Maggio 2014

Mese: Maggio 2014

Due o tre cose che mi hanno insegnato. Quattro scrittrici dimenticate 3/4

Se avessi conosciuto Colette Rosselli probabilmente l’avrei odiata. Esattamente come si fa con le persone che si invidiano – in un modo violento, inconscio e inammissibile – perché sappiamo che non saremo mai come loro.

Colette sapeva disegnare, era molto colta, aveva soltanto amici celebri e artisti. Come se non bastasse era alta e magra, elegantissima; si dice persino che avesse sangue reale inglese nelle vene; si dice anche che fosse impossibile non notarla, e non rimanere ammaliati da quel mélange de charme che la caratterizzava e che fece innamorare di lei Indro Montanelli. Lui la sposò in terze nozze e dopo quasi vent’anni di amore silenzioso (leggi: parentesi da amanti). Anche per lei, però, si trattava di un bis: nel 1940 aveva divorziato da Raffaello Rosselli, cugino degli sfortunati antifascisti Carlo e Nello. Erano tempi in cui la convivenza era cosa vergognosa, ma Colette Rosselli non temette d’essere considerata eretica e di impartire (a me) la prima lezione: alcune amanti riescono a diventare mogli.

“Non è un gossip – scherza Lorenza Trucchi, 90 anni, capelli ordinatissimi, smalto rosso e rossetto dello stesso color fuoco, mentre sprofondiamo sul suo divano di broccato a meno di cinquanta metri da Piazza del Popolo –, ma si racconta che lui fosse gelosissimo. Un giorno chiamai Colette per confermare un appuntamento e lei mi disse: non posso, sono a casa che rileggo le lettere di Indro perché devo strappare quelle più accese. Mi venne da ridere, ma Indro era così”.

E Colette, com’era Colette? Lorenza Trucchi sorride, e poi riprende con quel lunghissimo elenco di aggettivi positivi che soltanto una vera amica può sciorinare senza vergogna: “La vidi la prima volta a Cortina. Nella hall dell’albergo entrò una donna bellissima, con una mantellina rossa, che teneva per mano due bambine, una delle quali stringeva la mano anche a una nanny. Chiesi chi fosse, mi risposero che era una pittrice”. E una pittrice, per di più molto brava, Colette Rosselli lo era per davvero: aveva iniziato con i libri per bambini, illustrando anche quel capolavoro comico che è Il diario della Signorina Snob a firma di Franca Valeri, quindi aveva esposto i suoi quadri in una galleria, e dopo qualche mostra erano seguite una, due, tre personali. Eppure l’apice della carriera non lo raggiunse con la sua passione, ma con ciò che considerava una cosa da nulla (traduciamo per i non addetti ai lavori: anche le minchiate possono cambiare una vita).

Diventò un nome della cultura popolare italiana battezzata come Donna Letizia, e insegnò agli italiani – gli stessi, cafonissimi, che prendevano lezione da Irene Brin – come vivere. Lo fece per oltre vent’anni su Gente, come sintetizza bene il coccodrillo che Laura Laurenzi scrisse su Repubblica il giorno dopo la morte di Colette: “Erano gli anni Cinquanta, quelli del boom, dell’improvviso benessere, quando si passò bruscamente dal colletto di lapin alla mantellina di visone, come amava ripetere lei, dal filobus all’ utilitaria, dal tinello finto-provenzale al salotto finto-inglese, dal Ferragosto in pensioncina alla crociera mediterranea, e nuovi dilemmi attanagliavano i ceti emergenti. Non semplici quesiti di etichetta ma modelli di comportamento, scelte di eleganza d’animo, codici dello stare insieme civilmente, con rispetto reciproco. Come apparecchiare il tè, come rivolgersi a un arcivescovo o a un principe ereditario, come utilizzare le forchette da ostriche, ma anche come lenire la solitudine, come capire e come crescere i propri figli, come non fare scorrettezze e offese gratuite”. Catalogò tutte queste buone maniere nel Saper Vivere, che fu un long seller e ancora oggi non smette di essere pubblicato e venduto (anche se con una volgarissima copertina verde e arancione fosforescente). Seguì anche Cara Donna Letizia… venticinque anni in confidenza (pubblicato da Rusconi) che racchiudeva epistole e risposte edite sul popolare settimanale. Un esempio: “Cosa ne pensa di un marito che propone alla moglie di invitare nel letto coniugale un’amica da poco abbandonata dal fidanzato, sostenendo che con questa iniziativa ognuno darebbe il meglio di sé: prova di amicizia da parte della moglie, larghezza di vedute da parte del marito, gratitudine da parte dell’amica…”. La risposta, molto british:“Presto un fazzoletto. Tante eccelse virtù commuovono”.

Eppure l’Italia, o meglio Gente, non esitò a voltarle le spalle. Da un giorno all’altro la pagina di Donna Letizia fu soppressa e il suo spazio dato a quel fenomeno mediatico che con una sineddoche potremmo battezzare come caschetto biondo. Ed ecco l’ennesima lezione: non in tutti i casi, e non sempre, l’educazione è un vantaggio. Che sia necessario guardarsi sempre le spalle già lo abbiamo imparato tutti, ma proprio tutti, da Cesare. Eppure a distanza di anni lo charme di Colette ha trionfato: lei viene ricordata per essere maestra d’eleganza, Raffaella Carrà è diventata un’icona gay e indossa guanti di pelle su Rai2.

Nel 1984, e senza pensarci due volte, Colette uccise Donna Letizia. Cancellò la rubrica, e ammise “un’epoca è finita”. Anche se era stata quello pseudonimo (non solo, ma anche) per vent’anni, ci mise meno di un giorno a lasciarsi tutto alle spalle e a ricominciare. Della serie: è inutile piangere sul latte versato. O, semplicemente, cercare di resuscitare qualcosa che i tempi hanno ormai fatto diventare antico.

Ritornò a dipingere, e in questo periodo si registrano i suoi quadri più belli e misteriosi. Scrisse e illustrò splendidamente Il cavalier Dodipetto, uscito per Mondadori nel 1993. Visse nel silenzio come difficilmente accade a chi è stato celebre per qualcosa: mai un pettegolezzo, pochissime interviste, nessun immagine o fotogramma in cui compare con una ciocca fuori posto, dicendo qualcosa fuori luogo. Ed è così – bellissima, vecchia con un amabile acconciatura grigio perla, in una giacca dorata – che si mostra in una delle ultime interviste rilasciate a RaiUno, prima della morte avvenuta per ictus nel 1994 a Losanna. Splendida, raccontava di un viaggio negli anni Trenta in India: “Non c’era niente, ma fu bellissimo”. A riprova, e a monito, che non tutto quello che può far star bene deve per forza contenere qualcosa.

I precedenti articoli di Flavia Piccinni dedicati alle scrittrici dimenticate sono qui e qui.

Traduzioni. Fumo

Humo, un racconto della scrittrice argentina Giovanna Rivero uscito su Buenos Aires Review, e tradotto per Nuovi Argomenti da Ilaria Veronica Tomasello.

 

 

I ricordi inutili sono i più belli. Avrò avuto circa 8 anni quando arrivò a casa dei miei nonni questo ragazzo col nome da canarino, Piri. Venne per aiutare mia nonna nella piccola impresa di insaccati e panetteria che era installata nel terzo cortile. Nonostante sembri una bugia, in quella casa c’erano tre cortili e al terzo, come dicevo, mia nonna aveva messo su una vera industria a vapore di salami e pane. Se ci entravi la mattina presto, potevi fantasticare con l’idea che tutto quel fumo che le macinatrici, i forni, i trituratori, gli imbottitori e le pentole eruttavano all’unisono fosse, logicamente, lo smog febbrile espulso da macchine di ultima generazione del primo mondo.

