Nautica celeste: il viaggio di Franco Battiato

da | Mag 19, 2021 | Non Fiction

Foto di Davide Mantovani 

Da qualche settimana è uscito un saggio di Walter Siti intitolato “Contro l’impegno”. È un libro molto bello, anche se qualcuno si è lamentato perché non è “abbastanza cattivo”, ovvero – tradotto – non fa il culo abbastanza a Saviano e Murgia così come tanti, segretamente, speravano.  Io credo che sia meglio così: la polemicuccia basso-letteraria che si toglie i sassolini dalle scarpe è l’hic et nunc che deperisce rapidissimamente. Meglio il piacere del discorso alto che la meschina (umanissima) soddisfazione che può dare l’alzo zero. Resta, del libro, quindi, ciò che il titolo promette, anche se Siti in realtà se la prende con il “neoimpegno”, che è ormai un genere letterario.

Ci ripensavo questa mattina, quando è arrivata la notizia di Franco Battiato. Tra tutti i cantautori italiani è quello che resiste meglio, insieme a Dalla e a Conte, agli insulti del tempo. Anche qui, credo c’entri in qualche modo l’impegno. Se prendiamo questi tre giganti della canzone d’autore, ad accomunarli è proprio il fatto che la loro non è mai canzone “impegnata”. Conte, in questo senso, è paradigmatico; ma vale lo stesso per gli altri due: Dalla, a parte la parentesi del suo sodalizio col poeta Roberto Roversi (che voleva sperimentare una sorta di “canzone epico-civile”), è sempre stato troppo occupato – per nostra fortuna – a scrivere la tragicommedia dell’Uomo sbattuto fuori dall’Eden; e Battiato è un «viaggiatore anonimo in territori mistici», come dice in una canzone che significativamente s’intitola “No time, no space”.

Lucio Dalla una volta ha detto: «sono convinto che la canzone abbia il diritto, quasi celeste, di essere primaria; parlo della canzone non-ideologica, non-impegnata, la canzone di cui tutti sono testimoni. Credo che le canzoni politiche siano quelle più prive di contenuti sociali reali, perché sono create dalle avanguardie, cantate da un pubblico che non le capisce e non le conosce. Io non so andare avanti neanche trenta secondi con “Bandiera rossa”, pur avendo votato sempre comunista».

Ad accomunare i tre è anche l’esotismo. Al qui e ora, Battiato ha sempre preferito l’Altrove, in un Tempo il più possibile assoluto. Il suo è un esotismo più mistico e meno estetico di quello di Conte, ma certi scenari lontani e carichi di mistero sono vividi nella mente di chiunque abbia amato la sua musica: un giro del mondo in trentatré giri che comincia a dorso delle renne della Tundra (“Caffè de la Paix”), poi in treno per l’Albania (“Strade dell’est”), dove «Radio Tirana trasmette musiche balcaniche, / mentre danzatori bulgari / a piedi nudi sui bracieri ardenti» (“Voglio vederti danzare2) ballano applauditi da «furbi contrabbandieri macedoni» (“Centro di gravità permamente”) in qualche caffè sul Mar Nero «dove le rose fioriscono tre volte» (“Odore di polvere da sparo”); oppure potremmo andare a raccogliere ortiche per le strade di Pechino (“centro di gravità permanente”), fare un salto a Shangai (“Radio Varsavia”), prendere un battello a Macao e finire a Singapore (“Segunda-Feira”), prima di inerpicarci per le vette tibetane (“Campane tibetane”) e sfidare «l’ira funesta dei popoli afgani» (“Cuccurucucu”). Da lì, via Istanbul (“Venezia-Istanbul”), raggiungeremo la penisola arabica (“Arabian Song”) e sotto il «dolce sole di Emesa» (““Decline and Fall of Roman Empire”) affronteremo i «saraceni dai facili costumi» (“Risveglio di primaverea”), prima di visitare Damasco, Ninive e Uruk “L’era del cinghiale bianco”), e poi, oltre Suez, proseguire per Alessandria d’Egitto, Tripoli, Tunisi, Tozeur (“odore di polvere da sparo”, “Lettera al governatore della Libria, “I treni di Tozeur”) e finire in una zona sconosciuta del «Nord Africa dove esiste il monastero senza porte» (“Sette sufi”). E con questo non siamo nemmeno entrati in Europa, dove, attraverso le canzoni di Battiato, potremmo andare dal porto di Murcia a lisbona, prendere una nave fino a Brest, ballare in una balera estiva dell’Irlanda del Nord, volare da Londra ad Amsterdam, e andare da Lipsia a Berlino, fino a Venezia e alla Bassa padana, per raffiungere, infine, i «cipressi che a Bolgheri alti e schietti vanno da San Guido in duplice filare» (“Frammenti”)… E poi il Rio delle amazzoni, il Tennessee, il Giappone, la Cina, e la prospettiva Nevskij…

