Giugno 2014

Mese: Giugno 2014

Playlist di libri. Traccia 4

Forse non sapete chi sia Mocky, e il libro che ha scelto non è mai stato tradotto in italiano, ma può capitare a tutti di dover mettere le proprie cose in una valigia per andarsene lontanissimo da casa, magari anche a Los Angeles.

A giugno le traduzioni dalla riviste estere si trasformano in una nuova rubrica.
Secondo gli editor della rivista londinese Five Dials, se siete come loro, e come noi, vi capita di passare parecchio tempo guardando video musicali, esibizioni dal vivo riprese con mani malferme, e una volta o l’altra vi siete detti “sì, tutto molto bello: ma questa gente cosa legge?
Perciò hanno chiesto ad alcuni musicisti di parlare del loro romanzo preferito, e del loro brano preferito del romanzo preferito.

 


The History of Forgetting. Los Angeles and the Erasure of Memory, di Norman M. Klein
Questo libro è una raccolta di docu-favole e interviste che esplorano la storia di Los Angeles: i cicli di gentrificazione e immigrazione, la riqualificazione del trasporto pubblico, il modo in cui vengono rasi al suolo interi quartieri. Ha un significato speciale per me in questo momento perché mi sono appena trasferito a Los Angeles da Berlino, che è a sua volta una città con i propri quartieri demoliti e ricostruiti, dove ho vissuto per dieci anni. Questo trasferimento ha compreso molti degli stessi adattamenti descritti nelle storie di questo libro. Il mio monolocale a Berlino è stato trasformato in un parcheggio a poche settimane dalla mia partenza, e il quartiere dove vivevo sta cambiando così velocemente che è a malapena riconoscibile. Sto cercando di costruirmi una nuova vita fuori dal romanzo del possibile “potrebbe essere” in una Los Angeles  che si trova in un’America che assomiglia ad un impero in rovina. Le innumerevoli storie sul reinventarsi descrivono Los Angeles come un mondo molto simile a Berlino, dove ci si può costruire la propria realtà e vivere dentro una bolla. The History of Forgetting è stato d’ispirazione per me quando con la mia compagna e nostro figlio di 22 anni abbiamo fatto le valigie e ci siamo lasciati alle spalle il mondo comodo, lo stile di vita bohemienne degli artisti europei, e ci siamo reinventati da capo , questa volta come una nuova scuola di pionieri dell’era digitale diretti verso un’America post sogno americano. Il mio pezzo preferito è il capitolo intitolato ‘Storie in un inglese che non parlo’ . Parla di un emigrato vietnamita benestante che descrive la sua vita in Vietnam durante la guerra, e le difficoltà che lui e la sua famiglia hanno dovuto affrontare per integrarsi nella società americana. Dopo innumerevoli orrori e dopo aver vissuto cose che la maggior parte di noi non vorrebbe nemmeno immaginare, finisce a LA e trova ancora dell’ottimismo per parlare del potere delle capacità ipnotiche di Los Angeles:
“Ora parlo inglese abbastanza dignitosamente da poter stare alla cassa di un benzinaio. Schiaccio i tasti con l’entusiasmo di un pollo in una teglia . Alla finestra , vedo giovani uomini che hanno circa l’età di mio figlio, e ammiro la loro grazia , e le loro macchine nuove. Io che arrivi la donna giusta. Ho preparato un discorso per lei.”
Giorni dopo, Mocky ha inviato un frammentario seguito via email:
ciao amico,, devo essere breve perché sto per prendere l’autostrada con moglie e figlio,,, ma avevo comprato il libro durante un viaggio a LA l’anno scorso e me lo sono riportato a berlino, ho iniziato a leggerlo in volo e mi ha preso un sacco e non riuscivo a chiuderlo,, c’è una foto di LA in copertina presa dall’osservatorio griffith,, e noi abbiamo una foto di famiglia della nostra prima volta là con esattamente lo stesso sfondo,,,
spero vada bene

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Mocky è nato nel 1974 in Canada. Compone e produce musica, e ha collaborato con moltissimi artisti. L’ultimo album solista, Saskamodie, è uscito nel 2009 per la sua Mockyrecordings. Dopo essersi trasferito a Los Angeles, nel 2013 ha pubblicato l’EP Graveyard Novelas (The Moxtape Vol. 1).

 

 

Tiziana Scalabrin

Playlist di libri. Traccia 3

Ellen Waddell dei Los Campesinos! propone la traccia numero tre della playlist – e c’è anche un racconto.

 

A giugno le traduzioni dalla riviste estere si trasformano in una nuova rubrica.
Secondo gli editor della rivista londinese Five Dials, se siete come loro, e come noi, vi capita di passare parecchio tempo guardando video musicali, esibizioni dal vivo riprese con mani malferme, e una volta o l’altra vi siete detti “sì, tutto molto bello: ma questa gente cosa legge?
Perciò hanno chiesto ad alcuni musicisti di parlare del loro romanzo preferito, e del loro brano preferito del romanzo preferito.

 

 


… e ora parliamo di Kevin, di Lionel Shriver

La prima volta che ho preso in mano …e ora parliamo di Kevin ho perso la pazienza al primo capitolo. Ero al primo anno di università e stavo cercando di ricominciare a leggere per piacere. Il mio cervello si stava esaurendo a forza di pesanti libri di testo teorici. Volevo leggere qualcosa di narrativo e d’evasione: un’abitudine che ho acquisito quand’ero piccola e i miei genitori stavano attraversando un aspro divorzio, e che ho sviluppato quando la mia matrigna mi accusava di seppellire la faccia in un libro invece di occuparmi di qualcosa.
Vagando nella Waterstone’s di zona mi sono ritrovata di fronte all’espositore dell’Orange Book Prize e sono stata istantaneamente attratta da Kevin, non solo per gli importanti riconoscimenti di colleghi affermati, ma anche perché il libro parlava delle conseguenze di una sparatoria in un liceo. L’ultimo libro che avevo letto sullo stesso argomento – il brillante Hey Nostradamus! di Douglas Coupland – era diventato uno dei miei preferiti. Vai dove conosci.
Il libro era sotto forma di una serie di lettere scritte da Eva Khatchadourian al suo ex marito, Franklin, dove cerca di capire perché loro figlio abbia brutalmente ucciso dei suoi compagni di classe. Eva passa dal presente (l’indomani e le visite al figlio in prigione) al passato (l’educazione di Kevin) mentre cerca di decifrare e venire a patti con la trasformazione del figlio. È una voce narrante fredda e debole, che non allude alla propria mancanza di istinto materno, ma fornisce comunque le prove di come il figlio possa aver portato con sé questi istinti dalla nascita. Discute le differenti impostazioni genitoriali impiegate da se stessa e dal marito, il proprio risentimento e il malessere verso il figlio, e riflette sui possibili segnali che potessero condurre alle uccisioni, nel tentativo di comprendere di chi potesse essere la colpa, ammesso che fosse di qualcuno.
La prima volta ho smesso di leggerlo. All’inizio mi piaceva il tono del sottotesto “natura vs cultura”, ma in pratica era un libro pesante e doloroso da leggere e non ero in grado di gestire la materia. Non era l’anno giusto per sviscerare il difficile rapporto tra una madre e il figlio, figuriamoci per esplorare l’argomento taboo di non piacere a se stessi. Era l’anno per Anne Rice. Ho deciso di riaprire il libro dopo l’università, quando mi sono sentita più saggia, o almeno meno emotivamente fragile. Appena ho iniziato a leggere sono stata assorbita e conquistata, ma l’assorbimento è stato riconosciuto e capito per quello che era. I sentimenti sono cresciuti per la grande scrittura, ma potevo anche chiudere il libro e bere un tè. Potevo spegnerlo, o così pensavo. Un giorno in cucina ero quasi alla fine del libro e mi sentii riempire di una curiosità morbosa. Presto avrei scoperto esattamente cos’era successo in quel particolare giovedì in cui Kevin aveva deciso di uccidere i suoi compagni. Non era pronta per la traiettoria ad effetto che mi aspettava, quella che arriva verso la fine e ti distrugge come lettore – l’orribile tragedia personale che il narratore ha condotto sin da pagina uno e il linguaggio brutale che la descrive. Non voglio dire cosa accade – per favore leggete questo libro – ma è così terribile e ben raccontato che ti lascia asfaltato. Mi accasciai sul pavimento della cucina. C’era una frase in particolare che mi aveva scioccato così tanto che ero rimasta a fissare a bocca aperta le parole prima di dire ad alta voce “no”. Mi aveva ricordato le tragedie greche che amavo, il glorioso orrore delle Baccanti – e anche la disperazione in Dante. Poi singhiozzai. Singhiozzai molto. Ho dovuto sdraiarmi sul divano un po’ per superare lo shock. Mia madre mi ha trovata lì un’ora dopo, era confusa sul perché fossi così scossa da un libro. Era il modo in cui Shriver aveva dipinto l’immagine viva di questo narratore che sembra non lasciarci entrare. Mi sentivo così male per lei, così impotente, e capivo perché fosse così distante. La rivelazione non cede mai al vuoto melodramma, accennando all’isteria soltanto nella scena in cui lei trova qualcosa che non potresti immaginare neanche nel tuo incubo peggiore. Sembrava reale, troppo reale, e la mia reazione è stata una testimonianza della natura autentica della scrittura. Vorrei non averlo riletto in un certo senso, e poter cancellare quella parte, ma allo stesso tempo ha perfettamente senso. Rende il libro perfetto.