 

In quello che doveva essere l’ingresso della casa, mio nonno aveva l’ufficio del registro civile nel quale riceveva i migranti dall’entroterra per iscrivere i neonati, i neo defunti e i novelli sposi. Piri diceva che quello di mio nonno era un lavoro da pappamolle: schiacciare i bottoncini di un giocattolo come se in essi ci fosse la vita, proibire ai poveri di chiamare i propri figli con nomi da gringo come Johnny, Chuck o Michael e, come hobby, giocare a carte imbrogliandosi da solo. Il concetto di “macchina da scrivere” era assolutamente ridicolo per lui: eravamo abituati a macchine brutali che convertivano la carne in una massa rossiccia e informe e successivamente in salame.

 

Nel pomeriggio Piri era incaricato di misurare i metri di budella di maiale da utilizzarsi in giornata. Forse non è letterariamente corretto che si racconti, però bisogna farlo. Piri metteva il secchio per terra e, seduto con la schiena dritta, calcolava tendendo con entrambe le mani, pezzo per pezzo, i metri di quella tela trasparente che mia nonna avrebbe poi riempito con carne tritata.

Allora non mi faceva schifo. C’era un piacere inesplicabile nello scricchiolio liquido che faceva la matassa di budella nel secchio con acqua e aceto e nel viso di Piri mentre usava la poca matematica che conosceva. Notavo che Piri si teneva sempre un pezzetto di quella membrana viscosa nella tasca dei pantaloni, anche se a volte le budella puzzavano ancora di merda. Si metteva l’indice davanti alla bocca per farmi capire di non dire niente ed io tacevo.

 

Un pomeriggio mia nonna chiese a Piri di fare una commissione nella capitale. Sarebbe dovuto rientrare quella notte stessa, ma non lo fece. Mia nonna dedicò l’anima, la vita e il cuore a investigazioni degne di Sherlock Holmes. Interrogò un paio di possibili fidanzate, sostenne uno scambio del tipo bugia-verità con un allibratore di lotte tra galli, si parlò di debiti e minacce e alla fine dovette accettare la dichiarazione iniziale di un autista testimone, un tipo di Montero irritabile con buona memoria. Semplice. Piri era salito su un micro* interprovinciale, aveva pagato il tragitto fino a Santa Cruz, anche se esisteva la possibilità che l’avesse pagato fino a Warnes, un paesino intermedio, il quale, dedusse mia nonna, dimostrava soltanto che il ragazzo non aveva pianificato con premeditazione e perfidia quello che in seguito sarebbe diventata la leggenda di famiglia: “l’inesplicabile fuga di Piri” o, per i più rudi “di come Piri svanì nel fumo”.

 

Con il tempo mia nonna chiuse la sua impresa, più che per i suoi problemi di salute, per oscuri motivi che vanno di là del mio racconto.

Quello che è certo è che non abbiamo mai saputo perché Piri scese nel bel mezzo del nulla, in una zona senza sentieri né fattorie né coltivazioni, solo pascoli, alberi e il Sole che fluttuava in una lenta morte d’estate.

 

Pochi anni dopo, quando il paese inaugurò la sua prima strada asfaltata, mentre accompagnavo mia nonna ad una visita medica nella capitale –i suoi polmoni, dicevano le radiografie, erano due maledette placche carbonizzate- allora il micro* si fermò da qualche parte e un ragazzo denutrito scese con lo zaino in spalla e iniziò a camminare tra i pascoli, tra il grasso melograno e i rumorosi maiali, come dirigendosi verso il Sole.

 

Appoggiai la fronte al finestrino per vederlo meglio. Sarebbe mai finito il mondo se avesse camminato e camminato fino alla fine? Ebbi anch’io voglia di scendere. Il pomeriggio era enorme e tiepido e si poteva già vedere il brillio di alcuni lontanissimi pozzi petroliferi che la gente diceva ardessero senza sosta e a volte ingerissero un boccone di persone, come l’inferno. Leggendomi nella mente mia nonna strinse la mia bambola con la sua mano callosa. Mi tratteneva, me o i miei pensieri. E allora disse, come se cadesse a fagiolo: “Le budella del maiale le usano gli uomini per non avere figli.”

Lei, senza dubbio, riusciva a farlo: gonfiare qualunque cosa con magia o carne trita e subito dopo distruggerla.

 

* Il micro è una tipologia di bus.

Granturismo!

Oggi esce Granturismo, il numero estivo di Nuovi Argomenti. La sezione monografica è dedicata agli scrittori stranieri che hanno passato del tempo in Italia nel Novecento: Si parla di Bachman, Pound, Cheever, Hemingway e altri, con interventi di Annalena Benini, Filippo Bologna, Stefano Adami, Paola Soriga, Massimo Palma, Giulio Silvano, Fabio Stassi e Francesco Longo, che è il curatore della sezione, e che degli scrittori trattati dice: Per loro, l’Italia è selvaggia, inospitale, antica, raffinata, decadente, angusta, meravigliosa, primitiva, troppo battuta dal sole, a volte lamentano una qualità del cibo pessima. Ai loro occhi, gli italiani sono alternativamente incivili e cortesi, cor­diali e insensibili, privi di tenerezza e poveri, degenerati e virili, schietti e galanti.

Il numero si apre con il diario intellettuale e familiare di Chiara Valerio per poi portare a una serie di esordi di narrativa e non fiction creativa: nella prima categoria abbiamo un capitolo del manoscritto di Gabriele di Fronzo, e racconti di Caterina Di Paolo e Natan Mondin. Per la non fiction a esordire è Alessandro Giovannelli. Stefano Talone e Ivan Carozzi parlano il primo di Canadair e l’altro di passeggiate sebaldiane.

Le poesie sono di Maria Borio (che cura la sezione poesia del nostro sito e dal prossimo numero anche quella della rivista), Maria Pia Quintavalla e del giovane Manuel Micaletto.

Nell’ultima parte, Fabio Severo riflette sulla sua partecipazione alla Biennale di architettura, Luca Alvino sull’ultima fase della narrativa di Philip Roth, Carola Susani su Enzo Siciliano, e Andrea Minuz sull’uso del termine “degrado morale” nella promozione dei film italiani:

Per dire, La gente che sta bene, con Claudio Bisio e Margherita Buy, sembra una commedia e invece «non è solo una commedia, ma un film che riflette sul degrado morale della società italiana». Claudio Bisio, infatti, era già stato testimonial del degrado morale nelle doppie vesti di arringatore a Sanremo e protagonista di Benvenuto Presidente, commedia degli equivoci ambientata al Quirinale che però è «un film che invita ciascuno a fare i conti con se stessi ed il degrado morale del quale tutti siamo portatori». A fronte di richiami generici, con Il capitale umano Virzì dichiarava di aver trovato l’epicentro del «degrado». È a Como.

F.P.

Gente che avrei voluto conoscere: Jerry Thomas

Tra i molti mestieri che non ho mai avuto la presunzione di poter fare nella vita (oltre il calciatore, il samurai e l’astronauta dopo aver scoperto che purtroppo dovevi essere ingegnere, prima) spiccano, in onorevolezza, quello del poeta e quello del barista. Vuoi perché la semplice e passiva fruizione dei loro uffici rende il mondo un posto migliore da abitare e vuoi perché il non riuscirlo a fare, l’alone di mistero che circonda il risultato del lavoro di questi benefattori dell’umanità basta a fornirmi un’esperienza commovente e in qualche modo totalizzante, sia che stia leggendo una poesia di Gozzano o sorseggiando un martini cocktail perfetto (variante Hemingway, in&out, senza oliva, lemon twist, molto secco). Naturalmente ci ho provato anche io, ma solo per banali ragioni di sussistenza emotiva e incapacità nel trovare mezzi comunicativi soddisfacenti: l’unica poesia che scrivo ogni anno la scrivo il giorno della festa della Madonna della Marina di San Benedetto del Tronto e ho imparato a fare l’Old Fashioned usando la tecnica da macellaio che usa Don Draper in Med Man 3×03.