Mai la canzone italiana ha avuto una visione del mondo così ampia. Come tutto ciò si sia potuto trasformare in un fenomeno di massa è uno dei misteri più affascinanti e meglio custoditi della nostra storia pop.

Tutto ebbe inizio quando nell’ottobre del 1981 la Emi pubblicò un album intitolato LA VOCE DEL PADRONE: nella copertina, un Battiato magrissimo, come «una fotocopia sovraesposta, è seduto sul nulla, c’è un quadrante di stelle obliquo. La marca del disco è un cane accanto a un grammofono. La cornice è blu, l’immagine è vasta e bianca e nera» scriveva Giuseppe Genna su «Nuovi Argomenti» nel 2005. Ma forse sarebbe meglio spostarci direttamente all’estate dell’82, quando quel disco, contro ogni pronostico, letteralmente esplode, è il primo in Italia a superare la soglia del milione di copie vendute; mentre la Nazionale trionfa ai Mondiali spagnoli, in televisione ogni tanto irrompe questo nasuto Pierrot postmoderno che dietro a un palco elettorale canta un cupo refrain: «sul ponte sventola bandiera bianca». LA VOCE DEL PADRONE di Battiato governa il paese. Dai jukebox così come dalle radio che si propagano attraverso finestre ancora aperte serpeggiano festose “Bandiera bianca”, “Cuccurucucu”, “Centro di gravità permanente”, finanche “Summer on a solitary beach”…

Battiato, a quei tempi, ha trentasette anni: era nato nel 1945 a Jonia – l’odierna Riposto –, un piccolo paese di mare a un decina di chilometri da Taormina, e dopo aver trascorso un’adolescenza naobokoviana a dar la caccia alle farfalle e il primo anno d’università a studiare lingue senza troppo profitto, aveva preso la decisione fatidica: «più passava il tempo e più mi rendevo conto che la mia unica passione era la musica», racconterà in seguito. «Così una mattina, durante un esame di francese, proprio mentre la professoressa mi interrogava, io decisi: sarei partito per Milano, avrei cercato lì la mia strada». Era il 1963. «Nei primi tempi a Milano, d’inverno mangiavo a pranzo un caco e un po’ di pane. […] Avevo diciotto o diciannove anni. In quel periodo ho fatto il magazziniere. Ero un tipo di fattorino un po’ speciale, perché recapitavo pacchi di dischi che in parte incidevo anch’io. […] All’epoca noi cantanti sconosciuti incidevamo i successi di altri per sottomarche specializzate. I successi di Sanremo venivano cantati da due o tre cantanti, tra cui io. Ci davano cinque o diecimila lire per incisione e non bastavano per vivere. Così io lavoravo spedendo pacchi per corrispondenza. La gente li comprava perché costavano molto meno di quelli originali». Quando si presenta al Cab 64, uno dei primi cabaret milanesi, dice di interpretare canti tradizionali siciliani del Cinquecento; in realtà li scrive lui. Giorgio Gaber gli procura un contratto con la Jolly; e comincia la gavetta classica della balera e dei concorsi canori, fino a quando nel 1970 decide di salutare tutti e di “studiare”.«Ero andato in Inghilterra e lì avevo comprato per curiosità due sintetizzatori, roba che ancora da noi non s’era mai vista», racconta. «Per me fu come atterrare su una pianeta sconosciuto. Era tale la novità, era tanta l’eccitazione per quei nuovi suoni che la tastiera ti offriva, che la notte non riuscivo a dormire. Le mie prove erano un viaggio psicologico; passavo anche otto o dieci ore davanti al sintetizzatore senza muovere un muscolo».