 

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Ellen Waddell è stata la bassista dei Los Campesinos! dalla loro fondazione fino al 7 dicembre 2012, quando ha annunciato che avrebbe lasciato la band. Adesso si dedica ad altre arti: scrive sceneggiature, pezzi sulla cultura pop e racconti. http://ellenwaddell.tumblr.com/

 

(Racconto pubblicato su McSweeney’s)

LETTERA APERTA ALL’AGENZIA INTERINALE CHE CONTINUA A MENTIRMI RIGUARDO QUANTO SIA BUONO UN LAVORO

Di Ellen Waddell

Ragazzi,
capisco che pensate sia divertente dare appuntamento a due persone per un lavoro di merda alla reception, ma in realtà è molto fastidioso. Specialmente quando sei quella che deve tornare a casa e non guadagnare una lira perché è arrivata trenta secondi dopo l’altra ragazza, la quale era più veloce soltanto perché non indossava inappropriatamente tacchi alti da receptionist, come una cazzo di sprovveduta.

Voi vi prendete un terzo di quello che guadagno per ogni ora che io scansiono, salvo, o fingo di saper usare Excel, e non capisco perché. Non mi pagate mai nei tempi, mi affibbiate sempre i lavori peggiori perché sapete che ne ho bisogno e che ci tengo a fare bella figura, e voi vi comportate come se due settimane di inserimento dati siano una sorta di sfida entusiasmante. Apprezzo il vostro entusiasmo, ma non facciamo finta che sia come scalare l’Everest, o, per quello che conta, che sia quello che davvero voglio fare nella vita.

E non pensate che non abbia decifrato il vostro codice aziendale da agenzia interinale. Quando dite “le persone in questa azienda dicono pane al pane”, intendente in realtà “questi tizi sono dei razzisti imbecilli”. E quando dite “si aspettano un rapido ritmo lavorativo” intendete “nessuno avrà il tempo di mostrarti come fare il tuo lavoro, e se la prenderà se fai domande”.

Ho iniziato ad avere sospetti su quanto vi interessa di me dopo Truck Gate. Vi ricordate Truck Gate? Quando mi avete messa nel reparto amministrazione di una compagnia di camion di trasporti, e io vi ho chiamato da una stazione di servizio piangendo perché avevo gli attacchi di panico in bagno e non ce la facevo più? Mi avete risposto che loro forse usavano un linguaggio osceno, ma d’altra parte erano persone carine. Loro NON erano persone carine. Si odiavano tutti, e quando uno lasciava la stanza i colleghi parlavano di quanto fosse grasso, stupido, o avesse figli orrendi. Ho sviluppato rapidamente il terrore di lasciare le stanze. In più mi prendevano in giro per come facevo le fotocopie, non volevano insegnarmi a portare i camion, e mi hanno fatto guidare una macchina che non ero assicurata né capace di guidare. Il linguaggio osceno era l’ultimo dei miei problemi. E quando me ne sono andata, uno di voi, nella sua cantilenante voce, confessò che il suo fratellastro aveva lavorato là e aveva detto che era stato il periodo peggiore della sua vita. DELLA SUA VITA.

E non sembrava fregarvene un cazzo dei miei diritti umani. Non avete fatto nulla quando mi sono lamentata della ridicola regola del bagno in quello studio di architettura. Ogni volta che dovevo usare il bagno, dovevo mandare una mail ad una donna di nome Patsy, la quale doveva coprire il mio posto alla reception. A volte Patsy mi ignorava per delle ore. Io stavo semplicemente seduta lì ad aspettare che la mia vescica esplodesse, sapendo che Patsy veniva pagata per ogni minuto della mia sofferenza.

E potevate avvisarmi riguardo le fottute consulenze pro bono che ho finito per fare. Sono andata avanti a parlare con i membri senior dello staff che mi raccontavano i loro più profondi e oscuri segreti, e io dovevo mostrare interesse per non essere licenziata. Pensano che dal momento che sono a tempo determinato possono raccontarmi qualunque cosa, come un secchio della spazzatura parlante da riempire dei loro più profondi rimpianti. Sapete cosa fanno queste persone? Tirano fuori le loro poesie, mi fanno ascoltare i loro demo musicali, insistono che senta quanto la tetta sinistra sia più grande della destra e mi chiedono se secondo me dovrebbero lasciar perdere tutto e diventare modelle di intimo.

Bramo un lavoro a tempo determinato dove io non inizi a pensare di scriverci una sitcom ma poi decido che non lo faccio perché sarebbe troppo triste. E quello che mi pagate non è minimo, è nonsense. Ho ricevuto la stessa paga oraria di merda per copiare numeri in un tabulato e per parlare su Gchat come ho fatto per le assicurazioni sulle vacanze per un’agenzia per ha entrate di milioni. Per favore non “sfidatemi” facendomi guadagnare lo stesso che prendevo stando dietro un computer a scrivere sceneggiature, come quando lavoravo durante la pausa pranzo, convincendo una donna di nome Louise che le sue due virgola sei tonnellate d’acciaio sarebbero state in Scozia venerdì.

Il tempo con voi ha fatto schifo. Cercherò un’altra agenzia interinale che mi succhierà via la linfa vitale, ma spero che almeno sarà più sincera al riguardo.

 

Tiziana Scalabrin

Non entrare nel campo degli orfani

C’è una felicità nelle prime pagine di Non entrare nel campo degli orfani che basterebbe a spiegare perché rileggo spesso quel romanzo. Me ne rimane, ogni volta, un’euforia. È una felicità nella restituzione della vecchiaia; l’idea della vecchiaia che riluce in quelle pagine dice molto di Enzo Siciliano. C’è anche dell’altro, certo, c’è molto altro nel romanzo. C’è un paese, il nostro, c’è il suo Meridione, c’è la questione della lingua (e va letto La stanza chiara, che Arnaldo Colasanti dedica all’opera di Siciliano; come essenziale è l’introduzione di Raffaele Manica al Meridiano a Siciliano dedicato), c’è un’idea particolare della colpa, tutta nostra, nazionale, che Siciliano rivela; eppure in quelle prime pagine c’è qualcosa di speciale entro cui s’iscrive tutto il resto, qualcosa che lo mette in prospettiva, a gambe all’aria. È la felicità nella restituzione di un’allegria della vecchiaia, un’allegria forse mai raccontata. C’è di mezzo l’intuito, la precisione di Siciliano nel raccontare i corpi. Due persone, nella tarda mattina, ciascuno nel suo letto, due uomini in là con gli anni si fanno una telefonata. Siciliano riesce a raccontare questo scambio di voci, diffidenti, complici, sornione, ridenti, arrese. Qui le voci hanno un corpo, già si sente solo ad ascoltarle, sono voci alle quali gli anni hanno sottratto gravità, voci che si sono fatte leggere. (Come se nella voce della Sibilla che ha avuto l’immortalità ma ha perso il corpo perché il suo corpo è restato corpo umano non ci fosse dolore ma allegria). Similmente è successo ai corpi. Ognuno nel suo letto, a centinaia di chilometri di distanza, i corpi dei due uomini sono corpi concreti che con gli anni hanno smesso il peso come ci si spoglia da una corazza, hanno smesso il vigore, ma quello che è rimasto è l’essenziale, pelle, carne, un tepore che si sente permanere tra le coperte, semplice stare al mondo, piccolo conforto: un passo, soltanto un passo, ma è un passo decisivo, in senso opposto rispetto alla desolazione (la desolazione sta sotto come una inerzia che chiama e che rivela quanto è forte l’allegria, il piccolo tepore che la vince). Una mitezza finalmente legittima. Il sole che si sente premere sulle stanze, tenuto a bada dai battenti, è un contrappunto. La sua potenza e ancora lì, evocata eppure contenuta. Sta lì a ricordare che tra il tepore sotto le coperte e il calore del sole c’è un’intima parentela: è la vita è la vita è la vita. Il dialogo preciso, umanissimo, somiglia a un cinguettio. C’è un arbitrio, forse, ma non posso fare a meno ogni volta di pensare agli uccelletti morantiani, quelli che nel Mondo salvato dai ragazzini e nella Storia, contemplando la vita alla luce del suo esito sembrava commentassero lieti: “è uno scherzo, è uno scherzo, è uno scherzo”. Eppure nel lieve conversare dei personaggi di Siciliano non è la morte il termine di paragone, non è la morte che mette in prospettiva le grandi passioni, i dolori, la rigida sclerotica difesa della propria identità, non è la morte che rende poca cosa persino i crimini, è sufficiente a farlo la nudità della vecchiaia, che rivela cosa va e cosa permane, di cosa siamo fatti, cos’è per davvero essere vivi, cos’è – va detto sorridendo – la condizione umana. Pochi come lui hanno saputo raccontare gli occhi liquidi e trasparenti dei vecchi, l’anziano letterato calabrese con cui il protagonista si trova più di una volta a conversare è un personaggio che non si dimentica. Anziano e letterato, è quasi uno stregone, perché in fondo frequentare la letteratura, sembra dire Siciliano, permette questo: mettersi nella condizione della nudità della vecchiaia in ogni momento della vita, possedere il setaccio che separa, separa cosa? Quello che sembra polvere da quel che sembra oro. E salva la polvere? Chissà se Siciliano contesterebbe quel che scrivo. Lo so che è anche uno scrittore civile. Ed è vero, questo libro racconta la mutazione antropologica come un pretenzioso incompiuto processo che aggredisce un tessuto comunitario, un sistema agricolo, modalità di relazioni, una lingua, senza dare in cambio un altro tessuto, o un altro sistema produttivo ma solamente la sua parvenza, cattedrali nel deserto, isolamento, una lingua senza comunità e senza corpo, né carne né pesce come chi la parla (lontana dalla lingua di una comunità, lontana dalla lingua letteraria). Come se la metamorfosi s’interrompesse a metà lasciando il leone metà serpente. Racconta di un peccato originale del tempo della Repubblica, non l’irresponsabilità, ma la sottrazione della possibilità della responsabilità. Chi non ha potuto essere neanche colpevole paga e non smette di pagare la mancata as­sunzione di una responsabilità. Siciliano legge la condizione italiana, in particolare la condizione meridionale del Dopoguerra, come una condizione tragica e la mette in pagina attraverso un personaggio, Fausto, che è un eroe debole, debole e perciò tragico. Che l’esito, per i figli rifiutati di coloro che non sono né carne né pesce, per i nipoti della mutazione inattuata, possa essere il terrorismo, letto come arido gioco, non stupisce, e fa sì che Siciliano sia tra quelli che tentano un lettura dei fatti nel nostro lungo Dopoguerra in chiave antropologica oltre che storica (come poi farà anche Giorgio Vasta con Il tempo materiale). Racconto della condizione umana, della sua ineludibile bellezza e della condizione storica e antropologica che è doveroso leggere nel nostro passato recente, è la polarità che nel romanzo si propone, una polarità che in Siciliano c’è sempre. Paolo di Paolo, nel suo saggio Il Passaggio delle idee, sull’ultimo numero di questa rivista, ricordava come Siciliano nel Diario mettesse di continuo in contrappunto la descrizione del paesaggio alla riflessione sui fatti politici e letterari. Credo che il senso fosse questo: la continua restituzione della polarità, una polarità che è tensione senza scioglimento, tra la condizione umana e le dinamiche sociali, l’una e le altre che chiedono restituzione e ascolto. Eppure, quello che resta al setaccio di Fausto, il personaggio che non è né carne né pesce, il padre non padre, la cui stessa lingua porta il segno della ferita mai cicatrizzata, è una bellezza. È bello Fausto giovane steso nudo al bordo di una vasca, sotto il sole, in paziente attesa dello sguardo di qualche donna che passa di lì per i suoi casi, è bello vecchio, in un corpo che ormai non si offre al sole se non nelle faccende quotidiane. Forse senza questa corporeità che resta bellezza anche quando il vigore è svanito, anzi proprio allora si rivela più forte, non metterebbe neanche conto trattare i destini di una nazione; certo questa corporeità non è una pace.