Ho intenzione di toccare solo rapidamente l’abusato tema del connubio tra scrittura e alcol, ma se hai la sfortuna di essere uno che come me che quando aveva sedici anni aveva lasciato perdere l’hip hop per provare a scrivere, nella vita, capisci bene che l’unica base solida per iniziare a farlo dignitosamente era assumere i comportamenti di quelli che avresti considerato i tuoi maestri fino all’età in cui la grazia di un cervello che almeno riuscisse a chiedersi il perché delle cose non fosse caduta dal cielo (fortunatamente la rivoluzionaria idea di guadagnarti le cose che meriti sarebbe venuta molto ma molto più tardi). Ma a sedici anni questo era tutto molto evanescente e fluido, e al liceo, se non giochi a calcio, non ti interessi di politica e le gioie dell’oppio sono ancora un mistero, l’unico modo per rischiare di scopare sentirti diverso dagli altri era sfogliare Baudelaire e Verlaine durante la ricreazione e sperare che a un certo punto quella carina del piano di sopra venisse da te a chiederti cos’è che stavi leggendo. Forse era colpa della provincia, che rendeva tutto più romantico, tutto più lento. Nonostante questo era una tecnica che funzionava bene, non c’è da spiegare perché. Il problema era che se ci credevi troppo avresti fatto fatica, negli anni a venire, a lasciare da parte le cose che non contavano, le parti accessorie e i vezzi, per concentrarti solo sulla scrittura, quando avresti compreso che non bastava per niente comportarsi da scrittore per essere tale (magari qualcuno ci ha messo cinque secondi, per capirlo, io qualche anno, la prima cosa buona che ho scritto l’ho scritta da sobrio dopo che un mio amico era quasi morto: fu una specie di rivelazione sulle ovvietà della vita e sulle stronzate che uno si dice). Sarebbero comunque passati anni tremendi, pieni di scritture fallaci, confusioni stilistiche, pochissimo ordine nelle letture e l’idea che ogni cosa che leggessi facesse al caso tuo. È qualcosa che c’entra con l’effetto Forer, quello che (magari incosapevolemte) usano la maggior parte dei cartomanti che ho incontrato, cioè ritenere il profilo che stai ascoltando, o il pezzo che stai leggendo, o la canzone che urli in spiaggia la notte pensando a quella carina di cui sopra, siano fatte apposta per te, che l’universo in qualche orrendo moto coheliano davvero ti percepisca come suo figlio e faccia di tutto per comprendere i tuoi bisogni e le tue necessità. L’immedesimazione mischiata al delirio di onnipotenza adolescenziale e al tequila sale e limone. Forse non esiste una bomba emotiva più distruttiva e divertente di questa. Va bene che magari Baudelaire non beveva tequila, ma in ottica panteistica tutto l’alcol avrebbe avuto lo stesso senso e io fino al compimento dei ventidue anni di età sono sempre stato molto poco selettivo, mi sentivo bene, reggevo parecchio e anche se ho sempre sofferto di hangover terribili, li vivevo con uno stoicismo degno di Crisippo e forse è per quello che anche oggi, quando mi chiedono quanti anni ho il cervello inciampa su quella doppia cifra, prima di ricordarsi che il tempo passa per tutti allo stesso modo.

Scrivere e bere per qualcuno sono cose che fanno parte dello stesso movimento di pensiero: non riescono a immaginare una cosa senza l’altra e non sto qui a fare esempi fin troppo noti. È anche piuttosto inutile ribadire che non ci sia niente di vero, dietro questa credenza: è evidente che il talento o chi per lui si nutra solo di fatica, non di stati di coscienza vagamente alterati.

Una volta mi lamentavo con un mio amico che ora fa lo scrittore vero di aver trovato un lavoro del cazzo per pagare l’affitto e gli raccontavo di avere paura che non sarei più riuscito a scrivere come prima, per questioni di tempo. Stronzate, mi ha detto lui, tu sei uno che beve, riusciresti a scrivere pure facendo il minatore. Ecco, credo che più o meno sia quello lo spirito che ci raccontiamo a vicenda quando la notte fa tanto freddo e ci sentiamo gli essere più inutili del pianeta. Ma oggi non voglio parlare di scrittori alcolizzati, ma solo di chi fa alcolizzare gli scrittori, anzi, del primo barista in assoluto, colui che ha avuto il merito di rendere la somministrazione alcolica un’arte, facendone un’esperienza performante e, meglio ancora, suggerendo l’idea che le cose da bere si potessero mischiare, come un navigato alchimista sovrappeso che gira l’America con il suo carrozzone strabiliante, seguendo da lontano un circo Barnum a caso e offrendo spettaccoli di magia per pochi centesimi: il professor Jerry Thomas. Qualche anno fa Feltrinelli ha ripubblicato la sua bibbia personale, How to mix drinks, un libro di ricette imprescindibili per chiunque sia appassionato alla storia del buon bere.
Chiaramente, se siete aficionados dell’invisibile alla fragola non è il libro che fa per voi, diciamo che questo non è nemmeno il mondo che fa per voi. Se invece avete meno di vent’anni siete ancora in tempo, gli errori sono naturali. Ricordo con agghiacciante terrore un intruglio di colore viola con una ciliegia al maraschino che bevevamo in un locale dotato di un ampio parcheggio vicino alla ferrovia, in una sera d’estate qualsiasi dei miei diciassette anni. Si chiamava il Nos, come quella cosa che dà il turbo alle macchine in Fast&Furious. Ora quelli si chiamerebbero gli anni del binge drinking, noi ci ubriacavamo e basta e io, che almeno avevo le velleità artistiche di supporto e che mi sentivo in qualche modo giustificato dal fatto che Lo Facevano Tutti Quelli Fighi, rimanevo stupito dal fatto che alle persone non sembrava servire una ragione particolare, per darsi alla pazza gioia. Era tutto molto americano, ci mancava solo un autolavaggio a gettoni (che poi avrebbero effettivamente aperto, sulla statale, due strade più in là) e due che pomiciassero attaccati alla ringhiera scrostata nella parte esterna di un rivenditore di macchine usate. Praticamente era il deserto, non sapevamo nulla dell’alcol, il massimo ritrovato tecnologico era una cosa che dovevi accendere e poi sbattere sul tavolo, si chiamava Thunderball mi pare ed era dolce da fare schifo. Ed è lì che è arrivato Jerry Thomas, perché i maestri arrivano quando decidono di arrivare, non proprio lui, ormai lo intendo come archetipo junghiano, nella mia testa ha la faccia del maestro Muten, o di Yoda, o di Albus Silente, che si impersonifica in qualcuno che a un certo punto ti porge un Gin Tonic ben fatto e ti trascina in quel paradiso di consapevolezza che il mondo del bere da sobri. Il mio si chiamava col mio stesso nome e lavorava nello stesso bar di cinesi dove avrei festeggiato la mia laurea, qualche anno dopo. Praticamente gli devo ogni cosa che so: il sapore del Singapore Sling, la freschezza del Mint Julep, il potere del cardamomo e la santità del Patròn blanco.

