Elio Pagliarani, l’amore al tempo della bomba H

Per presentare l’edizione Tutte le poesie (1946-2011) di Elio Pagliarani, a cura di Andrea Cortellessa, appena uscita per il Saggiatore, proponiamo un saggio di Andrea Cortellessa e a seguire una scelta di poesie di Pagliarani.

 

di Andrea Cortellessa

È stata spesso ricordata la circostanza – che, per la verità, molto infastidì l’interessato – della mancata inclusione di Pagliarani, da parte di Edoardo Sanguineti, nell’ultimo capitolo dedicato alla «nuova avanguardia» della sua celebre e discussa antologia della Poesia italiana del Novecento, pubblicata nel «Parnaso» einaudiano nel 1969. Quell’ascrizione dell’autore della Ragazza Carla sotto l’etichetta del «realismo sperimentale» (al pari di campioni, da Sanguineti per diversi motivi sgraditi, quali Pavese e Pasolini), talvolta in negativo e ben più spesso in positivo, è stata addotta a comprova d’una sostanziale estraneità, rispetto alla Neoavanguardia, di Pagliarani. Il quale ha così avuto in sorte di godere, negli organigrammi vigenti, di uno status di “isolato” e “moderato” – che è invece quanto di più remoto si possa immaginare da quella che fu la sua reale personalità umana e letteraria.

Non fu affatto un “isolato” l’uomo che visse sempre – come testimoniano le pagine tarde e fragranti dell’autobiografia Pro-memoria a Liarosa, pubblicata da Marsilio l’anno prima della scomparsa, nel 2011 – in contesti sociali densi e proverbialmente fervidi: godendo appieno della compagnia di compagni di strada, artisti e scrittori, coi quali i suoi rapporti furono sempre calorosi (quand’anche, come tipico del suo carattere, soggetti a omeriche sfuriate). E men che meno si può considerare un “moderato” il poeta capace di audacie formali davvero senza rete, come quelle di Lezione di fisica & Fecaloro e del Doppio trittico di Nandi, che restarono da quegli stessi compagni di strada impareggiate e, se è per questo, da allora ineguagliate. Non è un caso se per l’edizione 1968 del primo titolo citato Pagliarani si risolse alla soluzione radicale di stampare in verticale i suoi versi, lunghi e lunghissimi (lo stesso farà, nel ’95, con l’edizione «organicamente incompiuta» – come la definì Giovanni Raboni, nella circostanza editor d’eccezione – del secondo «romanzo in versi», La ballata di Rudi): raggiungendo nell’occasione – per poter abbracciare l’estensione da record di Fecamore, il cui verso si avvia ormai alle cinquanta sillabe – il formato monstre di 32 centimetri d’altezza. La generosità, anticiclica e davvero fuori dal comune, della nuova e formidabile edizione del Saggiatore ripropone ora per la prima volta quella soluzione: applicandola però, anziché all’esile estensione di una singola raccolta, all’intero corpus dell’autore: che assomma a più di cinquecento pagine.

L’attuale soluzione superfuoriformato è tutto meno che gratuita; così come non era stata occasionale, a suo tempo, la lunghezza spropositata della «fisarmonica spalancata» di Pagliarani in piena estensione. Se è così “lungo”, il suo verso, è perché deve accogliere tante cose. La volontà di includere porzioni di realtà le più ampie possibili è sin dal principio una costante della sua poetica; e materialmente il verso pare estendersi a misura della portata di tale prelievo. Si va da un verso già assai lungo nelle sin dal titolo “neorealistiche” Cronache del primo libro, 1954 (per esempio nei Goliardi delle serali, già vero “racconto in versi”), a un verso minimo e quasi minimalista, nel sin dal titolo “esistenzialista” Inventario privato del ’58; la fisarmonica comincia a fare un’escursione alquanto ampia in certi frammenti “cinematografici” della Ragazza Carla, il primo «romanzo in versi» pubblicato sul «Menabò» di Vittorini e Calvino nel ’60 e due anni dopo da Mondadori (ma in appendice al volume del Saggiatore sono stati riportati – grazie al loro ritrovamento recente da parte di Luigi Ballerini – i primi abbozzi in prosa del poemetto, che risalgono davvero al 1947-48 e sono in forma di soggetto appunto cinematografico, come ricordato da Pagliarani: «da proporre, possibilmente, alla coppia De Sica-Zavattini. Un’idea velleitaria di un ventenne»), per estendersi al massimo – come detto – nell’addirittura “cosmologica” Lezione di fisica (pubblicata una prima volta, da Scheiwiller, nel ’64). L’escursione del verso si riduce al minimo negli Esercizi platonici dell’85, col ritorno a un tono gnomico, sapienziale che non fa più diretto riferimento all’osservazione della realtà; mentre tornerà a essere consistente, a tratti, negli Epigrammi tardi, definitivamente raccolti nel 2001: che – sia pure con la mediazione straniante dei cut-up da Savonarola o Martin Lutero – non mancheranno di confrontarsi satiricamente col presente.