Scrittore, critico e a lungo direttore di «Nuovi Argomenti», Enzo Siciliano (1934-2006) avrebbe quest’anno compiuto ottant’anni. Per ogni numero del 2014, un collaboratore inviterà alla lettura o rilettura dei suoi romanzi. Nel numero 66, da cui è tratto questo testo, Carola Susani rilegge per noi Non entrare nel campo degli orfani (2002).


Breve storia del Degrado Morale

Perché Jep Gambardella non riesce più a scrivere? Cosa spinge Valeria Bruni Tedeschi a tentare di riaprire il Politeama di Como? Come mai Jasmine Trinca fugge in Amazzonia? Perché Gramellini a metà di The Wolf of Wall Street s’incupisce, smette di seguire il film e inizia a guardarsi attorno pensando che gli spettatori «non riusciranno a fare sesso per una settimana»?
Le motivazioni pur diverse che innescano azioni, inazioni e riflessioni dei personaggi dei film italiani e di Gramellini pescano dentro un’unica grande narrazione a finanziamento statale: il «degrado morale».
Il degrado morale è il sortilegio che trasforma una storia in un «film riconosciuto di interesse culturale» che può aspirare alla cassa del Ministero. Il degrado morale è un genere. Tipo quelli che usava Blockbuster. Come ricorderete, i negozi della multinazionale texana del noleggio sistemavano i dvd dentro categorie e sottocategorie emotive – «adrenalina», «relax», «in famiglia», «emozioni», «trasgressivo» – aiutandoci così ad abbinare i marshmallow o la pizza surgelata (buonissima) col film preso in affitto. Non fosse finita in bancarotta, Blockbuster oggi avrebbe dovuto esporre parecchi dvd italiani in un muro del «degrado morale».

Dal 2011, cala il pubblico, calano gli incassi, cala la quota di mercato dei film italiani, salvati sull’orlo del precipizio da Checco Zalone, ma il «degrado morale» non conosce arresti, né crisi. Per il degrado morale (anche conosciuto come il.degrado.morale.di.questi.vent’anni) è stato un anno formidabile. L’anno in cui tutto divenne degrado morale. L’anno in cui il degrado morale ha vinto l’Oscar.
Per dire, La gente che sta bene, con Claudio Bisio e Margherita Buy, sembra una commedia e invece «non è solo una commedia, ma un film che riflette sul degrado morale della società italiana». Claudio Bisio, infatti, era già stato testimonial del degrado morale nelle doppie vesti di arringatore a Sanremo e protagonista di Benvenuto Presidente, commedia degli equivoci ambientata al Quirinale che però è «un film che invita ciascuno a fare i conti con se stessi ed il degrado morale del quale tutti siamo portatori». A fronte di richiami generici, con Il capitale umano Virzì dichiarava di aver trovato l’epicentro del «degrado». È a Como. «Il cineteatro Politeama di piazza Cacciatori delle Alpi è il luogo simbolo del degrado che Virzì ha scelto lo scorso marzo per uno dei set del film», ci dicono. «Como, città ricchissima, esprime il degrado della cultura con quel suo unico teatro chiuso», ribadiva il regista. Mettici anche che Brianza fa rima con finanza. Anche se, vedendo il film, sembrerebbe un thriller costruito sull’implacabilità del caso o qualcosa del genere. Solo che se allo spettatore progressista gli dici «thriller» quello non si muove o storce il naso. Ma se dici thriller.sul.degrado.morale.della.finanza magari al cinema ci va. Come in Un giorno devi andare, con Jasmine Trinca che arriva in Amazzonia mossa da una «devastante delusione prodotta dal degrado morale». E Reality di Matteo Garrone cos’è se non un film «esistenziale, tragico, commovente, ma soprattutto fotografia del degrado morale e intellettuale italiano»? È stato il figlio (2012) di Daniele Ciprì, invece, «mette in scena le miserie del Sud aiutandoci a riflettere sul degrado morale di questo ventennio». Io, loro e Lara (2010) di Carlo Verdone è «una commedia specchio del degrado morale e sociale dei nostri giorni». Sul «Giornale», Marcello Veneziani ce lo racconta in un articolo che si intitola «Verdone e Rosarno: due ritratti del degrado italiano».

Diaz (2012), che prima avremmo definito «cinema civile», qualsiasi cosa abbia mai voluto dire, diventa «la fotografia di un degrado morale e civile che dobbiamo assolutamente comprendere in modo da metterlo fuori dal nostro orizzonte di valori». Sono sempre film che fotografano qualcosa – dove «fotografare» diventa un’alternativa a «raccontare». Se non sai costruire strutture narrative forti, puoi sempre sopperire col degrado morale. «Rivisto oggi» scrive il sindacato dei critici cinematografici, «il primo film di Carlo Mazzacurati, Notte Italiana, del 1987, è spaventosamente moderno nella denuncia del degrado morale, politico, economico che allora si stava facendo strada». Era anche il primo film prodotto da Angelo Barbagallo e Nanni Moretti.
Per Sabina Guzzanti il simbolo del degrado morale non è il Politeama di Como ma l’Auditel – «aver messo in cima alla lista la poetica degli ascolti è una delle cause del degrado culturale del Paese». A Cagliari organizzano un festival, «Sguardi sulla società italiana. Il degrado civile raccontato dall’arte cinematografica». Sul programma leggiamo che «la proiezione del film di Silvio Soldini, Il comandante e la cicogna, commedia realizzata con il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali ci consentirà di affrontare le tematiche relative al degrado morale». Patrocinio è un bel modo per ricordare che è stato finanziato con un milione e centomila euro. Perché il degrado morale costa. Tutti lo cercano, tutti lo vogliano, finché c’è degrado c’è speranza. Finché arriva il giorno che il degrado morale ti porta «sul tetto del mondo», come dice Renzi in televisione quando parla dell’Oscar di Sorrentino.
«Quindi non mi pongo come obiettivo il racconto del degrado di questo Paese, ma voglio individuare una forma di bellezza in questo stesso degrado», dice Paolo Sorrentino su «La Repubblica» il 4 giugno 2013. Praticamente, un manifesto. Voi il degrado morale lo fotografate, cercate l’epicentro. Qui ci costruiamo sopra un rito pagano, altro che Como. Lo sublimiamo a fuoco lento, a botte di dolly, di luminosi tagli di luce di Luca Bigazzi, di vocal ensemble di David Lang sporcati con un po’ di Bob Sinclair. Troviamo l’autocoscienza, la fenomenologia del degrado morale. Quello che vedi è brutto, ma come lo vedi bene. È la redenzione, bellezza.