Jerry Thomas, detto Il Professore, nato nei primi giorni di novembre del 1830, inizia a far girare la sua fortuna quando si imbarca come marinaio sulla Ann Smith, dove cambia la ricetta del Grog e inventa i primi basilari tipi di punch, ovviamente molto apprezzati dalla ciurma. Torna sulla terraferma e si trasferisce in California: quelli sono i tempi dei saloon e della Gold Rush. Jerry, che non è tipo da azzardi e fatica, capisce che l’oro è meglio cercarlo nelle tasche di quelli che l’hanno già trovato, non nella dura roccia, ed è per questo che lo troviamo impiegato dietro al bancone dell’El Dorado, un locale di legno più orchestra dedito alle bevande semplici e ai ripetuti incendi. Il carattere nervoso di Jerry mal doveva sopportare quella routine fatta di liquori assoluti e tradizioni stantie, è per questo che inizierà a girovagare l’America mostrando le sue invenzioni e la sua leggendaria shackerata. Inizia ad essere famoso, riconoscono in lui il genio dell’uomo che inventa, e per ripagare la gente di tutta quella bontà lui non può fare altro che aprire bar, New Orleans, San Francisco, Virginia City, e lavorare nei migliori Hotel della nazione. Ebbe la sua consacrazione nella posizione di primo barman al Metropolitan di New York: le pareti ricordano ancora i suoi gioielli, e gli spettacoli di giocoleria con gli attrezzi del mestiere e l’esattezza delle dosi dei suoi drink. Finì come al solito in rovina dopo aver fallito qualche speculazione troppo azzardata a Wall Street da membro della fat’s men society. Il mio preferito tra i suoi cocktail, dei quali molti sono oggi irrealizzabili a causa dell’impossibile reperimento dei vari bitter e sour esistenti allora, è il Martinez, nella sua versione reverse (la leggenda vuole che sia stato il precursore del più noto Martini cocktail di bondiana memoria):

2 parti di Gin (meglio l’Old Tom)
1 parte di vermut rosso (a me piace il carpano antica formula)
2 gocce di angostura (esiste anche con l’orange bitter)
1 cucchiaino di maraschino

Usare la tecnica del Stir & Strain (molto ghiaccio) per ossigenare il drink e fare in modo che tutti gli ingredienti si miscelino alla perfezione e servire in una coppa martini gelida. Twist di limone come guarnizione. Stiamo parlando in un cocktail del 1850, praticamente un pezzo di storia americana. Mentre lo bevete vi tornano in mente gli speakeasy dell’epoca del proibizionismo, e il riverbero di una certa musica che qualche anno prima sarà pure stata francese, e uomini in rendigote che bevono da bicchieri di cristallo o da coppe metalliche fissando giovani donne lascive stese sui velluti rossi di quei divani/tombe, e se per continuare il parallelismo dovesse venirvi in mente una poesia sarebbe qualcosa del genere

Wine comes in at the mouth
And love comes in at the eye;
That’s all we shall know for truth
Before we grow old and die.

William B. Yeats, A driking song

O una, di Capossela, che sta scritta sulla porta di un bar che frequento spesso, quando qualcosa mi riporta sull’adriatico dove è nato tutto: C’è chi beve e si vanta della propria ubriachezza. / C’è chi si ubriaca e si vergogna dei propri sentimenti. / C’è chi osserva tutto questo e lo sopporta solo bevendo. / Un bicchiere è un’arma micidiale quando lo appoggi vicino al cuore. / La vita va corretta..va corretta.. E’ cosi difficile berla liscia. / Il Bar non ti regala ricordi ma i ricordi ti portano sempre Al Bar.
Il recupero di personaggi alla Jerry Thomas passava per forza di cose dall’obbligato movimento da una ridente cittadina sul mare adriatico alla capitale, quando il bisogno di vintage che ci ricordasse di poter fingere di aver avuto un passato precedente agli anni ‘80 e ‘90, ci portò a ripescare le cose che di buono si erano fatte nel secolo scorso (mi rendo conto che parlare oggi di Jerry Thomas possa suonare un po’ hipster, un po’ come parlare di David Foster Wallace e bere Hendrick’s Gin nel 2011 o cavalcare oggi l’onda delle birre artigianali e del vino biologico). Oggi tutti conoscono il sapore di un Old Fashioned, o almeno, tutti dovrebbero. Senza arrivare a ritenere necessaria l’ora di Cocktail alle superiori, sarebbe forse il caso che la prevenzione alcolica passasse dalla qualità dei prodotti. Perfino Il Professore si affidava a un chimico, il Dottor Schulz, nella preparazione delle sue ricette e comunque sarebbe considerevolmente cosa buona e giusta arrivare a pensare che ogni parte del giorno abbia la sua ricetta, che ogni ora voglia il suo alcolico. Ogni mattina ha il suo Bloody Mary, ogni pomeriggio le sue birre. Ogni aperitivo i suoi Martini e ogni notte i suoi Margarita.

È affascinante pensare a come cambino le cose, quando sai come usarle. Dopo la fine di una relazione che mi ha colpito molto a fondo, ho naturalmente trovato conforto e rassegnazione nel delirio alcolico e ogni notte mi dicevo che era curioso, come il mondo diventasse un posto migliore dopo appena due gin tonic. Il pensiero seguente era che era naturale che fosse così, dato che proprio per questo esiste una patologia chiamata alcolismo, ma non c’era mai stato niente di veramente malato, solo allegria, e gemelli preziosi che chiudono maniche di camicia tenute su da reggimaniche in metallo, e alambicchi colorati e spettacoli flair, come se la vita potesse racchiudersi nell’operato di quello che faceva il  Professor Jerry Thomas, mentre crea un arco fiammeggiante di whiskey preparando il suo leggendario blue blazer (come nell’immagine sopra), mentre ti appare in sogno per dirti una di quelle verità ancestrali, sussurrandoti all’orecchio di stare tranquillo, che non c’era mica niente di sbagliato, nel correggersi la vita.

p.s.: ad oggi la tecnica che mi piace di più è quella esatta del barista samurai di una pubblicità del bacardi di qualche anno fa.

Otto domande sul lavoro dell’editor – Giulio Mozzi

Continua la nostra serie di interviste agli editor italiani.
Abbiamo sottoposto il questionario a Giulio Mozzi, che esordisce con una precisazione: io non sono un editor.
La parola “editor”, nelle case editrici da una certa dimensione in su, indica la persona che sceglie i libri da pubblicare. L’editor è quindi, più o meno, quello che una volta si chiamava “direttore di collana”. In queste case editrici, accade spesso che non sia l’editor a fare il lavoro di editing, spesso affidato a figure professionali interne gerarchicamente più in basso, o addirittura a figure professionali esterne.
Io sono un “consulente editoriale”. Mi sono formato lavorando per Theoria alla fine degli anni Novanta; ho lavorato per Sironi Editore (2001-2009) e per Einaudi Stile libero (2008-2014), attualmente – da metà marzo 2014 – lavoro per Marsilio. Come consulente ho un potere di proposta, ma non di decisione. E mi è capitato spesso di fare lavori di editing.

1) Quali sono le caratteristiche principali che un libro deve avere per colpire la sua attenzione?
L’opera deve sembrarmi bella, o ameno potenzialmente bella. Oppure devo avere la sensazione che l’autore potrebbe comporre delle opere belle.
Non c’è niente di scientifico in tutto questo. È il mio corpo che reagisce.

2) Se e in che modo è cambiato il suo modo di leggere negli ultimi anni?
Ho imparato a distinguere più speditamente tra ciò che è da scartare dopo una scorsa (30 pagine e una sfogliata è il mio impegno morale; ma basterebbe molto meno) e ciò che va letto con cura (cioè il 10% circa di quanto mi arriva). Ho imparato a distinguere più speditamente tra ciò che è mera imitazione e ciò che è originale.
Non ho ancora imparato bene a capire che cosa fare con le opere non belle ma passabili. Bisogna capire se il “passabile” è il limite massimo dell’autore, o se si può aiutarlo ad arrivare alla bellezza.

