La disumanità delle vittime in Notte di Edgar Hilsenrath

L’oscurità avvolge ogni cosa – anche i pensieri – i brividi di freddo, il rumore dei deboli respiri, l’odore della morte, il dolore per un addio. Si apre così Notte di Edgar Hilserath (Voland 2018): un uomo porta via i lacci e il cappello di un morto, intanto la primavera tarda ad arrivare e il buio diventa l’ unica dimensione del giorno.

Il ghetto di Prokov è diventato uno scenario di guerra: è il 1942 e le truppe romene, alleate dei nazisti, hanno occupato la città. Il sole non sorge mai per Ranek e per gli altri disgraziati protagonisti di Notte, costretti a scappare, nascondersi e vivere come bestie.

Le prime pagine del libro sono (o)scure, dure. Fanno intuire al lettore che si troverà di fronte a una lettura difficile ma la verità è che non si sarà mai abbastanza pronti per affrontare tutto l’orrore, e la meraviglia, contenuti in Notte.
Ranek è l’antieroe per eccellenza: niente ci convince di lui. Sporco, affamato e disperato è alla ricerca di un dormitorio perché il coprifuoco è già scattato ed è troppo pericoloso camminare per la città da soli. Oltre ai militari, la piaga degli ebrei costretti a fuggire, è il tifo. Tantissimi i cadaveri abbandonati lungo la strada e di fronte alle porte delle case adibite a dormitori. Ma la morte o l’arrivo della malattia non è sempre una cattiva notizia: significa che a breve si libererà un posto o meglio ancora, che un “letto” è già diventato disponibile.

Tutti erano convinti di averne diritto e, non appena scoprivano un cadavere, ci si avventavano sopra come un branco di bestie selvatiche. A spuntarla, lì come ovunque, era il più agile e veloce, che poteva poi svignarsela con i vestiti per convertirli in pane. Ranek smise presto di partecipare; nel dormitorio la concorrenza era troppa, l’eterna lotta lo logorava e non fruttava che guai.
Devi cambiare campo, si disse; prova per strada. Dunque provò per strada. Per qualche giorno lavorò con accanimento. Usciva all’alba, girava nei dintorni, passava al setaccio i fossi che costeggiavano le strade e i cespugli dietro il rudere. Lì di morti ce ne erano sempre. Ma erano giù stati spogliati anche quelli; li trovava nudi come Dio li aveva fatti, e loro rigide facce ghignanti lo deridevano come se sapessero che era arrivato tardi.

Nel romanzo di Hilsenrath, ispirato a vicende autobiografiche, ogni prospettiva viene rovesciata. La disumanità delle vittime per la prima volta viene portata alla luce senza giudizi morali: in Notte l’etica non esiste. Vige una sola legge: quella della sopravvivenza e proprio per questo non è un libro per tutti.

Nel romanzo si gioca una partita che la morte ha già vinto nelle prime pagine. È nell’impotenza di Ranek che vorrebbe commettere violenza sulla vicina di dormitorio ma non riesce, è negli occhi della vecchia che ha perso il figlio Levi, è nelle mani del protagonista che sfila le scarpe puzzolenti dai piedi ancora caldi di un moribondo. La morte è nel tavolaccio sporco di sangue, permea gli strumenti del medico pronto a praticare un aborto, è negli occhi delle prostitute, è custodita da una bambola appesa vicino alla stufa. La morte è negli odori assorbiti dal pavimento sul quale dormono i malcapitati, è nelle latrine traboccanti di escrementi, è nella violenza praticata e subita a pochi passi dai cadaveri… e ancora è nelle bocche spalancate dei deceduti a cui hanno cavato i denti, nei capelli aggrovigliati di Debora, nelle lacrime dei bambini che hanno perso tutto, o forse non hanno mai avuto niente.

Come si fa a raccontare il disgusto, l’umorismo macabro, la leggerezza con la quale i morti vengono buttati giù dalle scale? Abbandonati sui marciapiedi o nei fiumi? Orrori realmente accaduti e visti proprio con gli occhi dello stesso Hilserath, deportato in un ghetto in Romania nel 1941 insieme alla famiglia e liberato tre anni dopo.