Da dove viene il degrado morale? Quando è arrivato? Sembrerebbero tutti d’accordo. Non ti puoi sbagliare, il degrado morale inizia nel 1994. Eppure già il 24 maggio del 1993, davanti ai giudici di Mani Pulite, Cesare Romiti parlava delle pressioni di Craxi e De Mita per le cessioni delle Teksid alla Finsider come dell’emblema di «uno spaventoso degrado morale». Disse proprio così.
Il degrado morale discende dall’«apocalisse culturale» di Pasolini. Però, quale formidabile categoria emotivo-interpretativa della cultura italiana, i suoi padri sono altri.
Come si legge in un documento della Conferenza Episcopale Italiana, datato 28 febbraio 1965: «la commissione per la valutazione e classificazione dei films sotto il profilo morale e a fini pastorali sottolinea quindi il pericoloso degrado morale della più impegnata produzione cinematografica italiana recente, caduta ormai verso un progressivo e sfrenato deterioramento». Perché le radici sono importanti.

(Questo pezzo di Andrea Minuz è tratto dal numero 66 di Nuovi Argomenti, “Granturismo”, disponibile in libreria e negli ebook store.)

Gente che avrei voluto conoscere: Giordano Bruno

La storia che ha portato un tatuatore salernitano di nome Mauro, un giovedì pomeriggio di inizio maggio con molto sole a disegnarmi per la prima volta sulla parte interna del braccio destro il profilo sfuggente di Giordano Bruno, inizia una sera di quasi dieci anni prima, intorno alle 22, dentro un’aula universitaria immersa nel verde di un parco vicino a via Nomentana, in quella parte di Roma piena di ambasciate e coni spartitraffico.
Ero appena arrivato all’università da San Benedetto del Tronto: avrei studiato filosofia dopo che i provini estivi con la Silvio d’Amico mi avevano lasciato molto amaro in bocca e la palese certezza che il modo migliore per dare sfogo al mio esibizionismo non fosse da un palco teatrale (o almeno non provarci cercando di fare la parte di Penteo nelle Baccanti di Euripide, quando è evidente che è Dioniso il protagonista). Ma il non sapere che cosa fare della tua vita era una cosa abbastanza normale per tutti: nessuno allora aveva la presunzione che studiare filosofia equivalesse alla certezza di una realizzazione economica, e capimmo tutti benissimo che il miraggio di un lavoro accademico sarebbe stato più una questione di sfrontatezza che di merito (era una cosa che accettavamo, c’era qualcosa di onorevole eppure sofferente in tutte quelle passeggiate e nei mal di pancia causati dai troppi caffè presi coi professori alle macchinette e giacche di velluto con le toppe sui gomiti). Avevamo una specie di ottimismo verso il futuro ovviamente dettato dalle ricariche alle postepay dei nostri genitori e dal sentore euforico che in qualche modo ce l’avremmo fatta, unendo l’incoscienza dei vent’anni ai martedì sera san lorenzini e agli shottini di vodka secca col lime dentro. Ci saremmo fatti bastare la realizzazione emotiva, quella sì, il pensiero labile e ingenuo che quello che avremmo studiato ci avrebbe reso persone migliori (migliori degli altri, quantomeno: la spocchia intellettuale era una specie di requisito minimo).

Ora, la verità era che io di filosofia non capivo un cazzo: avevo deciso con una presa di posizione totalmente arbitraria che sapere a cosa pensare sarebbe equivalso in qualche modo a saper scrivere, per il resto, la filosofia che avevo studiato al liceo e che mi era stata insegnata da una professoressa laureata in pedagogia che si professava hegeliana, era più una cosa buona per fare colpo il sabato sera: ricordo che pur piacendomi parecchio diventava il surrogato di una specie di utilizzo stantio della predisposizione intellettuale che mi faceva vergognare di me stesso.
In ogni caso, la prima lezione in assoluto che avevo seguito era stata su Husserl, che io non avevo mai sentito nominare: uscii sconsolato e deluso da quelle due ore di estetica in cui si davano per scontati termini come datità, Weltanschauung, epochè fenomenologica. Ma il parco della villa era bellissimo, e nelle giornate serene studentesse coi vestiti corti e con La fenomenologia dello spirito sottobraccio e i capelli lunghi e le borse militari si riversano sui prati a studiare al sole, consolandosi con l’ombra del campanile, quando l’orizzonte saliva abbastanza da darci l’impressione che fosse il sole a tramontare.

Si trattava semplicemente di accordare l’esterno di quello che mi sarebbe potuto succedere con quello che quel posto mi avrebbe potuto insegnare (non è sempre di una specie di tacito accordo tra dentro e fuori che si cerca quando si scrive?), insomma, di regolare le mie funzioni in base a quelle che mandavano avanti la piccola società di una facoltà distaccata. Decisi di ricominciare e per fare le cose per bene l’unica cosa sensata era riprendere dalla storia della filosofia. Quantomeno un approccio storico sarebbe stato più proficuo e anche l’idea di riuscire a sapere Ogni Cosa mi affascinava abbastanza (sono sempre stato un sgobbone che non dice di no al weekend, immaginavo quella specie di genio che ha dentro di sé il Holden Caulfield o il tizio biondo di OC, ma non lo ero veramente, ero bravo nelle cose in cui mi sforzavo, un po’ come funziona per tutti). Così mi ritrovai ad assistere alla prima lezione del corso di quell’anno, uno degli ultimi tenuti da quel professore che diventerà il mio mentore senza promettermi nulla in cambio: De la causa principio et uno, monografia su Giordano Bruno. Era in assoluto l’ultima lezione della giornata, e per capire perché Bruno andasse studiato di notte ci volle solo qualche attimo. Eravamo una quindicina, tra di noi spiccavano: un signore molto anziano che prendeva appunti scrivendo solo ordinate cifre su un quaderno a righe, una tizia bianchissima vestita di nero che metteva paura e un tizio che invece di ascoltare leggeva assorto Infinite Jest. Finalmente mi sentivo a casa.

L’amore fu totale, assoluto, incosciente. Ricordo che dopo la lezione, mentre tornavo a casa aspettando il 90 express, scrivevo criptici messaggi alla mia ragazza rimasta prigioniera nelle marche in una classe di un quinto superiore di un istituto linguistico e di un tizio con cui mi tradiva, che ora era tutto chiaro quello che ora dovevo fare, perché avevo scoperto Giordano Bruno e Giordano Bruno, in pratica, aveva ragione su tutto (avevo naturalmente il sospetto che il concetto di avere ragione è più stupido che filosofico, ma ancora non avevo dentro di me le categorie narrative per trasferire quel tremore alle mani, il piacere tutto fisico che provavo nel leggere i Dialoghi Italiani e il calore che mi saliva al viso quando mi immaginavo il nolano che negli ultimi giorni di vita risponde “avete più paura voi” nell’ascoltare la sentenza di morte), e il fatto che la storia della sua vita si mischiasse così bene alla sua produzione filosofica, fino ad autopronosticarsi la fine che poi ha fatto, aveva qualcosa di così significativo da essere magico, impossibile, mi chiedevo quanto in fondo dovessi conoscere me stesso per essere sicuro della fine che avrei fatto. Per conoscere il futuro.

Filippo Bruno nasce a Nola nel 1548 (per ricordarmelo penso sempre all’espressione “è successo un 48” e funziona abbastanza bene), comincia la formazione tra l’università di Napoli e maestri privati, a quindici anni arriva al convento di San Domenico Maggiore, dove si unisce alla causa domenicana, rinuncia al nome Filippo per quello di Giordano e diventa professo all’età di diciotto anni.
Ora, qui iniziano i problemi.
A quel Giordano dall’intelligenza irrequieta interessa soltanto il suo percorso filosofico, dunque non si farà nessun problema a togliere dalla sua cella le immagini dei santi, per lasciare solo un crocifisso e a consigliare a un suo confratello di lasciar perdere la Storia delle sette allegrezze della madonna, per darsi a un più complesso (e controriformato) Vita de’ Santi.