3) Quale pensa che sia il ruolo di un editor oggi? Crede che debba influenzare le scelte dell’autore fin dal concepimento dell’opera?
Credo che la domanda dovrebbe essere rivolta a un editor.
Nella mia qualità di consulente mi succede spesso di lavorare con gli autori di opere che mi sembrano potenzialmente belle. Dico loro: “Se la presento all’editore così com’è, me la rifiutano; proviamo a ragionarci”. Non si tratta di “influenzarli”: il verbo “influenzare”, come usato qui, mi pare una sciocchezza. Si tratta, spesso, solo di far capire loro quanto siano importanti la pazienza, l’accuratezza, la concentrazione, la riflessione. E, talvolta, si tratta di prestar libri, di essere disponibili a chiacchierate sui massimi sistemi, di mettersi davanti a un malloppo di pagine e mostrare le ingenuità.
Poi, per carità, può capitare (è capitato: alle cinque di mattina, appena alzati, tra un caffè e un altro caffè e perché no un altro caffe?) di mettersi ad affabulare forsennatamente, e reinventare da cima a fondo un progetto narrativo altrui. Ma una volta in vita basta, credo. E comunque si trattava solo di svelare ciò che c’era già.

4) Ci parli della sua formazione culturale, il suo percorso fra gli autori e le letture.
Sono nato in una famiglia colta, a orientamento scientifico. Ho cominciato con Topolino e Salgari, come tutti. Non ho compiuto studi letterari (mi sono fermato al diploma di maturità classica). Ho ricevuta un’importante formazione da Guido Lorenzon, quando lavoravo nell’ufficio stampa della Confartigianato veneta. Ho letto disordinatamente e molto. Un amico di un anno più giovane di me ma da sempre molto più maturo, Stefano Dal Bianco, mi ha introdotto alla lettura della poesia. Un’amica di dieci anni più giovane di me, ma da sempre molto più matura, Laura Pugno, nel corso di anni e anni di corrispondenza (carta, busta, francobolli) mi ha insegnato a pensare alla scrittura come al contenitore di un’amicizia. Un amico un poco più giovane di me, e di recente acquisizione, ma sicuramente da sempre più maturo di me, Leonardo Colombati, ha portato alla luce la mia passione nascosta per i marchingegni narrativi devianti e bizzarri. Non tanto gli autori e le letture: ma gli amici sono stati e sono importanti.

5) A chi si ispira nel suo lavoro sui testi, ha un modello di riferimento? È cambiato nel corso del tempo?
Non ho modelli. Nessuno mi ha insegnato questo mestiere. Sono un improvvisato.

6) Qual è la parte più difficile del suo lavoro? E la più frustrante?
Costringere gli editor e/o i loro stretti collaboratori a leggere davvero ciò che propongo loro è la parte più difficile e frustrante del mio lavoro di consulente.

7) Quali autori del passato ha amato? Quali pensa che oggi incontrerebbero difficoltà a essere pubblicati, e perché?
Non mi piace giocare a immaginare come sarebbero andate le cose se non fossero andate come sono effettivamente andate, e così via. I discorsi del tipo “Oggi Kafka non lo pubblicherebbe nessuno” mi sembrano sciocchi: Kafka non è vivo oggi, punto.
È troppo idiota se dico che ho amato, e amo, Omero, i tragici, Virgilio, Agostino ecc. ecc., fino a John Barth o Hermann Broch o Mario Pomilio?

8) In che modo è cambiato il modo di leggere? Secondo lei cosa cercano oggi i lettori in un libro?
Ma che ne so. Questa è una domanda per un sociologo, non per me.

Hanno risposto alle nostre otto domande anche: Ginevra Bompiani, Carlo Carabba, Stefano Izzo, Chiara Valerio, Gabriele Dadati, Giulia Ichino, Andrea Gentile, Matteo Alfonsi, Nicola Lagioia, Federica Manzon, Elisabetta Migliavada, Jacopo De Michelis, Francesca Chiappa, Giuseppe Catozzella, Gemma Trevisani.

Intervista alla spia

«Come ti chiami?» domandò, senza alzare lo sguardo.
«Nellie Brown» risposi.
«Da dove vieni?»
«Cuba.»
«Oh» esclamò entusiasta.
(Nellie Bly, Dieci giorni in manicomio)

«Le sbarre, il buio, l’odore. Ecco cosa mi ricordo del manicomio di Blackwell’s.»
«E poi?» «Un ragazzo, avrà avuto vent’anni, teneva gli occhi chiusi, se ne stava in un angolo, in silenzio, non diceva mai una parola, tremava quasi sempre. Nessuno gli dava retta, non i dottori, nemmeno un infermiere. Una volta lo avvicinai. Eravamo al refettorio, una stanza enorme e scura dove ce ne stavamo tutti senza niente da fare per delle ore, rimanevamo immersi nel vuoto, in silenzio. Lui mi fissò, ma non mosse un muscolo, non mi chiese niente. Non mi domandò, come facevano gli altri, come facevo anche io, il nome o da dove venissi. Mi puntò in faccia le sue pupille chiare, sembravano trasparenti tanto erano limpide e umide, poi: che ci fai qui? tu non sei pazza. Aveva capito la verità, ma era stato l’unico.»

