamente di me e so che non mi farà domande quali, “cosa voleva dire Montale con questo?”. Montale stesso non fa che provocare tali domande, cosa vorrà dire con questo e con quello. Per questo mi sono sentito totalmente libero, non ho tentato di mettere a nudo il testo per il lettore di arrivo, non che non abbia interpretato, non si può tradurre Montale, e in generale la poesia, senza interpretarla. Il sistema di perdite e compensazioni è inevitabile, nondimeno sono stato più rigoroso e non me ne pento. Se avessi tradotto per una casa editrice che mi avesse chiesto spiegazione delle scelte di traduzione…

Come è successo per il volume di Montale del 1979?

No, anche in quel caso sono stato libero, poiché il redattore capiva tutto, ma ero più giovane. Prima di Montale c’erano stati alcuni poeti, dopo Montale ancora altri poeti, compresi alcuni contemporanei, per cui si tratta di un caso di beneficio dell’esperienza.

Non può mancare una domanda sulle traduzioni di Giuseppe Gioacchino Belli, che le ha valso innumerevoli premi e riconoscimenti. Le curiosità sono tante, ma vorrei soffermarmi sul dialetto. Lo ha percepito come parte della lingua italiana? Che percezione ha della lingua di Belli?

Come di un’altra lingua, poiché è la lingua nella quale parlavano le persone a nome dei quali Belli parla. L’assenza dei dialetti nella lingua russa non mi ha permesso, anche volendo, di cercare alcuna corrispondenza. Ho considerato le poesie di Belli come fossero scritte in un’altra lingua. Un’altra questione è quella del carattere della lingua, del dialetto romanesco, che mi ha offerto la possibilità di attingere alle più diverse fonti per ciò che riguarda la sintassi, il lessico, il registro popolare o colloquiale, i proverbi e i modi di dire. Con questi ho solo sottolineato il carattere popolare dei suoi versi, ma in alcun modo il romanesco in quanto dialetto. Amo molto le mie traduzioni di Belli. Inoltre lui è contagioso per cui, traducendo Montale, di tanto in tanto ritornavo su Belli, sebbene il libro sia già uscito e non ne ho in programma un altro, ma Belli non mi abbandona. Inoltre tradurlo è un divertimento, come ho scritto da qualche parte, è un tormentoso piacere e a volte mi concedo questo piacere. Peraltro è un grande salto quello da Montale a Belli. Perché Montale è un continuo rompicapo.

è un altro tipo di piacere…

Certo.

Vorrei finire con un test psicologico sulla scorta di quello che Anna Achmatova, così si dice, sottoponeva ai suoi ospiti. Tre domande a risposta chiusa su alcune predilezioni, nel caso di Achmatova la scelta era Pasternak o Mandel’štam, tè o caffè, cane o gatto. La versione italiana è la seguente: Saba o Montale?

Una domanda difficilissima, mi sarebbe più facile rispondere alla domanda Pasternak o Mandel’štam…

In quel caso cosa avrebbe risposto?

Mandel’štam. Non lo so, veramente. Tutti e due, forse, alla fine Montale. Anzi da poco ho trovato un estratto da una rivista letteraria italiana e lì c’erano le lettere di Montale a Giacomo De Benedetti. In una delle lettere, negli anni Venti, Montale scrive: “è passato Saba, è una persona affascinante, ho molta simpatia per lui anche se dice di non capire le mie poesie”. C’è dell’ironia ma, conoscendo Saba, è del tutto possibile che risponda a verità, poiché sono opposti. A livello umano avrebbero potuto provare simpatia l’uno per l’altro, diventare amici, tra l’altro Montale diede rifugio a Saba nella sua casa di Firenze, durante l’occupazione tedesca. La mia risposta è: Montale, perché è più vicino nel tempo. A Saba non tornerò più, lo so per certo. Ho invece deciso di tornare su Montale.

La costiera Amalfitana o Firenze e la campagna fiorentina?

La campagna fiorentina, Siena.

Poi i fiorentini e i senesi si offendono…

Allora Firenze.

Vino bianco o vino rosso?

Dipende, negli ultimi tempi il vino bianco, non nel significato russo “bianco” o “rosso”. Un tempo per “bianco” si intendeva la vodka, mentre “rosso” era il vino.

Immagine: San Pietroburgo.

09/01/2014
0 commenti
TORNA ALLA PAGINA PRECEDENTE

Commenti

LASCIA UN COMMENTO

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>