Per me quei mesi passarono in fretta, diedi il primo esame su di lui qualche giorno dopo il mio compleanno e per festeggiare io e gli amici che mi andavo facendo senza che ci fosse il bisogno di cercarli andammo a Campo de’ Fiori, trascinando bottiglioni da due litri di orrendo Aglianico che il Carrefour vendeva a 4 euro e 99. In qualche hard disk dismesso ci dev’essere una foto di me inginocchiato davanti alla statua, con le ginocchia sui sampietrini umidi e un cappotto nero di lana. Devo essere rimasto in quella posizione per una buona mezzora, quando a un certo punto mi sono reso conto che stavo pregando.
Stavo pregando? Stavo rivolgendo pensieri muti al simbolo di qualcuno che però era morto? Che cosa mi stava succedendo? Era possibile che Giordano Bruno, nemico giurato della chiesa, mi stesse riavvicinando alla dimensione spirituale delle cose? Era possibile che addirittura esistesse, una dimensione spirituale delle cose?
La cosa mi pareva strana, ma ancora non sapevo che il mio cervello stava percorrendo un sentiero il più possibile antitetico a quello dei miei compagni. Disclaimer: non parlo di papa boys, gente di CL, neocatecumenali o di tutti quelli che si ritenevano in dovere di ostentare la professione di una qualche religione più o meno evidente il cui scopo fosse la subdola evangelizzazione del prossimo, sto parlando di gente normale, che non aspetta il matrimonio per fare sesso, che usa il preservativo molto meno di quanto dovrebbe, che non ha paura dell’esercizio alcolico e per la quale dio è sempre stato un problema e mai una certezza, ecco. Nella maggior parte dei casi, le persone che entrano a filosofia e che sono confuse abbastanza rispetto alle questioni teologiche ne escono che sono perfettamente atee: l’esercizio della ragione e la storia del mutamento del pensiero occidentale raramente porta a osservazioni conclusive diversa da questa, specie quando Marx è in programma tutti gli anni e i corsi di filosofia della scienza aumentano gli iscritti a ogni programma. Per me è stato il contrario, e non voglio con questo rimarcare una differenza di valore, mi limito a registrare un fatto: io, che avevo rifiutato di fare la cresima tra la costernazione dei miei e che mi ritenevo perfettamente ateo, iniziavo a leggere del dio di cui parlava Giordano Bruno con un’attenzione che trasvolava il semplice piacere accademico: in una parola, io cominciavo a credere in quel dio perfettamente immanente al mondo e trascendente allo stesso tempo, di cui l’universo era il suo simulacro. Cominciavo a ritenere desiderabile senza mai possederlo veramente il concetto dell’Uno, e perché no, lla trasmigrazione delle anime e la permanenza nel mondo del sostrato delle cose anche dopo la loro morte, l’esistenza di un organismo vivo (almeno qualitativamente) a cui appartenesse tutto l’esistente. Non sapevo se quello fosse naturalismo, panteismo, panpsichismo, non mi interessava: era un modo plausibile per ritenere che le cose fossero tutte collegate, in un modo o nell’altro, un’invenzione tutta letteraria sotto la forma di un’equazione riduzionista abbastanza che appagasse i miei dubbi circa la necessità delle cose che succedono, sia che si parlasse di letteratura o di vita vera (allora le due cose non erano per niente separate e in ogni caso i dubbi non finirono comunque lì: negli anni dovetti andare alla fonte di quelle inclinazioni e leggere, come fosse la bibbia, il Corpus Hermeticum e tutto quello che di egizio c’era nella filosofia greca). La verità è che a Bruno interessava la metafisica molto più di quanto gli interessasse la religione.

La speculazione filosofica di Bruno è incentrata sulla naturalità delle cose, e mutua molte delle sue categorie da quelle dei filosofi che lo precedono: quando sarà lettore a Oxfordi suoi riferimenti a Ficino gli varanno un’accusa di plagio, ma lui semplicemente conosceva a memoria la sua produzione, era il tipo di persona che riusciva a citare alla perfezione Aristotele e Platone, dopotutto la sua memoria era stata sempre la prova delle sue capacità di mago, quelle che gli varanno la prima incriminazione. Dopo che a Roma verrà accusato di aver ucciso un confratello gettandolo nel Tevero comincia la sua grande corsa per l’Europa, ma non troverà vera accoglienza da nessuna parte: inizia a insegnare al Nord Italia, poi sarà lettore straordinario in Francia nella corte di Enrico III, ma le cose che insegna sono pericolose ovunque: a Londra scriverà I Dialoghi Italiani, la summa perfetta del suo insegnamento filosofico (un testo uscito qualche anno fa avanza l’idea che possa anche essere stato una spia al soldo di Maria Stuart di Scozia ma non ci sono evidenze in questo senso) e a Francoforte i calvinisti riformati lo sopporteranno solo per qualche mese. Non c’è pace per Giordano Bruno e per il suo pensiero antidualista.

Venezia, 1591. Il signor Mocenigo invita nella sua casa il filosofo/mago per apprendere l’arte della magia, ma quando capisce che il filosofo non ha intenzione di condividere con lui la sua filosofia (o quantomeno non è alla sua filosofia naturale che Mocenigo è interessato) lo denuncia all’inquisizione. La sera stessa viene scortato nei piombi veneziani, gli stessi che quasi un secolo dopo ospiteranno anche Casanova e la sua intelligenza irrequieta.

Nel frattempo io mi laureo con una tesi sulle nuove interpretazioni dell’ermetismo filosofico, praticamente la base neoplatonica sulla quale Giordano Bruno elabora le sue teorie universali (mi interessava scoprire se effettivamente c’era stata, intorno al 200 d.C. una religione in Egitto che possa essere stata definita ermetica. La risposta, con mio sommo dispiacere fu: no). Cerco di fare un dottorato con un progetto che si chiama “Storia delle dottrine esoteriche del mediteranneo” ma giustamente mi ridono in faccia e tutto quello che scrivo di buono alla fine lo metto in un romanzo. Sto bene, alla ragazza con cui sto racconto la storia di Giordano e ogni volta mi viene la pelle d’oca pensando all’infinità di quell’universo che finalmente si libera dalle catene tolemaiche e supera addirittura l’eliocentrismo copernicano: seguendo la metafora della coincidenza degli opposti il cielo aristotelico si frantuma e diventa infinito, senza nessun punto di riferimento fisso. La libertà dell’uomo ora è totale, perché i mondi sono infiniti, e naturalmente l’infinità è spaventosa.
Mi faccio regalare le opere magiche edite da Adelphi, uno di quei libri che da solo fa una biblioteca e a chi mi chiede la visione di un film consiglio il Giordano Bruno di Volontè, che ha un accento napoletano che mi prefetto per la parte.

Giordano alla fine ritratta su alcune posizioni, i dubbi sulla trinità si ammorbidiscono senza mai cessare del tutto: per questo motivo viene portato a Roma, alla mercé di una Santa Inquisizione che lo terrà prigioniero otto anni, prima di giungere a un verdetto.
Nell’opera più rappresentativa di Bruno, cioè l’ultima dei Dialoghi, intitolata Gli eroici furori (la furia rimanda alla pazzia di Erasmo, a quella di Orlando), il filosofo, seguendo un procedimento dialettico analogo a quello che aveva fatto con Lo spaccio della bestia trionfante (eliminare il centro per far apparire la circonferenza, e dunque ridistribuire rinominandole le costellazioni artefatte del cielo aristotelico), racconta il mito di Atteone il cacciatore. Egli era andato a caccia con due mute di cani, i mastini e i velcri rappresentativi di intelletto e volontà. A un certo punto, inoltratosi nella foresta intravede Diana nuda, che rappresenta tutto quanto vi è di più puro in quella natura che è ogni cosa. Lei se ne accorge, lo fissa negli occhi e nella frase più famosa “Il cacciator divenne caccia”, lo trasforma in un cervo, che viene sbranato dai suoi stessi cani. Il cacciatore filosofo così si “india” riconoscendo se stesso come parte del tutto e divenendo così nella natura stessa, ritrovando internamentne quell’Uno senza forma è che l’universo stesso. È questa la fine dell’eroico furioso, offrire sé stesso in cambio dell’illuminazione totale, della conoscenza pura. Eliminando il discorso di un disegno programmato, di un destino in cui Bruno non poteva credere, avendo fatto di tutto per liberare l’universo da ogni fissità, la frase Qui auget scientiam qui auget et dolorem mi sembrache  rappresenti una didascalia adeguata, per l’immagine di colui che all’alba del 17 febbraio 1600, scortato dalla compagnia di San Giovanni Decollato, fu trascinato in Campo de’ Fiori e lì Abbrusciato vivo.

Giordano Bruno per me significa la benedizione del movimento libero delle idee salvando però la materia e tutto ciò che di basso (di materiale) essa comporta, e me lo immagino, con la morsa in bocca per non farlo parlare, mentre cammina verso Campo de’ Fiori, forse immaginandosela già, la statua accigliata che lo ritrae col libro in mano, e lo sguardo rivolto significativamente verso la cupola di San Pietro, poco distante, a futura memoria di uno spirito di cui il mondo e il mio braccio destro, non si libereranno tanto facilmente.

Roberto Bazlen, consulente di lungo corso

La figura di Roberto Bazlen resta a oggi una delle più intrise di aneddotica, eppure sconosciute, del Novecento italiano. In realtà, la storia di questo consulente editoriale dalle letture onnivore e dalla personalità umbratile permette di illuminare molti aspetti della cultura del secolo scorso: è una storia di scoperte librarie, di incontri, di amicizie e incomprensioni, di stimoli culturali che videro una realizzazione per lo più postuma. Il suo inizio è a Trieste, dove Bazlen nasce nel 1902: dato biografico non secondario, perché proprio nella città di frontiera, a quel tempo ancora absburgica, il giovane intellettuale entra in contatto con personaggi che ne influenzeranno in maniera decisiva la personalità, e che nondimeno usciranno cambiati dal suo ascendente. Ancora diciassettenne, nella libreria antiquaria di Saba, testa il proprio ruolo di consigliere nell’ombra, quando non di vero e proprio maieuta e artefice di scelte editoriali e letterarie. È a lui che, nel 1925, Montale deve la conoscenza di Svevo e l’incoraggiamento a scrivere una serie di recensioni che finalmente porteranno il romanziere a una qualche notorietà. Proprio con il padre degli Ossi di seppia il consulente dà vita al primo degli atipici sodalizi che costelleranno la sua vita: Montale recepisce i consigli di lettura del giovane amico, concentrati su autori europei ancora ignoti per un – seppure aggiornato – intellettuale italiano. Nemmeno le critiche, anche aspre, che il giovane Bazlen dispensa all’autorevole amico («le brevi (Ossi di s.) non mi dicono granché, e mi sembrano, spesso, formalmente ingenue», recita una lettera) riusciranno a intaccare il legame fra i due.

