La Fortezza di Dino Buzzati

«Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus.»
Non abbiamo poco tempo, è che ne perdiamo molto. Così Seneca, nel trattato filosofico Sulla brevità della vita, ammonisce il suo amico Paolino dal fare cattivo uso del tempo di cui dispone.
Chi si affanna fra un’attività e l’altra è destinato a percepire la sua vita come breve perché circoscritta all’istante presente che, effimero, scorre come un fiume tam velociter, tam rapide. Privato da se stesso della propria autonomia, l’occupato è costantemente immerso in attività futili e inutili, agitato nelle incombenze che si è autoimposto.

Analoga espressione dell’angoscia umana di fronte allo scorrere del tempo emerge da uno dei più grandi capolavori del Novecento italiano, Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati.
Il romanzo, pubblicato nel 1940 da Leo Longanesi, nasce dal senso di frustrazione e alienazione generate in Dino dalla monotona routine redazionale del «Corriere della Sera», in cui aveva fatto il suo ingresso nel 1928, e racconta, appunto, «il destino dell’uomo medio, dell’uomo che spera in questa grande occasione, che fa di tutto per farla venire, e questa occasione appare, sembra che stia per realizzarsi e poi scompare e se ne va via».


Il personaggio che incarna questa “medietà” è Giovanni Drogo, giovane ufficiale assegnato di primo incarico a una fortezza remota e di confine, la Fortezza Bastiani. Pur consapevole che il periodo migliore della vita, quello che gli antichi chiamavano “età dell’oro”, e cioè la prima giovinezza, è ormai concluso, consumato tristemente sui libri, Giovanni nutre la speranza di un futuro migliore, fatto di autonomia, soldi e, forse, belle donne.
E tuttavia sarà costretto a ricredersi.

Il viaggio, che segna simbolicamente il trapasso dalla giovinezza all’età adulta, si rivela sinistro presagio di eventi futuri: all’esperienza, tipicamente letteraria, ricca di avventure, fonte di crescita per il protagonista, si sostituisce un tragitto monotono e desolato, un percorso lungo e assolato costellato di strade impervie, un panorama secco e inospitale. Nonostante ciò, anzi, forse, soprattutto per questo, il giovane tenente brama l’arrivo alla bicocca più di ogni altra cosa. Lungo il cammino si entusiasma alla vista di un altro militare, il Capitano Ortiz: è l’incontro di due realtà contrapposte, quella cittadina dai modi amichevoli e quella chiusa e sospettosa della fortezza.
Il Capitano Ortiz, in servizio ormai da diciotto anni, con assoluta schiettezza, velata del compiacimento di chi intende intimorire il prossimo, svela a Drogo l’inutilità della Fortezza Bastiani, la sua vecchiezza, il suo isolamento.
E così, giunto a destinazione, Giovanni viene comprensibilmente attanagliato da scoramento: si insinua in lui la voglia di tornare, di non cominciare affatto l’avventura:

«Oh, tornare. Non varcare neppure la soglia della Fortezza e ridiscendere al piano, alla sua città, alle vecchie abitudini. Questo fu il primo pensiero di Drogo e non importa se tanta debolezza fosse vergognosa per un soldato, lui era anche pronto a confessarla, se occorresse, purché lo lasciassero subito andare.»

Ma quel luogo esercita una vera e propria malia in chi lo osserva e ciò, in aggiunta alle insidiose blandizie del maggiore Matti, uomo subdolo e ambiguo, lo persuade a rimanere: «Quattro mesi».
Quattro mesi, si ripete Giovanni. Quattro mesi scanditi dall’alternarsi del giorno e della notte, dall’inutile servizio di guardia delle sentinelle, dal regolare e logorante “Ploc!” della cisterna dell’acqua, amplificato dal silenzio assordante che pervade le umide mura della fortezza.
Quattro mesi, si ripete, mentre la paura di rimanere incastrato in quelle futili incombenze fini a se stesse, nelle rigide regole eseguite cavillosamente, si acuisce sempre di più.