Il sintetizzatore è il mitico VCS3, con viene realizzato FETUS, «un viaggio psichedelico con balzi dal microscopico della cellula all’infinito dello spazio, ispirato tra l’altro da “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley (a cui è dedicato). Battiato delinea così un concept album in forma ibrida, sospeso fra canzone e acerba “kosmische musik”». Il passo successivo – sempre con l’etichetta Bla Bla di Pino Massara – s’intitola Pollution (1972) e insiste sulle sperimentazioni – lui li chiama «viaggi misteriosi e fantastici a cavallo del suono» –  grazie anche all’incontro con Karl Heinz Stockhausen: «per un certo periodo», ricorda, «siamo stati amici. Diciamo dal 1972 al 1975. […] La cosa che mi ha affascinato in Stockhausen – e penso che sia la sua caratteristica vincente – è la sua non appartenenza a questo mondo. Lui si sente realmente un extraterrestre. […] Ricordo che mi diceva: “Adesso hai ventisette anni. Quando arriverai a quaranta, cosa farai? Non potrai più fare musica pop».  Gli eventi accelerano e Battiato inizia a girare l’Italia in folli happening che incuriosiscono anche il mercato estero. Fa da supporto ai concerti di Brian Eno e di John Cale con Nico, fino a quando, una sera, «“non mi piace”, dissi al mio impresario. Lui, poveretto, passò intere notti a cercare di farmi cambiare idea, ma io avevo già detto basta alla musica schizofrenica. Ero finito nel vortice di quello che gli stupidi chiamano esaurimento nervoso. In realtà, oggi posso dirlo, si tratta di un dono divino che dà all’individuo la possibilità di cambiare la sua evoluzione». Frutto della crisi è SULLE CORDE DI ARIES (1973), «un viaggio terapeutico di pulizia», dirà lui, «un disco psicanalitico». Pop e avanguardia, sapori del Mediterraneo e odori asiatici, «l’amore per la tecnologia e per le partiture classiche e persino un po’ di free jazz: tutto questo e molto, moltissimo altro.

È un periodo di ricerca anche – e soprattutto – fuori dalla musica; l’inizio di uno studio compiuto su se stesso: «non conoscendo la tecnica della meditazione» ricorda, «mi buttavo per terra e chiudevo gli occhi, come un selvaggio». Inizia a praticare lo yoga, legge Sri Aurobindo, si appassiona a Paramahansa Yogananda, scopre il sufismo dei mistici mediorientali, divora l’opera del mistico armeno Gurdjieff, impara l’arabo classico. «Ogni tanto salivo su una di quelle corriere che partono avventurosamente dall’Europa dirette in India, e scendevo in Turchia con la mia tastiera». CLIC (1974) e M.LLE LE “GLADIATOR” (1975) sono gli ultimi – incomprensibili – capitoli del romanzo amoroso tra Battiato e l’elettronica. BATTIATO (1976), JUKE BOX (1977) e L’EGITTO PRIMA DELLE SABBIA sono ancora avanguardia pura, ancora più radicale, ma in formato acustico e totalmente strumentale: suoni essenziali come le litografie di Antonio Ballista che compaiono sulle copertine. “Zâ” è un ossessivo loop pianistico di diciannove minuti, “L’Egitto prima delle sabbie” vince il Premio Stockhausen grazie ai quattordici minuti di pianoforte “zen”, con un solo accordo ripetuto. Giusto Pio, diventa suo maestro di violino e fedele collaboratore fino al 1991.