È sempre a Trieste – e nella ricerca che i suoi scrittori compiono in direzione di una letteratura “locale”, intesa in senso fortemente identitario – che Bazlen modella i capisaldi del proprio pensiero e matura un gusto che tradurrà poi in proposta editoriale per i lettori italiani: è triestina l’idea di una letteratura del tutto aliena ai dettami imposti dalla filosofia crociana, dunque indirizzata alla valorizzazione del contenuto contro la forma, della letteratura come “vita” contro la letteratura come “mestiere”, vuota scatola formale incapace di avvincere il lettore. Per autori quali Saba, Stuparich, Slataper, e per Bazlen nella sua lunga carriera di consulente editoriale, lo scrivere scaturisce insomma da un’urgenza, non è esercizio di stile ma risposta a un bisogno spontaneamente percepito. Se nel 1934 il consulente abbandona la città natale e la rinnega imputandole un eccessivo provincialismo, è però impossibile non percepire l’eco della cultura triestina nella «primavoltità», formula da lui coniata per designare quell’emersione genuina della scrittura dal vissuto, libera da orpelli stilistici, che determina il valore di un testo ed è decisiva per la sua pubblicazione. Proprio la coscienza della sua rarità spinge Bazlen a voltare le spalle alla scrittura, cercando in altri ciò che per lui dovrebbe identificare uno scrittore: «ha qualcosa da dire; quello che ha dire è vissuto, è suo; lo dice con parole sue, chiare». Il capitano di lungo corso, romanzo volutamente incompiuto e pubblicato postumo, illustra in chiave metaforica la decisione di abdicare al ruolo di autore. D’ora in poi gli estri scrittori di Bazlen saranno delegati alle lettere editoriali, trasformate dalla sua penna in un vero genere letterario. Tra riflessioni disincantate sulla società contemporanea e narrazioni autobiografiche, esse tradiscono un rapporto con i libri sanguigno e costellato di passioni e ripulse, a volte anche clamorose (La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn è una «lavatura di piatti», Il gattopardo «un technicolor scritto da e per gente per bene»).

Oltre a una peculiare concezione del ruolo della scrittura, dal mondo culturale di Trieste viene raccolta una novità rivoluzionaria come la psicoanalisi freudiana, che approda nella città nel primo dopoguerra, attecchendo per lo più nell’ambiente ebraico, al quale Bazlen, ebreo non praticante, era molto vicino. Accanto alla spinta psicoanalitica in direzione di una scrittura autobiografica – aderente il più possibile al reale, e perciò capace di far scricchiolare le fondamenta della crociana autonomia dell’arte – dall’humus triestino vengono recepite le opere maggiori della letteratura mitteleuropea, alle prese con la traumatica rielaborazione del dissolvimento dell’Impero absburgico. Esse vengono recuperate da Bazlen in lingua originale, con largo anticipo rispetto agli altri intellettuali italiani, nelle bancarelle triestine, al momento dell’abbandono, da parte della popolazione di lingua tedesca, di una terra divenuta italiana. Dal tramonto della Trieste absburgica Bazlen non trae tuttavia solo preziosità librarie, ma anche la ferma consapevolezza dell’inerzia della cultura italiana: «se la situazione fosse stata l’inversa, e se ne fossero andati gli italiani, le bancarelle si sarebbero sfasciate sotto il peso di Carducci Pascoli d’Annunzio e Sem Benelli, […] e di altra gente che portava male», scrive nell’Intervista su Trieste, raccolta da Adelphi, insieme a molte lettere editoriali, nel volume degli Scritti.

Il bagaglio col quale Bazlen lascia Trieste, per trasferirsi, dopo un periodo milanese, a Roma, è dunque pressoché unico per un intellettuale che si muove nell’ambiente culturale italiano: un ambiente soffocato dal fascismo, impigrito dal magistero crociano, segnato da arretratezze e neofobie. Proprio allo svecchiamento della cultura italiana Bazlen dedica le prime energie investite nell’attività editoriale: nel 1938 avviene infatti l’incontro con Adriano Olivetti, altro interlocutore d’eccezione con il quale ebbe più che qualche sporadico contatto. Prima a Milano e poi a Ivrea, cuore dell’attività olivettiana, viene elaborato il progetto delle Nuove Edizioni Ivrea, pensate per affermarsi pienamente alla caduta del fascismo. Rimaste purtroppo ferme alla fase di ideazione, perché superate dalle ben più note Edizioni di Comunità, esse valgono tuttavia come luminoso esempio del brulichio intellettuale di quegli anni. Da Olivetti viene l’idea primaria della casa editrice e l’aspirazione a una cultura finalmente antifascista; da Bazlen, collaboratore principale dell’iniziativa, arrivano le proposte di pubblicazione, sotto forma di miriadi di foglietti zeppi di titoli inviati dal suo minuscolo appartamento romano in via Margutta. I pochi documenti che restano a testimoniare il progetto riportano l’immagine di un consulente editoriale febbrilmente attivo e propositivo: a Olivetti vengono raccomandati molti testi di psicologia e psicoanalisi, non solo quella freudiana (nel cui rifiuto convergevano la politica antisemita del regime, la filosofia crociana e la dottrina cattolica), ma soprattutto quella junghiana, che presto cattura in maniera privilegiata gli interessi di Bazlen, portandolo a includere fra le sue proposte anche opere di storia delle religioni e del pensiero orientale, antropologia, etnologia. A rivitalizzare l’asfittica cultura italiana sono chiamati inoltre testi di natura testimoniale come autobiografie, biografie ed epistolari, accanto alle opere di alcuni fra i maggiori autori della letteratura mitteleuropea, quali Rilke e Hofmannsthal.

Il progetto delle Nuove Edizioni Ivrea viene presto abbandonato: molti dei titoli che avrebbero dovuto costituirne il catalogo, però, non vengono dimenticati, ma anzi costituiscono un corpus di letture ritenute imprescindibili, le cui tracce si possono rinvenire nella maggior parte delle collaborazioni future. Nel pieno del dopoguerra, per esempio, gli scritti di Freud e Jung cominciano a circolare in Italia anche grazie a Bazlen, che favorisce l’incontro fra Ernst Bernhard, autorevole allievo di Jung, e la casa editrice romana Astrolabio. Così nasce «Psiche e coscienza», collana decisiva nella storia della diffusione della psicoanalisi nel nostro paese, che vedrà la collaborazione, oltre che dello stesso Bazlen (il quale si impegnò anche in diverse traduzioni), di Edoardo Weiss, pioniere della psicoanalisi freudiana a Trieste, dove il giovane consulente si era sottoposto alla sua analisi. Nonostante il fallimento della terapia, che non era riuscita a sconfiggere i disturbi che lo affliggevano, e soprattutto nonostante le riserve che ormai nutre nei confronti del pensiero di Freud, è significativa la lucidità con la quale Bazlen si accosta al nuovo progetto. Una consapevolezza lo accompagna, in questa e in molte future occasioni: i libri che propone arrivano al pubblico italiano in irrimediabile ritardo, eppure proprio in questo risiede la loro necessità e il loro valore. Per Bazlen, che conosce la sua opera da vent’anni, il Freud pubblicato da Astrolabio non è ormai nient’altro che «uno scienziato del diciannovesimo secolo». Ma al momento di presentare la pubblicazione delle Lezioni introduttive allo studio della psicoanalisi, ciò che gli interessa è rivolgersi alla «generazione che da anni non trova nelle librerie quest’opera classica»: per essa, «il volume sarà una rivelazione».

È con l’Einaudi di Pavese, Calvino e Vittorini che si realizza la collaborazione più duratura, e insieme, paradossalmente, più votata all’insuccesso. Dal 1959, senza muoversi da Roma, dunque scegliendo consapevolmente una posizione defilata rispetto all’intensissima attività dell’Einaudi di quegli anni, il consulente invia le proprie proposte tramite fitte lettere editoriali, il cui destinatario privilegiato, e insieme più aperto, è l’amico forse più stretto di tutta la vita, Luciano Foà, che già aveva condiviso alcune tappe fondamentali della carriera di Bazlen: sia le Nuove Edizioni Ivrea, per le quali era stato l’attento recettore dei foglietti inviati da via Margutta, sia l’Agenzia Letteraria Internazionale, fondata dal padre, alla quale Bazlen aveva prestato la sua consulenza. Nel 1951, quando approda all’Einaudi, Foà cede il proprio posto nell’agenzia paterna a Erich Linder, un altro protagonista della storia editoriale del Novecento e della vita stessa di Bazlen. Nell’importante ruolo di segretario generale della casa torinese, si impegna a valorizzare le proposte dell’amico, basate tanto su nuovi progetti quanto sugli ambiti culturali privilegiati.

