Valerio Magrelli legge “L’arte della miopia” (I poeti leggono se stessi /6)

La sesta puntata della rubrica "I poeti leggono se stessi" ospita l'autocommento di Valeri Magrelli alla poesia "L'arte della miopia", da "Ora serrata retinae", Feltrinelli, 1980¹; Einaudi, 1996. La rubrica ricostruisce il canone della poesia italiana contemporanea attraverso alcuni testi autocommentati dagli autori. A cura di Maria Borio.

Sto rifacendo la punta al pensiero,
come se il filo fosse logoro
e il segno divenuto opaco.
Gli occhi si consumano come matite
e la sera disegnano sul cervello
figure appena sgrossate e confuse.
Le immagini oscillano e il tratto si fa incerto,
gli oggetti si nascondono:
è come se parlassero per enigmi continui
ed ogni sguardo obbligasse
la mente a tradurre.
La miopia si fa quindi poesia,
dovendosi avvicinare al mondo
per separarlo dalla luce.
Anche il tempo subisce questo rallentamento:
i gesti si perdono, i saluti non vengono colti.
L’unica cosa che si profila nitida
è la prodigiosa difficoltà della visione.

(da Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1980¹; Einaudi, 1996)

E’ celebre la pagina in cui Leonardo consiglia di osservare i rilievi degli intonaci e delle pareti per rintracciarvi forme e invenzioni “mirabilissime”. Altrettanto lo è il passo di Sung Ti, che suggerisce di distendere un panno di seta bianca su un vecchio muro in rovina per tentare di scorgervi infiniti paesaggi animati. Meno nota, invece, la testimonianza del Vasari su Piero di Cosimo, crudo e sgomento brano in cui si legge: “Fermavasi talvolta a considerare un muro dove lungamente fusse stato sputato da persone malate, e ne cavava le battaglie de’ cavagli e le più fantastiche città e più gran paesi che si vedesse mai; simil faceva de’ nuvoli dell’aria”. Che schifo e che portento, vedere come la pura fiamma dell’immagine divampi da una materia tanto bruta!

Per molto tempo mi sono appassionato a tali questioni, via via indagate da artisti, filosofi, storici, studiosi della percezione. Le nubi di cui parla Shakespeare in Antonio e Cleopatra, o le clecsografie di Justinus Kerner (che in un volume di versi dell’Ottocento cercava di rintracciare i profili di uomini, demoni o falene dissimulati in semplici macchie d’inchiostro) mi ripetevano sempre la stessa cosa: forme tra forme. Solo più tardi, tuttavia, ho afferrato l’autentico motivo di un interesse così peregrino. Quei pittori, quei teorici, parlavano del modo in cui io stesso, in quanto creatura affetta da miopia, cerco di captare ciò che mi circonda.

Senza occhiali, cioè, il mio sguardo malato, agisce in un modo costitutivamente indiziario e metamorfico. Io non vedo figure: le indovino. Dal mio campo visivo emergono soltanto venature, ectoplasmi, larve, organismi vibranti. Dove l’ombreggiatura si dirada, scorgo linee sinuose, serpentine, sul punto di indicare un oggetto preciso ma insieme reticenti. Reticenti e riluttanti: ecco i termini più esatta. Il mondo-schermo, interrogato, prende tempo e cerca di eludere una risposta circostanziata. La sua fisionomia rimane sulla soglia dell’apparizione. Tergiversa. Se qualche segno giunge ad essere identificato, gli altri restano indietro, appena abbozzati, fossili ottici, impronte, lineamenti trattenuti sotto il pelo dell’acqua, pronti a affiorare benché ancora indiscernibili. Così, mi muovo in uno stato di perenne pre-comprensione e allerta.

La mia banale e lieve patologia fa sì che l’attenzione venga spontaneamente rivolta non alle cose, bensì alle loro condizioni di visibilità. Tutto il mio sforzo, infatti, consiste nel cogliere il momento in cui il segnale, uscendo dal rumore di fondo, si lascia individuare. Io do la caccia al transito percettivo, all’irruzione dell’indistinto entro il cono di luce del senso, al suo farsi figura. Gli strani ideogrammi che popolano questo paesaggio da miope corrispondono all’alfabeto di una lingua in procinto d’essere decifrata, immobilizzata nello spazio magico che precede ed annuncia la concezione del significato come compimento della traduzione.

Ricordo con orrore l’ordine che un coraggioso comandante dava, in un vecchio film, ai propri fucilieri: “Sparate solo quando vedrete bene il bianco negli occhi del vostro nemico”. Altro che sclera: in una truppa simile, io verrei sempre ridotto all’arma bianca.

Valerio Magrelli

*

NOTA: Ora serrata retinae è la prima raccolta di Valerio Magrelli. Il libro viene pubblicato nel 1980 e segna da subito una novità. La poesia di Magrelli, caso isolato sulla soglia tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, costruisce un’analisi della percezione dell’io, passando dal campo psichico irrazionalistico che aveva generalmente dominato negli anni Settanta a un campo di indagine metafisica sul rapporto tra l’io come corpo e il suo pensiero, la mente che lo mette in relazione con il reale e che lo fa riflettere su di sé. Ora serrata retinae, infatti, si basa sul rapporto intellettuale che il soggetto ha con la realtà e con se stesso, sviluppato attorno alle parole chiave «cervello» e «pensiero», e sembra rifondare a pieno la commistione tra forma e pensiero, tra suono e senso. Il tema della vista, centrale in L’arte della miopia, è uno dei migliori esempi di come Magrelli affronta il problema della percezione e della conoscenza: la vista rappresenta lo strumento attraverso cui la ragione si interroga sulla natura delle cose, sulla sua capacità di comprenderle, ed è inoltre una metafora meta-poetica per descrivere come nasce la poesia e quale è il suo ruolo. Il funzionamento della vista viene indagato attraverso una riflessione che ha spesso un tono saggistico, che usa frequenti similitudini, una sintassi lineare con preferenza per la paratassi e un linguaggio medio con molti termini tratti dal mondo della scienza. Vicina a Valéry e ai poeti metafisici inglesi del Seicento, la scrittura di Ora serrata retinae è fatta di una trasparenza espressiva che esplora i meccanismi della ragione come fossero concreti, quasi materici, alla portata di tutti e, al tempo stesso, acuti, raffinati, sublimi. Trasforma il magma psichico e la frammentazione esperienziale in una possibilità per l’io di comunicare emozioni e pensieri con la fiducia che, indipendentemente da nozioni di ‘grande stile’ o di appartenenza a gruppi o tendenze, la sua voce lirica possa essere uno strumento non solo di mimesi, ma anche di interpretazione e di una comunicazione organica. Il dilemma della conoscenza trova un equilibrio perfetto. (M. B.)

Immagine: Ritratto fotografico di Valerio Magrelli.

La rubrica “I poeti leggono se stessi” ha già ospitato:
Mario Benedetti, Milo De Angelis, Franco Buffoni, Umberto Fiori, Patrizia Valduga.

24/10/2013
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Romina
Amo questa rubrica!
25 Ottobre 2013, 20:04
Vera
grazie!
25 Ottobre 2013, 11:39
patrizia sardisco
Altro che lettura della poesia! Questa è, essa stessa, poesia! Leggerla è sempre un piacere Magrelli, davvero! Grazie NA, ci fate sempre regali stupendi!
24 Ottobre 2013, 23:58