Gli abiti da artista concettuale, però, iniziano ad andargli stretti. «Volevo fare l’intellettuale e quando uno vuole fare l’intellettuale è fregato. Uno deve essere quello che è, se sei un intellettuale bene, ma non è che lo fai». Nel 1979, col passaggio alla Emi, c’è la svolta. Col supporto di Giusto Pio alla composizione musicale e agli arrangiamenti, e di straordinari session-men come Tullio De Piscopo alla batteria, Alberto Radius alla chitarra e… Antonio Ballista al pianoforte, Battiato realizza L’ERA DEL CINGHIALE BIANCO, l’inizio di una delle più originali avventure nel mondo del pop italiano. Dal punto di vista musicale, ci si muove entro la forma-canzone, miscelando un pop-rock leggero leggero a suggestioni “classiche”; la title-track, in questo senso, è sintomatica: batteria “meccanica” in 4, basso che martella le toniche, nessuna pausa d’interesse, melodia di pronta “presa”, tappeti d’archi d’atmosfera sotto la voce carismatica dell’autore, contrappunti di chitarre elettriche. C’è che parla di canzone d’autore “postmoderna”, chi di “musica totale”. Quanto ai testi, poi, Battiato si diverte a prepararne di succosissimi, attingendo da tutta una pappa esoterico-misterica imparata sui libri di Guénon e schizzando i primi paesaggi esotici di quella che diventerà una interminabile serie: «pieni gli alberghi a Tunisi / per le vacanze estive, […] profumi indescrivibili / nell’aria della sera, / studenti di Damasco vestiti tutti uguali». Nell’album c’è spazio anche per la straordinaria “Stranizza d’amuri” – pezzo in siciliano che ricorda certe soluzioni armoniche del Peter Gabriel del periodo – e per la prima invettiva di Battiato, “Magic shop”, in cui se la prende con Wall Street, gli artisti pop, le mode dei «Mantra e gli Hare Hare a mille lire» e un epoca in cui «i Buddha vanno sopra i comodini» e dove nei supermercati ci sono «reparti sacri che vendono gli incensi di Dior».

Battiato, in fondo, è un moralista classico: contrariamente a quanto possa apparire, non si applica, con furore simmetrico, alla costruzione di un mondo di pensiero: si limita a notare le contraddittorietà dell’esistere, le luci e le ombre di tutto ciò che abbraccia il suo sguardo. Le sue canzoni sono piccoli lavori di oreficeria ove l’asprezza e la severità – la sua inclinazione da rigido pamphlètarie – si condensano in una sorta di luminosa bellezza che le riscatta dalla loro frigidità.  Spesso, comunque, si ha il dubbio che il Nostro ci stia semplicemente prendendo in giro. PATRIOTS (1980), ad esempio, si apre con una nuova invettiva, “Up patriots to arms”, in cui, oltre a prendersela con chi fa le barricate in piazza «per conto della borghesia / che crea falsi miti di progresso», ce l’ha con le discoteche «piene di scemi che si muovono», e proprio quando lo “dice” la base musicale è la più percussiva dell’intero suo catalogo, quasi a sfiorare la dance (un anno più tardi se la prenderà «coi cori russi, / la musica finto rock, la new wave italiana, / il free jazz punk inglese» e «la nera africana»). “Venezia-Istanbul”, poi, sembra un bignami del principio di non-contraddizione aristotelico: «l’Etica è una vittima incosciente della Storia: / ieri ho visto due che si tenevano abbracciati in un cinemino di periferia / e penso a come cambia in fretta la Morale. / Un tempo si uccidevano i cristiani / e poi questi ultimi con la scusa delle streghe ammazzavano i pagani: / “Ave Maria”. / E perché il sol dell’avvenire splenda ancora sulla terra / facciamo un po’ di largo con un’altra guerra».