Nellie sospira, si afferra una ciocca di capelli e se la passava
sulle labbra. È bella come certe statuine di porcellana. Il corpo magro, avvolto in un vestito di fiori e merletti, non ha niente da spartire con il viso, la mascella serrata e gli occhi seri, che non ammette repliche o trattive.
La sua strada è stata lunga, incominciata con quella fortuna casuale che ha segnato la storia di molti grandi. Era un giorno del 1880 quando, dopo aver letto un editoriale maschilista pubblicato sul «Pittsburgh Dispatch», scrisse al direttore. La
lettera era intensa, buona la lingua, intelligenti le argomentazioni. Non sembrava a firma di una giovane di umili origini.
Dopo averla letta, il direttore, a corto di personale, propose un posto al misterioso autore. Era convinto che fosse maschio. Si trovò davanti una ragazza, cambiò idea, discussero, alla fine la prese lo stesso. Elizabeth Jane Cochrane venne battezzata così, grazie a una canzone di Stephen Foster, Nellie Bly. Fin dall’inizio la sua cifra fu chiara: il mondo femminile, delle lavoratrici e delle miserabili, sarebbe stato il suo campo d’azione.
«Quel ragazzo era stato l’unico a rendersi conto che stavo recitando. Il giudice, i dottori, gli infermieri… Tutti pensavano per davvero che fossi pazza. Una bella, disperata, ragazza che da un momento all’altro aveva dato i numeri ed era stata ricoverata.»
Il suo sguardo per un attimo si perde, sembra andare altrove. Forse è di nuovo lì, nel manicomio dove si fece rinchiudere nel 1887 con la missione di raccontare per il «New York World» di Joseph Pulitzer che cosa accadeva in uno dei pozzi neri della Manhattan di allora. La serie di articoli in cui avrebbe raccontato la sua esperienza, che sarebbero diventati anche un libro, l’avrebbero resa famosa. E il tribunale di New York avrebbe aperto un procedimento a partire dalla sua denuncia; il risultato sarebbe stato l’aumento dei fondi del manicomio di 1.000.000 $ l’anno.
«La verità è che non mi ha sconvolto la sporcizia, la miseria, la violenza. Non mi ha sconvolto la situazione drammatica in cui vivevano i pazzi, in cui ero costretta a vivere anche io, come una bestia, peggio di un topo. Da bere ci davano acqua sporca, nonostante il freddo non avevamo coperte, la spazzatura era ovunque, il cibo della mensa era andato a male e le dosi non sarebbero state sufficienti a saziare un uccellino. Non mi ha scioccato nemmeno quando, e posso giurarle che c’è stato ho creduto di essere pazza per davvero. Ho pensato che fosse quella la realtà, che Nellie Bly non esistesse, che io fossi sul serio Nellie Brown da Cuba, la pazzoide.» Ha le labbra screpolate, se le inumidisce un poco. «La cosa che mi ha traumatizzata è stata la facilità.» Alza un poco lo sguardo, e i suoi occhi sono verdi e da gatto. «È bastato lasciare andare per un giorno le redini della mia vita, smetterla di tenermi sotto controllo, per finire in un manicomio giudicata “gravemente demente” per un dottore, “senza speranza” per un altro, “senza dubbio psicolabile” per il giudice. Rinchiusa in meno di ventiquattro ore. E se è successo a me, può capitare a chiunque.»
«A chiunque, ne è sicura?» Mi avvicino un poco, teatrale, lasciando da parte il registratore. «Non credo che a me potrebbecapitare, se posso essere sincera.»
Per un attimo Nellie socchiude le palpebre, come se stesse
per prendere fuoco. Succedeva anche a me, tanti anni fa. Allora mi chiamavano cerino. Ci mettevo un attimo a incendiarmi, e a bruciare tutto quello che mi si presentava intorno.
«Lei vuole farmi innervosire, lo so. È un trucco che usavo anche io. Ma è un trucco da quattro soldi.»
Sorrido. Anche lei sorride.
«Se pensa che sia possibile mettere una barriera fra le cose, fra la vita e la scrittura non abbiamo altro da dirci.» D’improvviso, la sua voce non ammette repliche. «Il giornalismo è quello di chi non parla per sentito dire, per suggestioni, per comunicati, ma guarda con i propri occhi e poi scrive. Il giornalismo è solo in prima persona.» Si infila la mano in una tasca, cerca qualcosa. «Anzi, mi correggo, questo è il vero giornalismo. Il giornalismo è tutto il resto.»
Ha un’espressione di sfida, una di quelle che si stampano in faccia i bambini prima di fare un dispetto e già pregustano la minaccia di una punizione che non si concretizzerà mai.
«Non mi dica che si è fatta rinchiudere dieci giorni in un manicomio soltanto per amore di verità.»
«È così.»
«Se io non devo prenderla in giro, non faccia altrettanto» rispondo. Intanto dalla cartellina prendo un giornale antico, le pagine sanno di polvere e con gli anni sono diventate così sottili da essere quasi trasparenti. «Chi fa questo lavoro è fondamentalmente un narcisista, non un idealista. E lei lo sa bene, perché di punto in bianco ha lasciato tutto, si è sposata un miliardario, ed è ritornata al giornalismo solo quando non aveva più scelta, le servivano i soldi.»
Le allungo l’articolo, lei dà una svelta occhiata alla pagina, poi la scansa, quasi quel pezzo scritto dal fronte austriaco nel 1914 non fosse più suo; il tempo passa per tutto, anche per la paternità delle parole.
«Forse adesso, ma prima non era così. C’era un brivido vero, prima, quando denunciavi qualcosa, quando le persone capivano che lo facevi per loro, quando…» Mi guarda come se non potessi capire, eppure ho letto tutto quello che ha scritto nella sua intera vita. Faldoni e faldoni di articoli in bianco e nero, con le lettere che si confondevano, con quell’inglese elegante e senza fronzoli, fuori da ogni epoca; con le storie che sembravano raccolte ieri, perché tanto l’umanità, e le sue miserie, non cambiano mai.
«Sa cosa mi ha detto una volta un amico?»
Scuoto la testa.
«Che c’è chi ama fare il pane, e allora fa il fornaio. Quello che vuole curare la gente e quindi diventa medico. Quello che credenella giustizia e si laurea in giurisprudenza.» Si ferma, e mi guarda. «Esiste quello che vuole conoscere tante vite, e fa l’attore.»
Tira fuori dalla tasca un sacchettino rosa di pelle, piccolo e morbido. Me lo allunga. È liscio, profuma di talco. Ho letto da qualche parte, forse nel lungo reportage che fece dal Messico dove visse per sei mesi sotto copertura ad appena ventun’anni, che ne aveva comprato uno simile, e dentro ci metteva tutta la speranza che le sarebbe servita nei momenti difficili, quando le certezze sono come la sabbia e si perdono nel vento.
«C’è l’adrenalina della verità.» Inclinata la testa. «O, come direbbe lei, della spia.»
Nella sua lunga carriera Nellie Bly ha raccontato da infiltrata decine di mondi. È stata prostituta, mendicante, donna abusata, ma anche abitante del più caldo palazzone di New York nella torrida estate del 1894, anarchica, viaggiatrice instancabile intorno al mondo, suffragetta, disoccupata in cerca di impiego. Ha cambiato pelle, ha cambiato nome, faccia, vestiti, connotati. È rimasta sempre soggetto, e oggetto, di tutti i suoi lavori. Fin dal primo articolo, diciannovenne, quando si finse operaia in uno scatolificio.
«E poi, soprattutto, ci sono i casi di confine. Gli uomini e le donne che vogliono essere tante cose, ma ne sanno fare soltanto una per bene. Allora scrivere diventa l’unica alternativa per andare avanti. Per guadagnare, ma soprattutto per vivere.» Avvicinandosi un poco, con un profumo di menta e cannella,
«capisce che intendo?».

Traduzioni. Risorse umane in stile Hollywood

Dal numero 21 della rivista Five Dials: una lettera di Raymond Chandler al suo editore, Jamie (Hamish) Hamilton, 22 giugno 1949. Traduzione di Tiziana Scalabrin. 

Credo che la mia storia di Hollywood preferita sia sui fratelli della Warner Bros, Jack e Harry. Il giorno dopo che Hal Wallis (che era stato responsabile di produzione allo studio) si licenziò e li piantò in asso, a pranzo c’era una cupa tristezza e un orribile senso di catastrofe al tavolo dei dirigenti. Tutti si stringono in fondo al tavolo per stare lontani da Jack Warner quando arriva. Tutti tranne uno, un giovane produttore ambizioso di nome Jerry Wald (che alcuni pensavano fosse il Sammy Glick di Perché corre Sammy?) che siede vicino al capo del tavolo. Jack e Harry Warner arrivano. Jack siede a capotavola, e Harry a fianco. Jerry Wald è lì vicino, e tutti gli altri il più lontano possibile. Jack li guarda con disgusto e si rivolge a Harry.
Jack: – Quel figlio di puttana di Wallis.
Harry: – Sì, Jack.
Jack: – Uno schifoso pubblicitario da cinquanta dollari a settimana. Lo tiriamo su dal nulla. L’abbiamo reso uno degli uomini più importanti di Hollywood. E cosa ci fa? Prende il cappello e se ne va e ci lascia al freddo.
Harry: – Sì, Jack.
Jack: – Questa la chiami gratitudine? E prendi quel figlio di puttana di Zanuck. Uno schifoso scrittore da cento dollari a settimana, l’abbiamo raccolto e fatto crescere e l’abbiamo reso uno degli uomini più importanti di Hollywood. E cosa ci ha fatto? Ha preso il cappello e se n’è andato e ci ha lasciati al freddo.
Harry: – Sì, Jack.
Jack: – Questa la chiami gratitudine? Perché potremmo prendere qualunque figlio di puttana ci pare e tirarlo su dal nulla per farne uno degli uomini più importanti di Hollywood.
Harry: – Sì, Jack.
Jack: – Chiunque. (Si gira e guarda Jerry Wald). Come ti chiami?
Wald (a Jack): – Jerry Wald, Mr Warner.
Jack (a Harry): – Jerry Wald. Perché, Harry, potremmo prendere il nostro amico qui e tirarlo su dal nulla per farne uno degli uomini più importanti di Hollywood, non è vero Harry?
Harry: – Sì, Jack, certo che potremmo.
Jack: – E cosa ne avremmo? Lo tiriamo su per farne un uomo importante, gli diamo potere e una reputazione, ne facciamo uno dei nomi più importanti di Hollywood, e sai cosa succede, Harry? Questo figlio di puttana se ne va e ci pianta in asso.
Harry: – Sì, Jack.
Jack: – Allora perché stare qui ad aspettare che accada, Harry? Licenziamo questo figlio di puttana subito.

