“Le isole di Norman” di Veronica Galletta

«Lo spazio non è l’ambito (reale o logico) in cui le cose si dispongono, ma il mezzo in virtù del quale diviene possibile la posizione delle cose. Ciò equivale a dire che, anziché immaginarlo come una specie di etere nel quale sono immerse tutte le cose o concepirlo astrattamente come un carattere che sia comune a esse, dobbiamo pensarlo come la potenza universale delle loro connessioni»
Marleu-Ponty, Fenomenologia della percezione

Immergendosi nella narrazione del romanzo di Veronica Galletta, Le isole di Norman, vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2020, la sensazione è quella che si prova quando si è sott’acqua: apri gli occhi, la luce filtra, il paesaggio marino è visibile, ma i contorni sfuggono, le forme ingannano, ogni suono è ovattato, lo spazio circostante è opaco.

Elena è una giovane studentessa che vive sull’isola di Ortigia insieme al padre Michele, che un tempo aveva militato nel Partito Comunista, e la madre Clara, presenza fantasmatica che ha alzato un muro tra sé e l’esterno, chiudendosi in camera, circondandosi di libri e imponendo silenzi. Il corpo di Elena riporta il dolore di un incidente domestico che si fa corpo, cicatrici, piccole isole di carne i cui contorni frastagliati circoscrivono la memoria di un passato che è pronta a emergere. La protagonista tenta di dare ordine alla propria realtà, di controllare i luoghi e le persone che li occupano, di crearvi una connessione, tracciandone le coordinate, disegnando vere e proprie mappe che ne restituiscano la disposizione, come quella delle pile di libri che la madre erige e disfa ogni giorno.

L’isola del tesoro di Stevenson è presenza costante, visibile già dal titolo, il romanzo in cui viene raccontata l’iniziazione all’età adulta di Jim: il viaggio, i tradimenti, l’avventura, la scoperta. Non è il tesoro il vero fine, lo è il percorso che il protagonista fa per riscattare la propria condizione iniziale e, allo stesso modo, Le isole di Norman è il racconto del viaggio di Elena nell’isola di Ortigia che per mano della penna di Veronica Galletta prende forma, colore e odore. Nel disvelarsi della narrazione l’opacità della storia si dipana, la luce filtra negli interstizi del non detto e il ricordo si manifesta nelle sue vere fattezze.

Tutto il romanzo è disseminato da riti ripetuti, gesti, presenze simboliche che sottendono i giochi illusori e le falsificazioni che la mente attiva quando il corpo viene aggredito, una sovrapposizione di veli ingannatori, di strati che si sono calcificati nel tempo fino a ottenebrare il punto d’origine in cui la verità viene nascosta e custodita. Così ogni personaggio, in lotta segretamente con i propri fantasmi reali e immaginari, ricorre a rituali apotropaici per scongiurare e sublimare un grumo del passato doloroso che lo imprigiona in un eterno stato di inerzia, in un tempo che sembra sempre uguale (così come nel romanzo sembra di essere fermi in un eterno inverno non ancora pronto a sciogliersi): cucinare la parmigiana, salvare gatti, guardare ogni giorno il mare al mattino e, appunto, disegnare mappe. La confortante ripetitività del gesto è l’unico salvagente per difendersi «dai pensieri feroci, dal dolore». E nell’immobilità, nella sicurezza dello stare fermi in un unico luogo, si trova quella tanto agognata stabilità che costantemente i sobbalzi dell’animo fanno tremare.

Così, in questo viaggio che inizia in risposta all’assenza imposta, quella della madre che un giorno senza avvertirli scompare, Elena circumnaviga l’isola seguendo le rotte delle mappe che aveva tracciato, liberandosi dalle zavorre che rischiano di farla affondare, e in questo moto perpetuo finisce per scoprire il proprio Silver ingannatore: la memoria. Menzognera, affabulatoria, che di quel passato lontano ha intorbidito le immagini, deformandone i ricordi nell’atmosfere soffuse di un luogo e di una storia che la scrittura rende fumosa e misteriosa perché: «si finisce per scoprire che il passato non esiste, non in quella forma in cui lo abbiamo sempre pensato».

La scrittura di Veronica Galletta, che si muove tra la freddezza chirurgica dei dialoghi e la suggestione espressionistica della lingua, tra gli spasmi delle ferite del corpo che sono traccia di quelle dell’animo, svela lentamente con limpidezza come il dolore accada, senza una logica, senza una predestinazione, senza un motivo superiore. Una spaventosa casualità, l’incomprensibile tragedia che si abbatte senza un senso, senza trasformarsi in segno rivelatore di un volere più grande, altro, un qualcosa che doveva accadere e non perché si paga per hybris l’essere extra-ordinari. No, il dolore non ha nulla di speciale, non rende speciali, è parte della «disturbante normalità» in cui non ci sono colpe né meriti, non c’è eccezionalità né unicità, non c’è senso né logica. Resta la terribile verità che, nonostante i nostri sforzi, pur costruendo altissime torri e disseminando flotte sulle coste del nostro io, pur cercando di comprendere le dinamiche che animano il mondo e di prevedere i segnali che annunciano la tempesta, non ci si salva perché, di fronte alla sublime e terribile imprevedibilità della vita, nessuno potrà mai essere pronto a difendersi dal dolore. Accade e quando si decide di immergersi in quel fondale marino, che è il nostro passato, «si vede quello che si è pronti a vedere». Poi, solo un giorno, improvvisamente, decidiamo di non ingannarci più, di voler vedere e si emerge.

Giulia Valori è una bookblogger e bookstagrammer. Gestisce il blog Il Paratesto. Su Instagram la trovate come ilparatesto.