Moltissimi sono gli autori attinti dal serbatoio mitteleuropeo: oltre a Broch, Hölderlin, Rilke, spicca il parere di lettura, rimasto celebre, relativo all’Uomo senza qualità di Musil. Il monumentale romanzo è «1) troppo lungo 2) troppo frammentario 3) troppo lento (o noioso, o difficile, […]) 4) troppo austriaco», eppure «va pubblicato a occhi chiusi». Quello che spinge infine Bazlen, pur tra mille riserve, a promuoverne la pubblicazione (che in effetti avverrà, nel 1957, all’interno dei Supercoralli), è la capacità di Musil di includere il lettore in un mondo che gli è sconosciuto, di accendere in chi legge una forma di compartecipazione, ingrediente imprescindibile per un libro degno di essere pubblicato: «ti succede che attraverso questi interminabili dialoghi, saggi, trattati, feuilletons, – e dopo esserti abbondantemente irritato e annoiato – ti si forma lentamente un mondo vivissimo […], che l’azione, della quale non ti sei accorto, fila che è un gusto, e che non ti sei annoiato, ma che ti sei divertito, che hai compartecipato, che per due mesi sei vissuto in parte di quel mondo, e che ti sei innamorato di Agathe, sorella dell’uomo senza qualità».

A queste suggestioni il comitato delle riunioni del mercoledì non è del tutto sordo, complice anche la forza persuasiva che il consulente riesce a immettere nelle sue lettere. Ma si tratta di un caso. Il resto della collaborazione con la casa torinese, durata fino all’inizio degli anni Sessanta, è un susseguirsi di rifiuti, diffidenze, progetti abortiti: le proposte di Bazlen, infatti, sono fiaccate dall’incolmabile distanza che le separa dall’impegno einaudiano, lontano dall’interesse del consulente per l’autobiografia e l’indagine del sé, ma soprattutto estraneo all’attenzione da lui riservata al campo dell’irrazionale e, non di rado, del misterico e del magico, naturali addentellati del pensiero junghiano.

Ed è così che la «Collezione dell’Io», formulazione finale di una serie di proposte per una nuova collana, viene bocciata, alla fine degli anni Cinquanta, niente meno che da Italo Calvino, il quale, in una serie di lettere a Giulio Einaudi sull’argomento, mette in guardia contro gli «sconfinamenti spiritualistici» che le proposte editoriali di Bazlen possono comportare, ma anche invita il consulente a instaurare un dibattito sul tema. Dando nuova prova del suo carattere sfuggente ed enigmatico, Bazlen non fornirà mai gli appunti richiesti da Calvino affinché da un disordinato elenco di titoli, per la gran parte sconosciuti e potenzialmente “sospetti”, emerga «una linea di ricerca». Alla diffidenza einaudiana, dunque, risponde la tendenza del consulente a ritrarsi e a lasciare in sospeso i propri progetti. Forse non è solo agli attriti con l’editore, ma anche alla sua invincibile vocazione all’anonimato e alla riservatezza, che si deve la scelta di occultare sotto lo pseudonimo Lorenzo Bassi le non poche traduzioni svolte per l’editore (tra le altre, Eros e civiltà di Marcuse, una raccolta di racconti di William Carlos Williams e Gli affari del signor Giulio Cesare di Bertolt Brecht).

Tra rifiuti degli editori e ritrosia del consulente, come valutare allora l’effettiva incidenza sulla cultura italiana di un personaggio così singolare? Al di là delle mitologie, ciò che resta in maniera meno visibile, eppure indelebile, è un influsso per lo più postumo. Già nel 1962, infatti, quando l’estraneità all’Einaudi si è resa ormai invalicabile, segue l’amico Foà da Torino a Milano, dove a opera loro e di altri investitori viene fondata Adelphi: anche in questo caso Bazlen si dedica alla stesura di fluviali pareri di lettura, finalmente rivolti a una casa editrice che, essendo frutto di un progetto nato in buona parte da lui, dà spazio alle sue suggestioni. Sin dagli esordi, e per un lungo periodo dopo la sua morte – avvenuta prematuramente a Milano nel 1965 – il catalogo adelphiano reca traccia (soprattutto all’interno della Biblioteca e della Piccola Biblioteca Adelphi, che non a caso ricalcano la struttura di alcuni progetti rifiutati da Einaudi) delle predilezioni di Bazlen. Ma non si tratta solo di nuove proposte: nel catalogo della casa editrice milanese trovano infatti il loro punto d’approdo anche titoli provenienti dai negletti pareri di lettura di molti anni prima. Solo una casa editrice che elegge come interlocutore un lettore dai gusti ricercati ed elitari poteva valorizzare appieno la proposta di un intellettuale unico e idiosincratico, che già negli anni Venti, a Montale che gli proponeva una collaborazione con una rivista, rispondeva: «Siete matti di volermi far collaborare a una rivista? Io sono una persona per bene che passa quasi tutto il suo tempo a letto, fumando e leggendo […]. Per di più, manco completamente di spirito messianico divulgativo».

La bellezza e la grandeur

Dal De bello Gallico alla testata di Zidane, la storia della rivalità Italia -Francia è antica quanto l’Europa. Cesare era un criminale di guerra o un grande condottiero? E Materazzi un campione di razza o uno scarpone da antologia? Quando ci sono di mezzo gli italiani e i francesi diventa solo una questione di punti di vista. Del resto on est cousins, pas de jumeaux: siamo cugini, mica gemelli, si diceva in un vecchio film di Chabrol (Les cousins).
L’estate scorsa sono stato chiamato dall’Istituto Italiano di Cultura a Parigi per una residenza d’artista. Vivevo in una mansardina pucciniana dove Marina Valensise, la direttrice dell’istituto, aveva saggiamente deciso di ospitare i cervelli italiani un attimo prima che emigrassero all’estero.
Intralciando il passo marziale del parigino sempre indaffarato, vagavo per la città come un flâneur fuori tempo massimo e una domanda insistente mi rintoccava in testa: cos’è che non va tra noi e i francesi? Avanti cugini, sediamoci davanti a un pastis e discutiamone serenamente.

Che ci fosse nei nostri confronti una certa ammirazione era innegabile. Si mostrava nelle inavvicinabili boutiques di Saint-Germain che ospitavano in vetrina le prestigiose griffes del Made in Italy, si respirava nei tubi di scappamento dei vesponi che sfrecciavano sgargianti come cetonie lungo gli Champs-Elysées, si notava persino davanti ai cinema di Saint-Michel, dove la gente attendeva composta sotto la pioggia per vedere impensabili retrospettive su Zurlini.
Dalle forme sensuali degli elettrodomestici in vetrina a quelle aggressive delle fuoriserie nelle concessionarie, dalle gelaterie gremite alle cromature scintillanti delle macchine da caffè, difficile negare una sottaciuta, quanto sincera, ammirazione francese per un’eleganza e un gusto tutto italiano. Dunque una parte di quella grande bellezza di cui tanto si era parlato a Roma (Dieu n’est pas Fellini! Si sentiva sbuffare all’uscita dalle sale) si era trasferita a Parigi, ma depurata da ogni faziosa polemica e protetta da ogni potenziale bruttura in grado di minacciarla in patria. Eppure, anche in Francia, quella italiana era una bellezza fragile, perennemente sotto esame e sotto accusa, una bellezza che richiedeva impegno e concentrazione. Bastava avanzare incautamente di mezzo passo durante una fila al Franprix che la signora appaiata ti apostrofava con un infamante “Ah, les italiens!”. E se trascuravi il rotacismo tradendo una “erre” vibrante, alveolare, immancabilmente italiana, il cameriere del bistrot ti rifilava con disprezzo un umiliante menu in inglese (per i francesi chi non è francese è americano). Allora, da italiano umiliato ma orgoglioso, lasciavo il tavolo e riprendevo le mie peregrinazioni per la ville lumière.

Scendendo per Rue du Cardinal Lemoine in bella vista c’era una targa che non lasciava la soddisfazione di individuare da soli il palazzo in cui Hemingway e la moglie avevano vissuto quando erano poveri e felici. E pochi metri più avanti, dall’altro lato della strada, non facevo a tempo a consultare il mio taccuino che un’altra targa mi avvertiva che in quel palazzo Joyce aveva finito di scrivere l’Ulisse, ospite di un mecenate a sua volta menzionato in un’altra targa a fianco, che incerottava la facciata del palazzo come il volto di un pugile dopo un incontro. Un po’ in soggezione per tanta furia didascalica mi avviavo perplesso verso il Panthéon, dove rimpicciolivo al cospetto della sua mole monumentale e alzavo gli occhi al fregio: aux grands hommes la patrie reconnaissante. Ecco la mirabile sintesi della grandeur, mi dicevo, la riconoscenza della patria nei confronti dei grandi uomini; mentre noi italiani, campioni del mondo di autolesionismo, olimpionici di esterofilia, sempre pronti a mandare un Mazzini in esilio e fischiare un Verdi a una prima. Visitavo monumenti, musei, collezioni pubbliche e private, dove tutto era chiaro e accessibile, là tutto funzionava come avrebbe dovuto, ricordandoti con dolorosa precisione come avrebbe potuto funzionare qua. Senso dello Stato, organizzazione, efficienza delle istituzioni: ecco le armi segrete della supremazia francese.