E poi… «Nella nebbia mattutina di Pietroburgo Aleksjéj Aleksàndrovič andava per il Njévskij deserto e guardava innanzi a sé senza pensare a quel che lo attendeva», scrive il conte Tolstoj in Anna Karenina, facendo passeggiare il marito cornuto della sua eroina sulla Njévskij prospjékt, e dunque su quella che di solito noi traduciamo ibridamente con prospettiva Nevskij: «i fornai, le botteghe chiuse, gli izvòzciki notturno, i portinai che spazzavano i marciapiedi balenavano ai suoi occhi»…  “Prospettiva Nevskij”, coi suoi carillon pianistici e i desolati poetismi panoramici –  «un vento a trenta gradi sotto zero, / incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili, / a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di neve» – ha il potere suggestivo della grande letteratura, anche se in fin dei conti anche qui potrebbe essere tutto uno scherzo (Nižinskij che rima con Stravinskij), come accade in “Frammenti”, un collage à la Duchamp di versi leopardiani, pascoliani e carducciani. Diventerà un classico più tardi, “Prospettiva Nevskij”; in quel 1980, al limite, è l’annuncio di quanto sta per accadere, «l’alba dentro l’imbrunire».

Siamo arrivati a LA VOCE DEL PADRONE, il deflagrante ingresso di Battiato nello stardom patrio. Lasciamo la parola a uno scrittore allora undicenne: «pomeriggio sfibrato, in tivù un tizio magro. Un tizio magro col naso adunco. Si chiama Battiato, mai visto prima. La trasmissione è Discoring, in onda all’interno di Domenica in. Il pezzo s’intitola “Bandiera bianca”, Battiato canta: “per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare / quei programmi demenziali con tribune elettorali”. Canta il ritornello in un megafono: “sul ponte sventola bandiera bianca”. Riconosco la citazione: “il morbo infuria, il pan ci manca”. Stava in un libro di scuola di mio padre, di quelli accatastati nel garage. È brutto, Battiato, ed è quasi uno shock. Mai vista una pop star davvero brutta, che se ne frega d’esser brutta, nessun compromesso, nessun tentativo di limitare il danno.[…] Nell’estate in cui termino la prima media, La voce del padrone supera il milione di copie. Prima volta, per un disco italiano. “Polverizza” ogni record. Usano quel verbo, sui giornali. È uno scossone cognitivo, per me e per molti: Battiato presidia la vetta dell’hit parade e fa piovere dall’alto testi misteriosi, cantati in modo strano, nessuno li capisce, tutti li ricantano. Tutti. Dopo “Bandiera bianca”, il secondo singolo è “Centro di gravità permanente”. Nel video, Battiato esegue una danza robotica. Il terzo è “Sentimiento nuevo”. Tipi che conosco, d’ignoranza sesquipedale (gente che fatica a esprimersi in italiano) cantano: “lo shivaismo tantrico di stile dionisiaco”, anche sullo scuolabus che ci porta in piscina, a Portomaggiore. Lo capiscono, lo capiamo, che si parla di chiavate? Sì e no. “Tutti i muscoli del corpo pronti per l’accoppiamento” è chiarissimo. Ma il resto del testo? C’è un verso che non riesco a decifrare, anche sforzandomi, accostando l’orecchio al mangianastri: la passione nella cornea / l’eros che si fa parola”. Mi sembra dica: “L’erostèssifa parola”. Cerco l’aggettivo ‘Erostèssifo’ sul dizionario. Non lo trovo. Due anni fa cantavamo tutti: “Gloria / manchi tu nell’aria / manchi ad una mano / che lavora piano”, senza capire che Tozzi descriveva una pugnetta» (Wu Ming 1, “Non sarei qui senza Franco Battiato, ovvero: chiedi chi era Tommaso Tramonti”, in «Nuovi Argomenti», V serie, n. 30, aprile-giugno 2005).