Il «realismo sperimentale» di Pagliarani, poi, è tale anche perché si confronta frontalmente col presente. Ancora una volta, senza rete. Se il titolo della sua raccolta d’esordio è Cronache, e se per tanta parte della sua esistenza s’è guadagnato da vivere come giornalista (negli anni Cinquanta all’«Avanti!», dalla fine dei Sessanta all’inizio degli Ottanta a «Paese Sera»), non ci si dovrebbe stupire dell’impatto che nella sua poesia hanno avuto i media: in particolare, appunto, i giornali. Se nella nuova edizione ho potuto inserire ben quindici componimenti “nuovi” – pubblicati, cioè, ma mai raccolti in volume: dunque dispersi e in sostanza dimenticati dallo stesso autore, all’altezza della precedente edizione che realizzai per Garzanti nel 2006 – è stato soprattutto grazie all’esteso spoglio delle collaborazioni giornalistiche di Pagliarani. Ne faceva menzione (anche se vaga, per la verità) il citato Pro-memoria; ma ho così potuto verificare che fra il ’56 e il ’57, sulla terza pagina dell’«Avanti!» e per iniziativa del suo vicedirettore Carlo Colombo, Pagliarani si esercitò nelle mansioni del “cronista in versi” in senso stretto: commentando, con componimenti scritti per l’occasione, le notizie di maggiore impatto soprattutto di politica internazionale. Il 12 agosto 1956 lo troviamo commemorare non senza retorica (Dal profondo del cuore) le vittime della tragedia mineraria di Marcinelle, in Belgio, e l’11 novembre la crisi di Suez: quando l’intervento di un contingente militare franco-britannico sventò la paventata nazionalizzazione del Canale da parte dell’Egitto di Nasser, ma a costo di spingere la tensione fra i blocchi sino a quella che parve un’imminente Terza guerra mondiale. Quest’ultimo componimento, Come in una lettera d’amore, sorprende davvero per come anticipa le soluzioni di Lezione di fisica (di là da venire di otto anni): inserendo in un dettato “lirico” – il poeta si rivolge per lettera a un antico amore che gli ha scritto angosciata, escludendo l’eventualità della guerra – inserti materici “bruti”, ritagliati da articoli di cronaca e segnalati redazionalmente dall’uso del grassetto: i quali a ben vedere smentiscono drammaticamente («le dichiarazioni del generale Ypsilon / sottolineano l’interesse del momento, dal suo punto di vista») quei tentativi di rassicurazione («da noi guerra non c’è non è in vista / guerra mondiale»). La conclusione è improntata al medesimo stoicismo d’«acciaio», alla stessa «pietà oggettiva» dei momenti più alti della Ragazza Carla a sua volta ben di là da venire (ma in effetti, a quell’altezza, già in lavorazione): «Siamo vivi, tu ed io siamo vivi / non l’abbiamo scampata bella / perché è nell’ordine delle cose / – tot chilometri in linea d’aria – / ma abbiamo solo questo di diverso / dai morti di questi giorni».