Ma allora, se superiori e grandiosi, perché invece che esercitare la magnanima clemenza dei vincitori sui vinti, i francesi ci riservavano sempre una vaga diffidenza, se non un sottile disprezzo? I miei dubbi mi tenevano più compagnia dei parigini, che non sembravano molto desiderosi di conoscermi. Poi un giorno, mentre ero seduto tra filari di teste canute (a quanto pare i vecchi allignano anche in Francia), negli sfarzosi saloni dell’Hotel de Galliffet dove si teneva una conferenza del critico Antoine Compagnon, allievo di Roland Barthes e uno dei maggiori proustiani viventi, ho capito.
Ho capito perché i giornali svolazzano, i francesi s’incazzano e le balle ancora gli girano. E stavolta non c’entrava Bartali, ma Piero della Francesca. Compagnon raccontava di un suo vecchio viaggio in Italia e di una tappa a Monterchi, dov’era andato a vedere La Madonna del parto. Nel suo italiano corretto ma incolore aveva chiesto in paese dove fosse la cappella che custodiva il capolavoro ma nessuno era stato in grado di indicargliela. Alla fine una vecchietta gli aveva detto che le chiavi della cappella ce l’aveva tale Angelo, lo spazzino. Ma ora era fuori con l’apetto, doveva aspettare che tornasse. Lui, stupefatto, aveva aspettato Angelo. E una volta rientrato, Angelo gli aveva cortesemente aperto la chiesetta. Così, il giovane Compagnon aveva potuto immergersi in una mistica contemplazione dell’affresco, un irripetibile tête-à-tête con Piero, in metafisico silenzio davanti a quella grande bellezza così ignorata e indifesa, immensamente vulnerabile, un pensiero che l’aveva commosso fino alle lacrime. Voilà. Ecco cosa non ci perdonano: di farli commuovere.
Perché i francesi della loro grandeur fanno – e a ragione – orgoglio e vanto, la difendono e la catalogano con l’indefesso zelo di un burocrate napoleonico.
Al contrario di noi italiani, che della nostra bellezza, malconcia, oltraggiata e polverosa, come aristocratici dalle mani bucate che non si curano delle loro sostanze, facciamo uno scialo dissennato, uno sperpero sublime, una struggente rovina. Sapendo bene che, prima o poi, la grande bellezza finirà. Ma che è talmente sterminata che noi non la vedremo mai quella fine.

Playlist di libri. Traccia 2

A giugno le traduzioni dalla riviste estere si trasformano in una nuova rubrica.
Secondo gli editor della rivista londinese Five Dials, se siete come loro, e come noi, vi capita di passare parecchio tempo guardando video musicali, esibizioni dal vivo riprese con mani malferme, e una volta o l’altra vi siete detti “sì, tutto molto bello: ma questa gente cosa legge?
Perciò hanno chiesto ad alcuni musicisti di parlare del loro romanzo preferito, e del loro brano preferito del romanzo preferito.

 

La seconda traccia è la scelta di Mira Aroyo (Ladytron)

 

Mattatoio n.5, di Kurt Vonnegut

Mattatoio n.5 è probabilmente il mio libro preferito. Mi è stato dato qualche anno fa da mio marito, che lo adora. Devo averlo letto su qualche mezzo di trasporto, in quanto sembra l’unico modo nel quale riesco a leggere in questo periodo. Mi sono stupita di non averlo scoperto prima, soprattutto da quando è venuto fuori che è anche uno dei libri preferiti di mio padre. Un libro così è una vera scoperta. Ti fa sentire il bisogno di condividerlo con tutti. Gli esseri umani sono capaci di uccidersi a vicenda e di combattersi l’un l’altro e certamente continueranno a farlo, ma amo il modo in cui Kurt Vonnegut è gentile e positivo con l’umanità. È un lavoro filosofico ed essenzialmente edificante che intreccia bui momenti storici, fantascienza e una buona dose di cultura americana del dopoguerra. Kurt Vonnegut è una fonte inesauribile di citazioni e aneddoti saggi. La mia parte preferita di Mattatoio n.5 è quando il visitatore dallo Spazio Profondo che ha studiato il cristianesimo per capire perché per i cristiani sia così facile essere crudeli ha una rivelazione: si rende conto che almeno una parte del problema è la narrazione abborracciata del Nuovo Testamento. Si suppone che l’intento dei Vangeli fosse insegnare alle persone, tra le altre cose, ad essere misericordiose, anche con l’ultimo degli ultimi. Ma i Vangeli in realtà insegnano questo: prima di uccidere qualcuno, devi essere assolutamente certo che non abbia legami. E così è. Il visitatore dello Spazio Profondo prosegue suggerendo che lo sbaglio sia stato rendere Cristo il figlio di Dio. Invece avrebbe potuto essere un molesto vagabondo senza relazioni di potere, e soltanto quando fosse stato crocifisso il Cielo si sarebbe aperto, ed egli sarebbe stato adottato dal Signore:
“Da quel momento, Egli avrebbe punito tutti coloro che avessero tormentato un barbone solo al mondo”.

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Mira Aroyo è nata nel 1977 a Sofia. Parla quattro lingue e ha ottenuto un dottorato di ricerca in genetica a Oxford. Ha collaborato anche con le band The Projects e John Foxx & The Maths. Con i Ladytron suona il synth, e insieme a Helen Marnie è autrice dei testi e voce. Il loro ultimo album, Gravity the Seducer, è uscito a settembre 2011.

 

White Elephant (ascolta)

Surrender with me
We’re walking in our sleep,
And won’t come around for you

Leave the story at the shore,
In case you thought it done
And yes it, we are submarines

Now surrender with me
‘Cause we’re walking in our sleep,
And won’t come ‘round

Hey, put our pistols down,
Crawl along the ground.
Where we won’t,

Won’t be found.

Surrender with me
And bring your violin,
Photographs and some brass strings
For when we’re breaking stones,
The only things we know
Are tiger’s eyes and wasp stings

Now, surrender with me
Cause we’re walking in our sleep,
And won’t come ‘round

Hey, put our pencils down,
And crawl along the ground
Where we won’t,

Won’t be found

Now, surrender with me
Cause we’re walking in our sleep,
And won’t come round

Hey, put our pistols down,
And crawl along the ground
Where we won’t,
Where we won’t,

Won’t be found

 

Tiziana Scalabrin

Playlist di libri. Traccia 1

A giugno le traduzioni dalla riviste estere si trasformano in una nuova rubrica.
Secondo gli editor della rivista londinese Five Dials, se siete come loro, e come noi, vi capita di passare parecchio tempo guardando video musicali, esibizioni dal vivo riprese con mani malferme, e una volta o l’altra vi siete detti “sì, tutto molto bello: ma questa gente cosa legge?

Perciò hanno chiesto ad alcuni musicisti di parlare del loro romanzo preferito, e del loro brano preferito del romanzo preferito.

 

La prima risposta è di Zach Condon (Beirut).

 


I detective selvaggi
, di Roberto Bolaño

In tour è stato un sollievo avere Bolaño. Sembra che trovi il mio stesso indolente e poetico divertimento nei nomi delle città e delle strade. Non è male andarsene in giro per Città del Messico incastrati nel letto modello-bara del tour bus.

“… mentre il messicano andava snocciolando in un inglese a tratti incomprensibile una storia che non mi riusciva di capire, una storia di poeti perduti e di riviste perdute e di opere sulla cui esistenza nessuno sapeva una parola, in mezzo a un paesaggio che forse era quello della California o dell’Arizona o quello di una qualche regione messicana limitrofa a quegli stati, una regione immaginaria o reale, ma sbiadita dal sole e in un tempo passato, dimenticato, o che almeno qui, a Parigi, negli anni settanta, non aveva più la minima importanza
R.Bolaño, I detective selvaggi

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Zach è nato nel 1986 nel New Mexico, a Albuquerque, ed è cresciuto a Santa Fe. Suona il flicorno soprano, l’ukulele, la tromba, e parecchi altri strumenti, ed è autore dei testi. L’ultimo album, The Rip Tide, è uscito nell’agosto del 2011.
Le canzoni hanno testi narrativi, che raccontano il conflitto tra desiderio d’evasione e l’isolamento della lontananza.

 

L’ultima traccia dell’album è Port Of Call
(ascolta)

And I
I called through the air that night
I couldn’t see your voice without light
I could only smile
I’ve been alone some time And all in all
It’s been fine And you
You had hope for me now
I danced all around it somehow
Be fair to me
I may drift awhile
Were it up to me
You’d know why I – I called through the air that night
The fogs all were a warming sight
Was it infantile
That which we desire Were it up to me
Pull the wool from your eyes And I
I called through the air that night
My thoughts were still buried in time We were closer then
I’d been alone sometime
Filled your glass with gin
Filled your heart with pride And you
You had hope for me now
I danced all around it somehow

Be fair to me
I may drift awhile
If there’s a plan for me
Would it make you smile

No I don’t want to be there for no one
I’d stay here
No I don’t want to be there for no one
That’s over the sea
I don’t want to follow your light
On the sea
No I don’t want to be there for no one
That I can’t see

Tiziana Scalabrin