Flutti marini, una evocativa ma marziale melodia mediterranea che sfocia nell’ormai rodata plasticità motorik, e chissà da dove ci giungono i primi versi di “Summer on a solitary beach”: «passammo l’estate su una spiaggia solitaria  / e ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto  / e sulla sabbia un caldo tropicale dal mare». Poi d’improvviso si ferma la ritmica ed ecco lo stacco, liquido, mortale, con Battiato – ancora una volta nei panni del conte recanatese – che canta al mare: «portami lontano a naufragare». Così come La Bruyère era convinto che tutto il nostro male derivi dal non poter stare soli, il “moralista” Battiato prega: «riportami nelle zone più alte / in uno dei tuoi regni di quiete: / è tempo di lasciare questo ciclo di vite, […] / perché le gioie del più profondo affetto  / o dei più lievi aneliti del cuore / sono solo l’ombra della luce». Chi sta pregando?  Il suo misticismo – con tutti i tappeti, gli incensi, i monasteri inaccessibili dell’Oriente – non è forse tutta letteratura? Tanto più visto che la letteratura è il tipico salvataggio in extremis dei pessimisti senza religione. Il suo primo album iniziava non a caso con questi versi fulminanti: «non ero ancora nato /che già sentivo il cuore, / che la mia vita / nasceva senza amore».

Qui, nel suo irripetibile bestseller, Battiato gioca a fare il Chatwin canterino, o meglio, il Salgari pop, regalando nell’incubo a bassa intensità degli anni Ottanta, qualcosa da immaginare, versi da canticchiare: «capitani coraggiosi, / furbi contrabbandieri macedoni. / Gesuiti euclidei / vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori / della dinastia dei Ming». I detrattori spernacchiano, contestano a Battiato l’uso di comode sdrucciole spacciate per lampi di genio: «la vibrazione dattilica dei testi di Battiato» spiega Wu Ming 1 «è un tratto talmente distintivo da prestarsi alla parodia: nella sua canzone “Franco a Catania”, David Riondino menziona “ricotte mastodontiche”, “carabinieri bulgari” e “cipolle metafisiche”. A mio parere, è questo il segreto delle lyrics di Battiato, il motivo per cui così tante persone cantavano versi di cui non capivano un cazzo. L’andamento rotolante trascinava l’ascoltatore, la tesi di ogni dattilo penetrava la mente, e l’arsi la seguiva».

Ma che si può dire quando un paese che dieci mesi prima cantava “L’italiano” di Toto Cutugno parafrasa Adorno intonando «minima immoralia»? È un passaggio di “Bandiera bianca”, dove l’invettiva è ancora più violenta che in “Up patriots to arms”: «per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare  / quei programmi demenziali con tribune elettorali! / E avete voglia di mettervi profumi e deodoranti: / siete come sabbie mobili tirate giù. […] Quante squallide figure che attraversano il paese; / com’è misera la vita negli abusi di potere».

Dieci anni più tardi, nel 1991, non ci sarà più una punta di sarcasmo in un verso come «nel fango affonda lo stivale dei maiali» (e siamo prima di Tangentopoli, prima delle stragi di mafia). Ma è un Battiato diverso, sempre meno pop e più filosofo, che ha attraversato indenne tutti gli anni Ottanta facendo seguire al “botto” di LA VOCE DEL PADRONE alcuni album di bellezza diseguale, con qualche caduta di tono anche se pur sempre infarciti dai lampi del genio. In L’ARCA DI NOÈ (1982) c’è “Voglio vederti danzare” un arabeggiante inno techno-pop in cui sopra i violenti arpeggi sintetici organizzati da Giusto Pio Battiato canta: voglio vederti danzare  / come i Dervisches Tourners  / che girano sulle spine dorsali / o al suono di cavigliere del Katakali. In Orizzonti perduti ci sono almeno tre capolavori, “La stagione dell’amore”, “Un’altra vita” e l’autobiografica “Mal d’Africa”: «dopo pranzo si andava a riposare  / cullati dalle zanzariere e dai rumori di cucina; / dalle finestre un po’ socchiuse spiragli contro il soffitto, / e qualche cosa di astratto si impossessava di me. / Sentivo parlare piano per non disturbare / ed era come un mal d’Africa». MONDI LONTANISSIMI (1985) è vera kosmic music, un album “spaziale” nel vero senso del termine, a partire dall’iniziale “Via Lattea”, con quelle prime note sintetiche che rievocano l’“Also sprach Zarathustra” utilizzato da Kubrik in “2001: Odissea nello spazio”, introducendoci «alla conquista degli spazi interstellari» con scene epiche: «Ci alzammo che non era ancora l’alba, / pronti per trasbordare / dentro un satellite artificiale / che ci condusse in fretta / alle porte di Sirio, / dove un equipaggio sperimentale / si preparava al lungo viaggio». “No time no space” racconta di «telescopi giganti per seguire le stelle» tra fanfare celesti, tutta una vitrea danza sinfonica tra Wagner e il grande libro del minimalismo a scortare le strofe che si disgregano al comparire degli incisi, camminati via con struggente noncuranza pop, in un fiorire di rilasci orchestrali, implosioni melodiche, grandi prospettive. Un classico assoluto. E c’è poi “I treni di Tozeur”, portata un anno prima all’Eurofestival assieme ad Alice; una delle canzoni più celebri dell’intero repertorio.