Ad accrescere l’inquietudine c’è un senso di profonda solitudine: persi i contatti con gli amici della città, i rapporti umani del giovane Drogo si limitano ai formalismi della Fortezza, fissati nelle rigide gerarchie militari. Nell’impellenza di sfogarsi con qualcuno Giovanni vorrebbe scrivere una lettera alla lontana mamma, ma rinuncia a raccontarle le sue angosce per timore di provocarle dispiacere.
È il trionfo dell’incomunicabilità, è il segnale che nella sua vita il fiume poco più in là, le verdi colline, i luminosi sorrisi, le giornate lunghe e tranquille dell’infanzia sono finiti, che il cancello è stato sprangato chiudendo la via del ritorno, che anche per lui comincia l’irreparabile fuga del tempo in cui tutti corrono avanti per arrivare in anticipo, in cui i volti delle persone si fanno immobili e indifferenti, in cui «le giornate si fanno più brevi, i compagni di viaggio più radi».
L’iniziale moto di ribellione, tuttavia, è destinato ad assopirsi: l’acquisizione di maggiore esperienza nelle pratiche militari stimola in Drogo un compiacimento tale da farlo cadere nella trappola dell’abitudine. A nulla giova l’esempio del collega Ligorio che, dopo due anni di servizio, coglie al volo l’occasione di tornare in città e assaporarne la libertà; l’intesa, benché inconsapevole e quasi osteggiata, è piuttosto con lo schivo e altezzoso Angustina, il quale, per impenetrabili ragioni, si ostina a rimanere, pur potendo andarsene.
E allo stesso modo Giovanni non avverte più il peso della solitudine, che, al contrario, lo inebria, e non sente più l’urgenza di partire, perché abbandonare le abitudini gli procurerebbe pena. Il tenente Drogo si infutura e tale convinzione gli impedisce di afferrare il suono del fiume della vita che scorre, sempre più sfuggente e incomprensibile.

L’attesa del ritorno ad una dimensione di vita “normale”, quale viene concepita la vita cittadina, dissipata e superficiale, lascia allora il posto ad un altro tipo di attesa, molto più statica ed interiore. Subentra la speranza che dal deserto, landa desolata e misteriosa, compaia il leggendario popolo dei Tartari a dare un senso all’insignificanza dei giorni nella Fortezza.
Tanto potente è il vagheggiamento del loro arrivo, che qualunque movimento nell’incerto orizzonte del Nord viene avvertito come una minaccia di aggressione.
E se il primo avvistamento di una macchia indefinita dalla Ridotta Nuova si rivela essere nient’altro che un cavallo sperduto, con somma delusione dei soldati, diversa è la situazione quando all’orizzonte compare una striscia nera che tanto assomiglia ad una schiera di uomini. Tutti la vedono e sono in fermento, ma c’è chi, come Filimore, l’anziano comandante della Fortezza deputato a prendere la decisione definitiva, preferisce non lasciarsi trasportare dall’entusiasmo. È in lui una forma di attesa diversa da quella dei suoi giovani compagni: è il temporeggiamento di chi, disilluso, teme che l’ammissione del desiderio possa dissolverne l’immagine.
È questo un momento decisivo in cui il monotono fluire del tempo, il chronos, può trasformarsi in kairòs, nell’occasione che muta il corso degli eventi.
Proprio quando Filimore comincia a crederci, quando si sente pronto ad ammettere a se stesso e agli altri che quella non è un’illusione, ma i Tartari stanno davvero per attaccare la fortezza, sopraggiunge un messaggio dalla città: quelli in arrivo sono i reparti dello Stato incaricati di stabilire la linea di confine a Nord.
Giù nella pianura del nord dilaga quella inoffensiva parvenza di armata e nella Fortezza tutto ristagna di nuovo nel ritmo dei soliti giorni.

In quest’ottica si comprende, dunque, che il deserto, luogo dall’atmosfera straniante, quasi surreale, altro non è che una proiezione della desolazione della vita e della sua insignificanza. Col modus vivendi imperativo della fortezza, a questa stagnante esistenza si cerca di dare un senso, mentre il miraggio dello scontro col favoloso popolo dei Tartari tende a conferirle uno scopo, un valore.
In virtù di questi ideali Angustina, chiuso nel rigore militaresco, inaccessibile ai suoi compagni, sacrifica la propria vita, riscattandola con una morte da eroe.