Sulla difficoltà di leggere

Dal numero 61 della rivista, Supernova, un intervento scritto in occasione dell’incontro di Roma dell’8 Dicembre 2012 a «Più libri più liberi», fiera della piccola e media editoria, a partire dalla raccolta di saggi Leggere è un rischio di Alfonso Berardinelli (nottetempo 2012).

 

Vorrei parlarvi non della lettura e del rischio che essa comporta secondo Alfonso Berardinelli, ma di un rischio che è ancora più a monte, cioè della difficoltà o dell’impossibilità di leggere; vorrei provare a parlarvi non della lettura, ma dell’illeggibilità.

Ciascuno di voi avrà fatto esperienza di quei momenti in cui vorremmo leggere, ma non ci riusciamo, in cui ci ostiniamo a sfogliare le pagine di un libro, ma esso ci cade letteralmente dalle mani.

Nei trattati sulla vita dei monaci, questo era anzi il rischio per eccellenza cui il monaco soccombeva: l’accidia, il demone meridiano, la tentazione più terribile che minaccia gli homines religiosi si manifesta innanzitutto con l’impossibilità di leggere. Ecco la descrizione che ne dà S. Nilo:

Quando il monaco accidioso prova a leggere, s’interrompe inquieto e, un minuto dopo, scivola nel sonno; si sfrega la faccia con le mani, distende le dita e va avanti a leggere per qualche riga, ribalbettando la fine di ogni parola che legge; e, intanto, si riempie la testa con calcoli oziosi, conta il numero delle pagine che gli rimangono da leggere e i fogli dei quaderni e gli vengo- no in odio le lettere e le belle miniature che ha davanti agli occhi Finché, da ultimo, richiude il libro e lo usa come un cuscino per la sua testa, cadendo in un sonno breve e profondo…

La salute dell’anima coincide qui con la leggibilità del libro (che è anche, per il medioevo, il libro del mondo), il peccato con l’impossibilità di leggere, col diventare illeggibile del mondo.

Simone Weil parlava, in questo senso, di una lettura del mondo e di una non-lettura, di un’opacità che resiste a ogni interpretazione e ogni ermeneutica. Vorrei suggerirvi di fare attenzione ai vostri momenti di non lettura e di opacità, quando il libro del mondo vi cade dalle mani, perché l’impossibilità di leggere vi riguarda quanto la lettura ed è forse altrettanto e più istruttiva di questa.

Vi è anche un’altra e più radicale impossibilità di leggere, che fino a non molti anni fa era anzi del tutto comune. Mi riferisco agli analfabeti, questi uomini troppo in fretta dimenticati, che solo centocinquanta anni fa erano, almeno in Italia, la maggioranza. Un grande poeta spagnolo del XX secolo ha dedicato un suo libro di poesie all’analfabeta por quien yo escribo. È importante comprendere il senso di quel «per»: non tanto o non solo «perché l’analfabeta mi legga», visto che per definizione non potrà farlo, quanto «al suo posto», come Primo Levi diceva di testimoniare per quelli che nel gergo di Auschwitz si chiamavano i musulmani, cioè coloro che non potevano né avrebbero potuto testimoniare, perché, poco dopo il loro ingresso nel campo, avevano perduto ogni coscienza e ogni sensibilità.

Vorrei che rifletteste sullo statuto speciale di questo libro che, nella sua essenza, è destinato a occhi che non possono leggerlo ed è stato scritto con una mano che, in un certo senso, non sa scrivere. Il poeta o lo scrittore che scrivono per l’analfabeta provano a scrivere ciò che non può essere letto, mettono su carta l’illeggibile. Ma proprio questo rende la loro scrittura più interessante di quella che è stata scritta solo per chi sa leggere.

Vi è poi un altro caso di non lettura di cui vorrei parlarvi. Mi riferisco ai libri che non hanno trovato quella che Benjamin chiamava «l’ora della loro leggibilità», che sono stati scritti e pubblicati, ma sono – forse per sempre – in attesa di essere letti. Io conosco, ciascuno di voi, penso, potrebbe nominare libri che meritavano di essere letti e non sono stati letti, o sono stati letti da troppo pochi lettori. Qual è lo statuto di questi libri? Io penso che, se questi libri erano davvero buoni, non si debba parlare di una attesa, ma di un’esigenza. Questi libri non aspettano, ma esigono di essere letti, anche se non lo sono stati e non lo saranno mai. L’esigenza è un concetto molto interessante, che non si riferisce alla sfera dei fatti, ma a una sfera superiore e più decisiva, la cui natura lascio a ciascuno di voi di precisare.

 

Ma allora vorrei dare un consiglio agli editori e a coloro che si occupano di libri: smettetela di guardare alle infami, sì, infami classifiche dei libri più venduti e – si presume – più letti e provate a costruire invece nella vostra mente una classifica dei libri che esigono di essere letti. Solo un’editoria fondata su questa classifica mentale potrebbe far uscire il libro dalla crisi che – a quanto sento dire e ripetere – sta attraversando.

Un poeta ha compendiato una volta la sua poetica nella formula: «leggere ciò che non è mai stato scritto». Si tratta, come vedete, di un’esperienza in qualche modo simmetrica a quella del poeta che scriveva per l’analfabeta che non può leggerlo: alla scrittura senza lettura, corrisponde qui una lettura senza scrittura. A condizione di precisare che anche i tempi sono invertiti: là una scrittura che non è seguita da alcuna lettura, qua una lettura che non è preceduta da alcuna scrittura.

Ma forse in entrambe queste formulazioni è in questione qualcosa di simile, cioè un’esperienza della scrittura e della lettura che mette in questione la rappresentazione che ci facciamo solitamente di queste due pratiche così strettamente legate, che si oppongono e insieme rimandano a qualcosa di illeggibile e di inscrivibile che le ha precedute e non cessa di accompagnarle.

Avrete capito che mi riferisco all’oralità. La nostra letteratura nasce in intima relazione all’oralità. Perché che cosa fa Dante quando decide di scrivere in volgare, se non appunto «scrivere ciò che non è mai stato letto e leggere ciò che non è mai stato scritto», cioè quel «parlar materno» analfabeta, che esisteva soltanto nella dimensione orale? E tentare di mettere per iscritto il parlar materno, lo obbliga non semplicemente a trascriverlo, ma, come sapete, a inventare quella lingua della poesia, quel volgare illustre, che non esiste da nessuna parte, ma come la pantera dei bestiari medievali, «spande ovunque il suo profumo, ma non risiede in alcun luogo».

 

Io credo che non si possa comprendere correttamente la grande fioritura della poesia italiana nel Novecento, se non si avverte in essa qualcosa come il richiamo di quell’illeggibile oralità che, dice Dante, «una e sola è prima nella mente». Se non s’intende, cioè, che essa è accompagnata dall’altrettanto straordinaria fioritura della poesia in dialetto. Forse la letteratura italiana del Novecento è tutta percorsa da una inconsapevole memoria, quasi da un’affannosa commemorazione dell’analfabetismo. Chi ha avuto tra le mani uno di questi libri, in cui alla pagina scritta – o, meglio, trascritta – in dialetto sta a fronte la traduzione in lingua, non ha potuto non chiedersi, mentre i suoi occhi trascorrevano inquieti da una pagina all’altra, se il luogo vero della poesia non fosse per caso né in una pagina né nell’altra, ma nello spazio vuoto fra entrambe.

E vorrei concludere questa breve riflessione sulla difficoltà della lettura, chiedendovi se ciò che chiamiamo poesia non sia in verità qualcosa che incessantemente abita, lavora e sottende la lingua scritta per restituirla a quell’illeggibile da cui proviene e verso cui si mantiene in viaggio.

Lo scrittore emergente nel 1913

«Fisicamente non è mai stato malato», ha detto il padre dello scrittore emergente: «da piccolo era di carattere un po’ chiuso, questo sì, ma sempre buono e obbediente. Alquanto disordinato».