Devastante e memorabile come si ricorderà, nella Ragazza Carla, l’inserto in maiuscoletto sulla guerra «FONDAMENTO DEL DIRITTO DELLE GENTI», quando il tormentoso signor Praték scandisce compiaciuto che «A third world war / is nécessary, né‑ces‑sa‑ry, go on translate my friend»: e proprio quello della “paura atomica” dei tempi dominati dall’«equilibrio del terrore» è il tema di “cronaca” che più incombe su Pagliarani (il quale lo condivide per esempio con Zanzotto, altro poeta sempre attratto dalla scienza e dai suoi paradossi etici). Nel 1957 si inseguono, in climax angosciosa, le notizie di sempre più minacciosi testi nucleari sovietici, statunitensi e britannici; e sulle pagine dell’«Avanti!», il 21 maggio, vengono anticipati i versi più icastici dell’Inventario privato: quelli che cominciano È difficile amare in primavere, che per la prima volta connettono al tema “atomico” quello amoroso. Ci si chiede quanto sia legittimo protrarre la catena genetica (per mezzo dell’«amore virile che mi tocca»), in un mondo che alle generazioni a venire prospetta (come si leggerà in Lezione di fisica, riportando i terrificanti pronostici di Herman Kahn, l’esperto americano che farà da modello al Dottor Stranamore di Stanley Kubrick), dopo quello che pare un inevitabile scontro termonucleare, «un ulteriore problema / quello cioè se i sopravvissuti avranno buone ragioni / per invidiare i morti»; e poi ci si chiede pure, però, se sia lecito estendere a livelli macroscopici e a «pubblico stridore» quella che è una “strategia della tensione”, forse, solo e squisitamente “privata”: «solo nostra, anzi tua e mia». Nella stessa pagina del quotidiano socialista c’è però anche una “coda” inedita, al componimento noto, che nell’edizione del Saggiatore figura nella sezione delle «Poesie disperse» col titolo Peste come il vento (e che si propone qui): Pagliarani vi riporta in corsivo, per poi commentarle, alcune «drammatiche e angosciose parole» scritte al giornale dal «tranviere romano Benedetto D’Aza»: «Chi darà sepoltura in pochi giorni / ai corpi delle bestie e degli uomini / con il cancro nel sangue? / Allora peste veloce come il vento farà volo / e non c’è Dio che tenga». La peste è la contaminazione nucleare, il fall-out radioattivo che proprio dal vento viene trasportato: cancro tanto più insidioso quanto più impercepibile (metafora “manzoniana” che tanto tempo dopo, all’indomani dell’incidente di Chernobyl nel 1986, userà anche Primo Levi).

Tutto questo materiale precipita ed “esplode” nel componimento eponimo della Lezione di fisica 1964, che è fra i capolavori assoluti di Pagliarani (altro che “moderato”!). L’avvio, come già nell’incunabolo di Inventario privato, è contrassegnato dallo straniamento (se vogliamo tradizionalmente parodico, se è vero che è testimoniato nella poesia metafisica inglese e, in generale, nel concettismo seicentesco) del dialogo amoroso mercé l’adozione del linguaggio scientifico. I parallelismi sono arguti – concettosi, appunto – ma tutto sommato, una volta impostata l’equivalenza (comportamento femminile = moto delle particelle subatomiche), prevedibili. Dunque «se il microggetto in sé è inconoscibile» (perché, in virtù del principio d’indeterminazione, «non si può aver studio di un oggetto / senza modificarlo»), «io qui sto Elena […] e aspetto […] la comunicazione dell’effetto / su di te, delle modifiche». Ma il passo della poesia cambia radicalmente mercé l’introduzione di un secondo materiale di riporto, la lettera di Einstein a Roosevelt sulla costruzione della bomba atomica; e poi con l’inserzione di un terzo livello della metonimia, quello delle deliranti «tabelle / delle possibili condizioni postbelliche» del già menzionato Stranamore del complesso militar-industriale statunitense. L’inciso è riportato senza commenti, con gelida neutralità; ma il cortocircuito è dato dall’accostamento – a questo panorama terrificante e immobile, di morte assoluta – d’un soprassalto vitalistico, ludico ed erotico, sfrenatamente motorio: «Quanta gioia mi dai quando ti stufi / di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia / e che sia gioia attiva, trionfante […] \ vino rosso \ capriole con lancio di cuscini \ nella mia stanza». È una reazione istintiva, quella rappresentata da questa gioia e queste capriole: contrassegni etologici, quasi, della «voglia / di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto». Davvero la vita contro la morte si celebra in questi versi euforizzanti: come recitava un titolo epocale di Norman Brown che, alla fine degli anni Cinquanta, tentava di dar conto in termini psicanalitici del moto di reazione corporale nei confronti della mortificazione reificata del sistema di vita capitalistico; o, per dirlo con le scintillanti parole remixate da Cavalcanti nel finale grandioso della Ragazza Carla, «quanto di morte noi circonda e quanto / tocca mutarne in vita / per esistere».

