Franco Buffoni legge “Tecniche di indagine criminale” (“I poeti leggono se stessi”/3)

Presentiamo la terza puntata della rubrica "I poeti leggono se stessi" con l'autocommento di Franco Buffoni a "Tecniche di indagine criminale" (da "Il profilo del Rosa", Mondadori, 2000). A cura di Maria Borio.

Tecniche di indagine criminale
Ti vanno – Oetzi – applicando ai capelli
Gli analisti del Bundeskriminalamt di Wiesbaden.
Dopo cinquanta secoli di quiete
Nella ghiacciaia del Similaun,
Di te si studia il messaggio genetico
E si analizzano i resti dei vestiti,
Quattro pelli imbottite di erbe
Che stringevi alla trachea nella tormenta.
Eri bruno, cominciavi a soffrire
Di un principio di artrosi
Nel tremiladuecento avanti Cristo
Avevi trentacinque anni.
Vorrei salvarti in tenda
Regalarti un po’ di caldo
E tè e biscotti.

Dicono che forse eri bandito,
E a Monaco si lavora
Sui parassiti che ti portavi addosso,
E che nel retto ritenevi sperma:
Sei a Münster
E nei laboratori Ibm di Magonza
Per le analisi di chimica organica.
Ti rivedo col triangolo rosa
Dietro il filo spinato.

Scrissi questo testo negli anni novanta, quando venne divulgata la notizia del ritrovamento di Oetzi nel ghiacciaio del Similaun in Alto Adige. Subito il corpse, vecchio di 5000 anni, fu sottoposto a raffinate tecniche di indagine nei laboratori di ricerca austriaci e tedeschi. Soltanto in un momento successivo si riconobbe il diritto italiano a custodire il reperto, essendo il ritrovamento avvenuto – pur se per poche decine di metri – in territorio italiano.

Scrissi il testo di getto una mattina in treno mentre mi recavo all’università, dopo aver letto su una rivista americana che tracce di sperma erano state rinvenute nel retto della mummia. La notizia in seguito non fu confermata: io stesso, riflettendoci a distanza di tempo, ebbi forti dubbi sulla sua veridicità. Ma il click della composizione ormai aveva prodotto il suo risultato.

Che un uomo dell’età del rame potesse essere stato bandito dalla comunità di appartenenza per quella ragione, d’altronde, era verosimile. Che fosse fuggito e fosse stato inseguito, e a distanza colpito da una freccia, e che quindi si fosse accasciato per morire dissanguato sulle nevi della val Senales erano dati di fatto. Un certo frisson me lo dava anche il pensiero che a quel tempo Aristotele non aveva ancora distinto tra narrazione storica e narrazione “poetica”…

“Naturam expellas furca” è il titolo della quinta sezione del Profilo del Rosa,  il libro che in quegli anni andavo componendo. Di quella quinta sezione “Tecniche di indagine criminale” divenne il testo incipitario. La frase oraziana completa è “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”: puoi cacciare l’indole naturale col forcone, ma sempre, nuovamente, essa ritornerà.

Se il mio coming out poetico era avvenuto nel decennio precedente, ancora mi mancava la coniugazione tra la presa di coscienza politica – con relativo pubblico impegno – e la scrittura poetica. Ancora non ero riuscito a consustanziare quel tema alla mia poetica. Le mie moralità e i miei ideali, per dirla anceschianamente, ancora attendevano che un articolato progetto si manifestasse in modo compiuto. Grazie a quel testo il mosaico prese forma proprio come era giusto che fosse. Così, anche testi scritti in precedenza ebbero di riflesso una nuova vita: ormai  potevano essere collocati in un fascio di luce centrale.

Immediatamente mi si chiarì anche la questione del titolo del nuovo libro. Alla segnatura della plaquette che lo aveva anticipato, Nella casa riaperta, ero ancora molto affezionato, ma Il profilo del Rosa – con la sua intrinseca polisemia tra la montagna, le cui cime sin da bambino ero stato abituato a conoscere e a frequentare, e il triangolo rosa che i detenuti omosessuali erano costretti a portare nei Lager nazisti – mi parve l’imprescindibile soluzione.

Quella mattina in treno – sollevando il capo ormai in vista dell’abazia benedettina di Cassino – mi si chiarì d’un tratto non soltanto quello che volevo davvero dire col Profilo del Rosa, ma anche che il libro successivo si sarebbe intitolato Guerra. Che il discorso sarebbe proseguito.

Franco Buffoni

*

Tecniche di indagine criminale è uno fra i testi che aprono la fase più interessante della poesia di Buffoni. Con Il profilo del Rosa (2000), l’andamento narrativo che caratterizza Suora carmelitana e altri racconti in versi (1997) si parcellizza e trasforma il racconto in una pronuncia romanzesca incentrata su un’originale impostazione saggistica. Gli eventi citati – come il ritrovamento della mummia del Similaun nel caso di Tecniche di indagine criminale – appaiono frammenti di storia, documenti attorno a cui si sviluppa la riflessione lirica, inseriti in un flusso più ampio scandito dalla suddivisione in sezioni del libro. La poesia-saggio è realizzata da Buffoni attraverso un’abile armonia tra la fluidità dei registri espressivi, della metrica e la dettagliata indicazione testimoniale dei nomi e dei luoghi, dando forma a una dizione pluriprospettica che combina lirismo biografico e messaggio etico. Il titolo Il profilo del Rosa, ad esempio, unisce una “ricordanza” intima (le cime del monte Rosa sono conosciute e frequentate dall’autore fin dall’infanzia) e una riflessione dalla portata collettiva sulla memoria, sui diritti umani, sulla sessualità (Il profilo del Rosa fa riferimento anche al triangolo rosa che dovevano portare i detenuti omosessuali nei campi di concentramento nazisti). È aperta così la strada a uno dei libri più significativi di Buffoni, Guerra (2005), in cui l’io, che parte da un nucleo biografico familiare, si proietta fuori dalla biografia e si pone in parallelo agli eventi bellici e storici di diverse epoche, riuscendo a rappresentarli senza imposture retoriche, oracolari, moralistiche, ma come fenomeni dinamici che chiedono al lettore di interrogarli e di interrogarsi, testimoniando l’orrore della violenza e le contraddizioni delle sue manifestazioni. (M. B.)

Immagine: Francis Bacon, Ritratto di Henrietta Moraes, 1969.

“I poeti leggono se stessi” ha ospitato: Mario Benedetti, Che cos’è la solitudine; Milo De Angelis, Torna antica la parola.

04/06/2013
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