Ranek è l’antieroe per eccellenza eppure mentre leggiamo non possiamo fare a meno di trattenere il fiato, di seguirlo con apprensione, di guardarlo con gli occhi dell’affetto, soprattutto quando nella sua vita torna Debora, la moglie di suo fratello Fred.
Debora è una vera e propria boccata di ossigeno, è una flebile luce (che ci aspettiamo si spenga da un momento all’altro) in un mare di oscurità. Se Ranek rappresenta in tutto e per tutto gli istinti della sopravvivenza a qualunque costo, sua cognata è invece Fede, la speranza di una vita migliore.
In mezzo a questa contrapposizione c’è tutto il resto: morti che si confondono con i vivi, maschi e femmine che non si riescono più a distinguere, furti e stupri. Visi tutti uguali, sguardi velati di tristezza e crampi per la fame. Invidie, gelosie e dispetti si consumano in un dormitorio affollato ricco di azioni e povero di pensieri.
Ogni tanto però, l’ironia della disperazione e il disgusto per la situazione, lasciano lo spazio a momenti di autentica felicità e per un attimo, uno solo, riusciamo a dimenticarci che stiamo vivendo un quadro apocalittico, in cui i vivi meritano meno rispetto dei morti, in cui il decesso del vicino si trasforma in un’opportunità. Ranek e Debora insieme rischiarano il girone infernale nel quale sono precipitati:

– Resto con te.
– Sempre? – sussurrò Debora.
– Sì, sempre.
– E se beccano uno dei due?
– Non succederà – rispose lui. – Senz’altro no. D’ora in poi ci facciamo beccare solo insieme… solo insieme… facile, no? Ci facciamo beccare insieme.
– E se uno dei due si ammala?
– Contagerà anche l’altro, così saremo malati tutti e due. Facilissimo… vedi…sempre insieme. Io e te. Noi due. Sempre insieme.
– Sì, Ranek, sempre. E se uno dei due muore?
– Di questo è meglio non parlare – disse lui.
– Perché di colpo sono così felice, Ranek? Lo so… non ne ho il diritto… dopotutto quello che è successo qui da noi. Ma sono felice lo stesso. Perché, Ranek? Dimmelo, perché?
– Non lo so – disse lui. – Sei davvero felice?
– Sì. Tanto. Tantissimo. E tu?
– Sì – disse lui. – Anch’io. E non so perché. – Pensò: perché mentiamo? Non siamo felici. Oppure sì? Siamo felici? Davvero?

E il nostro antieroe, per la prima volta, riuscirà a vedere la bellezza della sua compagna di viaggio.
Ma proprio come nella vita, il lieto fine non è mai definitivo, Ranek ha ancora difficoltà da affrontare: le pagine scorreranno veloci mentre seguiremo le storie di Sigi, Stella, Betti… e a un certo punto smetteremo di preoccuparci per lui, troppo presi dalla morbosità del racconto. Sono tante le sofferenze a cui Hilsenrath dà voce, troppe da sopportare tutte insieme.
Non ci sono vittime e carnefici qui, sotto la lente la disumanità di persone che hanno perso tutto, le sorti di alcune vittime di guerra, vittime della vita. Donne, uomini e bambini imprigionati in un inferno feroce e insensato che l’autore fotografa con una lucidità disarmante. Crudo ma mai distaccato, mostra la malvagità, la crudeltà e la morte che vanno di pari passo con l’umanità, conducendoci verso un finale agghiacciante e… tragicamente perfetto in cui sesso, mortalità e speranza si congedano lasciando i lettori di sasso e spingendoci verso la domanda più temuta di tutte: a Prokov, saremmo stati Debora o Ranek?

Alessandra Fontana è una bookblogger e bookstagrammer. Gestisce il blog La lettrice controcorrente. Su Instagram la trovate come lalettricecontrocorrente.