Volare sul baratro della morte. Il posto dove muoiono gli uccelli.

Sul finire dello scorso secolo, secondo Roberto Bolaño, l’America Latina era diventata il manicomio d’Europa. Oggi lo scenario sembra cambiato e una riconversione graduale, negli ultimi vent’anni anni, è stata – ed è – sotto gli occhi di tutti.
Guardando al continente del sud, scrutando i vari paesi alla ricerca di nuove voci, risulta impossibile ignorare lo scenario contemporaneo: qui ha preso posto una grande fucina di giovani scrittori capaci di guardare al passato e muoversi con credibilità verso l’orizzonte del futuro.
Il Cile e il Messico, il caso sempre più sorprendente dei nuovi autori boliviani e infine l’Argentina, il paese principe, quello con la storia letteraria (forse) più stratificata.

Dall’Argentina arriva anche Tomás Downey, uno sceneggiatore classe ’84, che con Il posto dove muoiono gli uccelli (in Italia edito da gran vía nella traduzione di Olga Alessandra Barbato) è entrato di diritto tra i nomi più interessanti della frenetica scena di Buenos Aires.

Si tratta di una raccolta di dieci racconti, giusto qualche decina di pagine per storia sono sufficienti per portare tutti i personaggi su quella linea che divide la vita dalla morte, il senso dell’essere da quello dell’oblio.
Downey, attraverso una scrittura tanto limpida quanto stratificata, attiva nel lettore ogni senso, ogni sentimento riesce provocare un’attesa tutta sensoriale: che sia il maialino ucciso in Sorelle, il cavallo smagrito di Un mazzo di cardi o il nonno incurante della sua salute de Il primo sabato del mese.

La tradizione dei grandi come Borges o Cortázar è chiaramente stata superata, come se seguendo la constatazione di Harold Bloom, quella di dover uccidere i padri letterari, si sia imboccata una nuova strada oramai riconoscibile.

Le nuove narrazioni argentine abbracciano alcune caratteristiche appartenenti anche all’identità di Downey.
C’è la scrittura semplice, quella che non punta alla frase ad effetto, che si presta alla narrazione senza particolari picchi stilistici, ma non per questo risulta (soprattutto all’occhio più attento) una prosa poco curata, di getto. Ogni racconto di questa raccolta, ogni parola che la compone, ha un’ombra, un fantasma che la osserva che non sempre può essere visto. Lo sa bene la protagonista di Pelle sensibile, come lo sanno diversi autori come Federico Falco o Vera Giaconi.
Non c’è solo un modo di scrivere condiviso, anche l’ibridazione con il genere, con l’elemento fantastico, sembra farla da padrone. Lo abbiamo visto con il successo internazionale di Samanta Schweblin o con le storie horror di Mariana Enríquez, c’è poi la contaminazione di Luciano Lamberti, superato però da Downey per originalità, sempre per quel rapporto con i padri, per quella propensione più naturale al parricidio.

Non manca il lutto, tutto sudamericano, verso la Storia e il tempo. È quello de Gli uomini vanno in guerra, quello di una moglie e di una madre private del loro amore cancellato e confuso dalla lancetta dell’orologio. Qui Downey riporta fuori con maestria il racconto degli scomparsi e della scomposizione temporale di cui lo stesso Bolaño era un grande sostenitore.
Il tempo cancella, piega la realtà, così come il racconto. Tra queste storie è il tempo a scandire il volo, il momento delle decisioni, perché decidere significa esserci anche se tutto è inafferrabile.

«Nel posto dove muoiono gli uccelli ci sono più alberi che nel resto del bosco, i rami si aggrovigliano e il cielo quasi non si vede. La casa abbandonata è uguale all’estate scorsa, solo che prima c’erano montagne di sabbia e mattoni che non ci sono più».

Capire cosa sia questo posto dove muoiano gli uccelli non è un’operazione così semplice, bisognerà volare sopra un campo di battaglia disseminato da paure, ossessioni e bugie. Non c’è distinzione d’età, lo sguardo dei più piccoli non sfugge né al pericolo né al grande gioco del non detto.
I rapporti erano eterni, così comincia Variabili, la vicenda di una madre che dedita al lavoro costringe un infante, il figlio per l’esattezza, dentro un nuovo inquietante paradigma. Lo stesso rappresentato dagli alieni de I Tӓkis, dalle melanconiche creature di Zoo o dai rumori fantasmatici di Un cimitero con le palme. Sembra essere tutto vero, i rapporti con l’inafferrabile mutano e sembrano essere tanto eterni quanto influenti.

Poco più di centinaio di pagine per scoprire un autore solido, quella voce sulla quale puntare un riflettore anche per i libri che verranno.

Il posto dove muoiono gli uccelli è nascosto in ogni racconto, lo si cerca al di sotto per tutta l’esperienza di lettura, nei luoghi dove si sotterra il dolore. Solo alla fine, nelle ultime pagine, arriva la grande rivelazione. Si tratta di una luce accecante, viene dall’alto, si accompagna a una bocca spalancata, a tutta la meraviglia del mondo. Bastava guardare in alto, ma eravamo distratti, persi sull’inconsistente linea dell’oggi.

Andrea Sirna è un bookblogger e bookstagrammer. Gestisce il blog Un antidoto contro la solitudine. Su Instagram lo trovate come andreapennywise.