Il rapporto con la madre è più oscuro, è con lei che ha iniziato a dare segni di labilità emotiva. Lei si vantava con le amiche del suo talento precoce nel recitare l’Ave Maria in francese. Al ginnasio i compagni di scuola lo prendono in giro, conoscono la sua irascibilità e si divertono a stuzzicarlo. Diventa nevrastenico: è capace di passare dalla mitezza francescana alle botte.

All’università lo scrittore emergente s’immatricola alla facoltà di Chimica. La sceglie senza starci troppo a pensare. Poi si annoia, e smette di frequentarla. Un suo ex docente lo ricorda «come un ragazzo tanto simpatico».

Lo scrittore emergente vuole andare via da quella vita di provincia, e un giorno alla stazione dei treni sale su un convoglio in partenza per Milano: «Non avendo che due soldi in tasca, mi nascosi nel gabinetto e mi vi chiusi fino all’arrivo».

A Milano lo soprannominano il “mat”. Di questo soggiorno si rintracciano soprattutto i verbali dei carabinieri: «Il soggetto è stato colto nell’atto di percuotere e minacciare chiunque lo avvicinava, anche i pacifici cittadini, tanto da incutere timore nella popolazione». In caserma, si mette a «tirare pugni e calci e gridare “vigliacche spie” sputando sul viso di tutti, in particolar modo del capo guardia».

La famiglia si preoccupa per la scomparsa del figlio e si rivolge al sindaco del paese pregandolo di avvertire le autorità locali e di rispedirlo a casa. Lo scrittore emergente riceve un ordine del questore che gli dà tre giorni di tempo per ritornare.

A casa si cerca un lavoretto. Di giorno fa il manovale e di notte scrive alcuni componimenti al chiarore di una lampada a petrolio. Riuscitissimi i frammenti in cui tratta di sé in terza persona: «All’età di quindici anni, colpito da confusione di spirito, commise in seguito ogni sorta d’errori ciascuno dei quali egli dovette scontare con grandi sofferenze. Conservò l’onore, benché ormai non gli servisse più a nulla», altri molto meno: «Le mie lettere sono fatte per essere bruciate».

Inizia a bere. Caffè e vino. Matura confuse idee persecutorie, dovute quasi certamente agli eccessi alcolici. Poi sparisce di nuovo, all’improvviso.

C’è chi lo vuole in fuga su una nave verso Sebastopoli, chi in viaggio verso Smirne; chi lo vuole scaricatore di porto a Rotterdam e chi a Ravenna addormentato sotto la neve. Torna a casa cinque anni dopo. Agli amici dice di essere stato in Argentina, a Buenos Aires, imbarcato su un bastimento per raggiungere il Belgio: «Lavorai nel traversare l’Atlantico. Sbarcai in Anversa, poi Parigi, poi casa».

Sembra affetto da una forma di ulissismo.

Il ritorno a casa coincide con una rinnovata passione per lo studio. Si riscrive all’università. Abbandona Chimica pura per Lettere. Ha ventisei anni. I suoi colleghi di facoltà lo ricordano sempre accigliato, con un giaccone dalle tasche ampie, piene di fogli di carta: «I miei manoscritti» risponde a chi glielo chiede.

Si definisce “interprete”. Ha bisogno di soldi. Afferma di essere in grado di tradurre dall’inglese, dal tedesco, dallo spagnolo e dal francese. Prende contatto con una piccola casa editrice che gli commissiona la traduzione dal tedesco di un ignoto pamphlet filosofico. Chiede un acconto, ma una settimana più tardi riceve una lettera dall’editore che lo informa che la pubblicazione del testo non avverrà in tempi brevi. Alla fine non se ne farà più nulla.

Si concentra sulla scrittura. Adotta un metodo che si rivela efficace. Descrivere oggetti d’arte: statue, bassorilievi, quadri antichi e moderni. Concepisce pittoricamente la scrittura. Funziona, è dotato. Forma la sua poetica. Ama Wagner e Nietzsche. Il primo perché è «il Nietzsche della musica», il secondo perché «è il Wagner del pensiero». Il suo sogno è quello di liberarsi dal clericalismo e dall’enfasi meridionale che attanaglia l’Italia. Vuole fondere Kultur e Civilisation. È il cantore del sincretismo fra Geist ed Esprit. Carducci secondo lui è un rozzo, D’Annunzio un buffone. Sente più vicini alla sua prosa Poe, Whitman e Beethoven.

La sua opera d’esordio intanto è terminata. Ci ha lavorato circa otto anni, difficile stabilirlo con certezza. La sua condizione mentale peggiora. Viene avvistato a notte fonda con indosso un mantello, ululando, inselvaggito e brandendo un grosso bastone. Nessuno ha più notizie, fino al 1913.

Nell’inverno di quell’anno, a Firenze, seduto nel corridoio della redazione di un’importante rivista, viene avvistato «un individuo con le mani rosse gonfie di geloni che tremava come una foglia e si soffiava nelle mani ridendo nervosamente tra una soffiata e l’altra». Uno dei due direttori della rivista appena entrato nella sede viene informato dalla segretaria: «È venuto a piedi, percorrendo più di sessanta chilometri per presentarci alcuni suoi scritti». È lo scrittore emergente. Appena vede il direttore della rivista gli va incontro, gli consegna il suo manoscritto e dice: «Ho bisogno di essere stampato per provarmi che esisto». Poi va via. Il direttore discute di quel giovane con il secondo direttore della rivista convinti entrambi della validità dell’opera: «Ci accorgemmo subito che non era uno dei tanti sconosciuti burbanzosi vestiti di falsa umiltà che mandano le loro eiaculazioni verbali alle riviste, c’erano accenti di così pretta e forte poesia da restarne stupiti, trattandosi per di più dell’opera d’un autore alle prime armi». Non sanno però come avvertirlo, lo scrittore si è di nuovo volatilizzato.

Abbagliato dalle luci della città, frequenta i bar giusti. È lì che conosce e si fa conoscere dagli intellettuali più brillanti. Recita la parte del navigato. Fa il protagonista. I direttori della rivista si dimenticano del suo manoscritto e lui di loro. Solo i primi di febbraio del 1914 lo scrittore emergente li contatta chiedendo la restituzione della sua opera. È l’unica copia che ha e non vorrebbe smarrirla. I direttori della rivista rispondono che purtroppo il manoscritto è andato già perduto causa trasloco; chiedendogli profondamente scusa promettono che entro poco l’avrebbero ritrovato. Lo scrittore emergente invia una seconda lettera: «Ritornerò armato di coltello per riavere ciò che è mio». Non mantiene la promessa.

Trascorrono alcuni mesi e nessuno ha idea di dove sia an- dato a cacciarsi questa volta lo scrittore emergente. Uno dei direttori della rivista, durante una passeggiata pomeridiana nota nella vetrina di una libreria un manoscritto dal titolo già sentito. Lo scrittore emergente l’aveva riscritto tutto a memoria e se l’era pubblicato a sue spese. Il direttore gli invia una lettera esprimendo «tutto il suo sentimento e la sua gratitudine per un’opera che lui considera notevole». Pochi giorni dopo lo scrittore ricompare a casa, all’improvviso com’era sparito, e comunica ai suoi amici che dopo aver preso accordi con un tipografo è riuscito a pubblicare finalmente la sua opera prima. Portava insieme alle copie del suo libro anche la bella lettera di complimenti del direttore della rivista, sventolandola sotto il naso dei più scettici.

A chi gli chiedeva una copia dell’opera, lui la regalava, ma a modo suo: se lo reputava intelligente gliela consegnava con una dedica, altrimenti gli strappava le pagine ritenute troppo alte per lui. Un noto e affermato scrittore ricevette soltanto la copertina. Non scrisse più nulla, morì da emergente.