Drogo non ci riesce e, nell’incoscienza del sortilegio che inghiotte i suoi giorni, rimanda il rientro in città. Non solo. Un breve periodo di congedo gli consente di prendere atto della sua estraneità al mondo che prima gli era tanto familiare: l’odore domestico gli è meschino; gli amici sono occupatissimi; persino la madre non si accorge più del suo rientro a tarda notte, persa com’è l’abitudine a percepire la presenza del figlio in casa. Svanita è anche l’intesa con Maria Vescovi, sorella dell’amico Giovanni, prima esperienza d’amore giovanile.
È la manifestazione più alta del senso di inadeguatezza che un individuo possa provare: non sentirsi a proprio agio con nessuno, in nessun posto, mai.
Tutto questo apparentemente risveglia Drogo, che, memore delle promesse del maggiore Matti, cerca di ottenere il trasferimento.
Ma il trasferimento non si può concedere: il regolamento è cambiato, Giovanni non lo sapeva, e a nulla vale la precedenza maturata con gli anni di servizio. A ciò si sommano la delusione e il rancore per il silenzio di alcuni compagni ritenuti amici, primo fra tutti Morel, che gli hanno taciuto il cambiamento per riuscire a sorpassarlo.

Ancora una volta, dopo un’iniziale sentimento di ira e risentimento, Drogo si placa. Il compiacimento di aver evitato sgradevoli cambiamenti lo ha definitivamente conquistato. È la potenza della Fortezza Bastiani che ha preso il sopravvento, che lo ha invischiato per non liberarlo più.

Al tenente Simeoni, militare solitario e pedante, si deve l’ultimo, il più grande e definitivo, miraggio dell’attacco dei Tartari. Lui, infatti, sostiene di vedere luci nel desertico orizzonte: tale notizia, spacciata come segreto inconfessabile, è in realtà nota all’intera Fortezza ed è oggetto di derisione da parte di tutti.
Lo stesso Drogo, lasciata alle spalle l’antica ingenuità giovanile, stenta a dare fiducia al collega. Ma la tentazione di un’ultima possibilità di riscatto è troppo forte, e i due si uniscono in un’osservazione continua e ossessiva dell’orizzonte, al punto da essere richiamati all’ordine con un’ammonizione ufficiale e da vedere il loro cannocchiale confiscato. Anche Simeoni si rivela l’ennesima delusione: lui, che per primo aveva instillato l’idea di un possibile attacco, si tira indietro alla prima occasione.

Passano gli anni ma Drogo continua a vedere quei puntini muoversi all’orizzonte, farsi più grandi, come si avvicinassero, e in cuor suo si ostina a credere che si tratti dei Tartari. Non lo dice a nessuno, è l’ultimo barlume di speranza in un’esistenza incolore. Intanto le forze cominciano a venire meno: da un giorno all’altro, quasi a sua insaputa, in lui si affievoliscono quelle energie che gli consentivano di salire i gradini a due a due, si attenua la voglia della consueta passeggiata a cavallo nella desertica spianata di fronte alla Fortezza. Gli anni pesano sul suo fisico e sul suo spirito, il fiume del tempo è diventato un torrente che tutto travolge.

Gravato ormai da disturbi al fegato e da un esaurimento generale, dimenticato da tutti nella sua antica e desolata stanza, una nuova speranza subentra nel suo cuore: quella della guarigione. Questa idea lo sostiene nella sua irremovibile decisione di restare alla Fortezza fino all’ultimo, nell’eterna illusione di un attacco nemico. Ma le forze non tornano, la vecchiaia è crudele e un rinvigorimento impossibile.
È proprio allora che i Tartari muovono guerra, proprio quando lui sarà debole e malato e non potrà prendere parte allo scontro. È la legge del contrappasso, è la beffa dei colleghi che non lo ascoltano più, è l’usurpazione del potere da parte di Simeoni. É il destino dell’uomo che cerca di valicare i confini della propria miserabile vita.
Morirà in una locanda, lontano dalla Fortezza in cui si combatterà la battaglia della sua vita. Ma una battaglia la vincerà, quella contro la Morte, alla fine accettata e affrontata con un sorriso.
Nella sua complessità e nella molteplicità di interpretazioni cui negli anni si è prestato, Il deserto dei Tartari si rivela opera di grandissima attualità. La drammatica vicenda di Giovanni Drogo, metafora della caducità della vita e del disperato tentativo di darle un senso, ci tocca oggi come ieri. Il suo messaggio è atemporale perché attiene alle radici più profonde dell’essere umano.
Lungi dal voler offrire risposte, ci instilla un campanello d’allarme: è la consapevolezza di essere perituri che ci permette di apprezzare il dono della vita, il fatto di sapere che le cose sono destinate a finire dona a loro il proprio valore.

Antonella Cellamare è una bookblogger e bookstagrammer. Gestisce il blog Lettrice post traumatica. Su Instagram la trovate come lettriceposttraumatica.