 

FISIOGNOMICA, nel 1988, è un’evoluzione: il pop s’allontana, il romanticismo sinfonico si tinge sempre più dei colori screziati di un fantasmagorico orizzonte arabo-mitteleuropeo in cui convivono Albinoni e Rudolf Steiner, “L’ora di Dio” di Sri Aurobindo e il “Bhagavad Gita”, Bela Bartok e Stockhausen, Krishnamurti e Serafino di Sarov, Rimskij-Korsakov e le Gatha di Zoroastro, L’alchimia della felicità di al-Ghazali e l’Ottava sinfonia di Bruckner. “E ti vengo a cercare” è ancora una (sfolgorante) canzone “normale” dentro la quale scopriamo Battiato alla ricerca dell’«Uno al di sopra del Bene e del Male»; “L’Oceano di Silenzio” è psicosintesi siderale: «un Oceano di Silenzio scorre lento, senza centro né principio. / Cosa avrei visto del mondo  / senza questa luce che illumina  / i miei pensieri neri». Il 18 marzo 1989 la Sala Nervi apre per la prima volta a un cantante e Battiato esegue proprio questi due brani davanti a Giovanni Paolo II.

Nel 1991, Battiato, protetto da ascetica barba, pubblica COME UN CAMMELLO IN UNA GRONDAIA, suonato interamente con orchestra classica da Giusto Pio e Antonio Ballista. Sul lato b, un trittico di Lieder romantici e una “Plaisir d’amour” già elaborata per l’orchestra da Berlioz. Sul lato a, invece, oltre all’invettiva di “Povera patria” (Targa Tenco come migliore canzone dell’anno), tre composizioni originali intrise di misticismo e culminanti nella preghiera “L’ombra della luce”, composta in stato di meditazione nell’arco di sei mesi: «difendimi dalle forze contrarie, / la notte, nel sonno, quando non sono cosciente, / quando il mio percorso si fa incerto. […] /  Riportami nelle zone più alte,  / in uno dei tuoi regni di quiete: / è tempo di lasciare questo ciclo di vite. / E non abbandonarmi mai». Dirà lui, a proposito della composizione: «il momento era così elevato per cui smettevo (per allungare quello stato) e il giorno dopo ricominciavo, e aggiungevo un’altra frase. Fu un’esperienza meravigliosa». COME UN CAMMELLO IN UNA GRONDAIA non concede nulla, ma veramente nulla, all’ascolto disimpegnato. È un disco scarno, quasi ascetico, riassunto e apice dei vent’anni della vicenda di Battiato, col suo far incontrare canzone classica e contemporanea, spogliata di ogni attrazione». Il pubblico, ancora una volta, risponde: duecentocinquantamila copie, che sono uno sproposito per un disco senza un solo colpo di batteria. Qualche timida concessione al pop si rintraccia nel successivo CAFFÈ DE LA PAIX (1993); ma siamo sempre alti, e lo testimoniano titoli come “Sui giardini della preesistenza” e “Lode all’inviolato”.