Sempre la scrittura di Pagliarani ha dato prova di essere capace di operare questa mutazione alchemica (l’alchimia misteriosamente evocata nel Doppio trittico di Nandi del ’77: punta di diamante della sua sperimentazione più sfrenata, nell’edizione del Saggiatore organicamente restaurata). Dice un personaggio memorabile della Ballata di Rudi, «la Camilla» che, dopo aver vissuto sessant’anni dell’onesto, duro, materiale lavoro tradizionale, ci resta male a guadagnare, in un anno di speculazione immateriale in Borsa, «più che in quarantacinque di lavoro»: perché «vuol dire che fino all’anno scorso \ ho sbagliato tutto». E conclude: «Io non accetto il cambiamento: o era giusto prima o è giusto adesso / non è che sono matta nella testa: difendo la vita nella sua interezza». La poesia di Pagliarani, davvero e sempre, ha difeso la vita nella sua interezza: questa la divisa etica, prima che letteraria, del suo realismo sperimentale. Niente più di questo: ma, anche, niente di meno.

 

È difficile amare in primavere

È difficile amare in primavere
come questa che a Brera i contatori
Geiger denunciano carica di pioggia
radioattiva perché le hacca esplodono
nel Nevada in Siberia sul Pacifico
e angoscia collettiva sulla terra
non esplode in giustizia.
Potrò amarti
dell’amore virile che mi tocca, e riempirti
se minaccia l’uomo
sé nel suo genere?
O trasferisco in pubblico stridore
che è solo nostro, anzi tuo e mio?

da Inventario privato, 1959

*

Peste come il vento

………………………………………………..Da Roma sorge
chi ne ha il diritto, il grido d’un tranviere:*
«Chi darà sepoltura in pochi giorni
ai corpi delle bestie e degli uomini
con il cancro nel sangue? Allora peste
veloce come il vento farà volo
e non c’è Dio che tenga». Io mi vergogno
non d’amarti, mia vita, primavera,
ricambio del mio corpo: d’esser uomo
che può morire per follia dell’uomo
ho grande ira nei polsi e mi vergogno.

* Sono riportate, in parafrasi, le drammatiche e angosciose parole che il tranviere romano Benedetto d’Aza ha scritto all’Avanti!, come si può leggere in «Arrivi e Partenze» di venerdì.

 

da «Avanti!», 21 maggio 1957

 

*

Lezione di fisica

Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck all’inizio del secolo (dispute se era il principio o la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
……………………………………..bisognava supporre che quanti d’azione fossero alla base
dell’energia moltiplicata per il tempo
………………………………………………………Elena oh le sudate carte la luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica – scuola di Copenaghen –
e da quella ondulatoria del principe di Broglie che ben presto i fisici
si accorsero come le due nuove meccaniche benché basate su algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermano che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
…………………………………..la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
……………………………………..Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita
…………………………….Io cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la penna
scrivendo a Roosevelt «Caro presidente, facciamola
l’atomica, sennò i nazi» l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue dal naso che ti libera

 

Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto B
se il microggetto in sé è inconoscibile
se l’onda di de Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particella di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
………………………………………………………………………..Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla certezza
………………………………………………………………………..perciò l’atomica
Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la materia
può risponderci con un comportamento statistico
……………………………………………………………………….Dio gioca ai dadi
con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?

 

Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché 160 milioni di decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore problema
quello cioè se i sopravvissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti

 

………………………………..Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, magari
…………………….L’odore delle erbe di campagna nel piatto da Cesaretto rughetta
mpinella un’insalata d’erbe della terra tenere espansive degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizzontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
………………………………………….vino rosso
…………………………………………………capriole con lancio di cuscini
nella mia stanza

 

………………………….Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
…………………………….anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto

e invece non ci basta nemmeno dire no che salva solo l’anima
ci tocca vivere il no misurarlo coinvolgerlo in azione e tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi testimoni.

da Lezione di fisica, 1964

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).