Poi, un’ulteriore svolta: Battiato sceglie il silenzio, nel senso che affida ad altri il compito di rivestire di parole le sue sempre più ardite architetture musicali. Se il Battisti post-Mogol s’era scelto un poeta, il siciliano va a prendersi un filosofo, il settantaduenne Manlio Sgalambro; il risultato, sulle prime, non è indimenticabile: L’OMBRELLO E LA MACCHINA DA CUCIRE (1995) raggiunge il cervello, ma non lambisce il cuore se non in “Breve invito a rinviare il suicidio”. Meglio, molto meglio la strana coppia saprà fare un anno dopo con L’IMBOSCATA, grazie ai due brani posti in apertura, “Di passaggio” e “Strani giorni” – due rock scatenati – e alla splendida “La cura”, una delle più belle canzoni d’amore degli anni Novanta, al cui testo stavolta collabora anche Battiato. Il cantautore e il filosofo, per vezzo, continuano a darsi del lei e si divertono come pazzi a lavorare insieme, come testimonia nel 1998 GOMMALACCA, uno dei vertici della canzone d’autore italiana degli anni Novanta. «I suoni di gommalacca sono suoni di superficie, di striscio… Solo i cantanti e gli indovini li praticano, solo i fortunati li ascoltano». È questa frase, tratta da “Dei suoni futuri” di Tiziano Vignerio (opera e autore inesistenti) e riprodotta nel libretto di copertina, una traccia per capire un disco modernissimo, sperimentale, ricolmo di echi rock, dub, funk e techno. Con lui ci sono alcune giovani stelle del nuovo rock italiano: Morgan e Marco Pancaldi dei Bluvertigo nell’apocalittica “Shock in my town”, Ginevra De Marco dei CSI ne “Il ballo del potere”…

Gli anni Duemila di Battiato lo vedono spesso alle prese col repertorio altrui: in FLEURS (1999), FLEURS 3 (2002) e FLEURS 2 (2007) canta i “genovesi” (“La canzone dell’amore perduto” e “Amore che vieni, amore che vai” di De André, “Aria di neve”, “era d’estate” e “Te lo leggo negli occhi” di Endrigo, “Ritornerai” di Lauzi, “Il cielo in una stanza” di Paoli), il rock anglosassone (“Ruby Tuesday” dei Rolling Stones, “Bridge Over Troubled Water” di Simon & Garfunkel), il prog tricolore (“Impressioni di settembre” della P.F.M.), certe romanticherie d’oltralpe (“Che cosa resta” di Trenet, “La canzone dei vecchi amanti” di Brel, “Ed io tra di voi” di Aznavour, “Col tempo sai” di Leo Ferré, “Et maintenant” di Gilbert Bécaud) fino a un’improbabile incursione nella napoletanità (“Era de maggio”). Gli album con pezzi originali sono molto disomogenei e qualche volta non all’altezza: FERRO BATTUTO (2001) non convince; DIECI STRATAGEMMI (2004) è buono ma ripetitivo; IL VUOTO (2007) ha rari spunti davvero interessanti. Ma Battiato – al quale, nel frattempo è stato dedicato l’asteroide 18556, che adesso porta il suo nome – ha già lasciato la sua impronta indelebile nella storia della nostra musica.

Leonardo Colombati è nato a Roma nel 1970. ha pubblicato cinque romanzi: Perceber (Sironi, 2005), Rio (Rizzoli, 2007), Il re (Mondadori, 2009), 1960 (Mondadori, 2014 – Premio Sila) e Estate (Mondadori, 2018 – Premio Pisa). Ha curato i volumi La canzone italiana 1861-2011. Storia e testi (Mondadori-Ricordi, 2011) e Bruce Springsteen: Come un killer sotto il sole (Mondadori, 2018). Suoi articoli sono usciti su «Corriere della Sera», «Il Messaggero», «Il Giornale», «Vanity Fair», «IL», «11» e «Rolling Stone». Nel 2016 ha fondato la scuola di scrittura Molly Bloom assieme a Emanuele Trevi.


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