Io mi sento protetta da voi

(Questa lettera all’Italia è apparsa su La Repubblica del 17 marzo 2020. Raccogliamo l’invito di pubblicarla anche qui)

Cara Italia, ieri sarei dovuta atterrare a Roma per trovare mio figlio, che frequenta una scuola internazionale nella capitale. Sarei dovuta rientrare a casa e poi scendere in piazza per fare la spesa. Sicuramente avrei subito incontrato e salutato qualche vicino di casa e qualche amico in giro che mi avrebbe detto «bentornata».
Solo che mio figlio, insieme a milioni di ragazzi sia in Italia sia altrove, a scuola non ci va più. Qualche giorno fa è tornato improvvisamente, urgentemente in America, e poco tempo dopo Trump ha chiuso le frontiere all’Europa, gesto respingente e ormai inutile. Da un lato sono davvero sollevata di averlo con noi e quindi di avere entrambi i miei figli, in questo momento d’incertezza prolungata, sotto lo stesso tetto. Al contempo non rientrare stamattina a Roma, non uscire di casa per fare la spesa, perfino nel pieno dell’emergenza, mi addolora. È la stessa angoscia che proverebbe una figlia che non riesce a correre da un genitore gravemente malato per porgere la mano, perché non può farne a meno, perché si sente in dovere di farlo.
Da una settimana non faccio altro che seguire le notizie in Italia e comunicare con gli amici italiani sia in Italia sia negli Stati Uniti.
I miei amici in Italia mi dicono che la situazione non è buona. Mi mandano foto delle strade deserte con tutte le saracinesche abbassate. Mi dicono che a Piazza San Cosimato i banchi sono ridotti, e che nei supermercati ci sono cartelli che intimano di stare a distanza di un metro. Tutto questo riesco più o meno a visualizzarlo. Mi dicono che hanno paura, che si sentono inebetiti, che la situazione è brutalmente seria. E fino a qualche giorno fa, quando pensavo ancora di salire sull’aereo, tanti mi dicevano: «Jhumpa, non venire».
Assorbo la loro paura e mi sento altrettanto inebetita. Allo stesso tempo assorbo il loro coraggio, la loro pazienza, la loro determinazione di combattere e di sconfiggere questo nemico invisibile. In tutto questo rido come una matta con loro quando mi girano dei meme divertenti che si diffondono sui social. Ecco perché tutt’ora è solo l’Italia – che mi ha già insegnato tantissimo – a mostrarmi come affrontare il coronavirus: con la schiena dritta, con rigore, con un po’ di ironia e sempre con ottimismo. E io mi sento felicemente contagiata dal loro atteggiamento. Qui in America l’allarmismo aumenta e gli amici dicono: menomale, tuo figlio è potuto scappare via! Hanno ragione, certo, meglio stare in famiglia in questi giorni, sarebbe stato particolarmente duro altrimenti. Eppure mi dà fastidio.
L’Italia rimane, per me, sempre il traguardo. L’Italia è per me sempre un balsamo. Quando ho consigliato a mio figlio, una settimana fa, di tornare indietro gli ho spiegato che l’Italia in questo momento ha bisogno di meno persone in giro, che ci dobbiamo allontanare e dare al Paese tutto il tempo e lo spazio che gli servono per rimettersi in sesto. Quello che non mi torna è l’atteggiamento di alcuni verso un’Italia attualmente chiusa e colpita da una crisi senza precedenti. Suscita in tanti timore, perfino orrore. Incomprensibilmente, poca compassione. Dal presidente statunitense proprio niente. Io mi vergogno per questo.
Io mi sento ancora protetta dall’Italia, anche da un’Italia in ginocchio, da un’Italia piegata al più assoluto isolamento. È proprio in questo momento che l’Italia mi è vicina, che mi trasmette, nonostante l’oceano e per di più il divieto di Trump, la sua forza e la sua dignità. Continua, ad esempio, a trasmettere affetto e consigli per tutelare me e la mia famiglia. Ieri il mio editore, un signore milanese che ama camminare per la sua città, ora rinchiuso in casa, mi ha scritto una mail pacata per rassicurami sull’uscita del mio prossimo libro in Italia fra pochi mesi. Gli avevo mandato una riga per dirgli «vi penso», sperando di tranquillizzarlo un po’. Invece è stato lui a rispondere, con grande eleganza e compostezza, «passerà».
E così, nel mio piccolo, il coronavirus ha già curato una ferita, o per meglio dire una condizione che mi affligge ormai da cinque anni: quella di sentirmi tristemente separata, esiliata dall’Italia quando sono fuori, sempre in attesa di tornare. Anche qualche giorno fa, quando ho rinunciato all’ultimo momento all’idea di venire a Roma in questo periodo, ho pianto a lungo. Ma oggi, qui a Princeton, nella casa dove seguo le notizie in diretta come fossi nel mio soggiorno romano, finalmente mi rendo conto che le distanze fra me e l’Italia non esistono. E sono folgorata dal fatto che l’Italia, anche in una fase così critica, così compromessa, continui ad accompagnarmi e porgermi la mano. La chiusura dell’Italia fa sì che chi rimane fuori pensi di essere in qualche modo protetto, ma non è vero. Negli ultimi giorni siamo diventati tutti per forza italiani, e quello che sta succedendo lì si sta spargendo velocemente da tutte le parti. Il coronavirus che ci separa temporaneamente ha smantellato tutti i confini, tutte le distanze. Oggi sarà l’ultimo giorno di lezione anche per mia figlia, che frequenta una scuola in America. Sono sollevata; secondo i miei amici in Italia, avrebbero dovuto sospendere le lezioni dal vivo già prima. Tutte le mattine sento gli amici in Italia per poter affrontare un altro giorno insieme. Seguo i loro consigli, do retta a loro. Quando mi dicono «non venire», capisco e resto consapevolmente a distanza. Presto, mi auguro, tornerò a Roma e vedrò una città ripresa, un Paese trasformato e segnato per sempre.
Cari italiani, se non vengo adesso per porgere la mano sappiate che non intendo proteggere me stessa da voi, ma l’inverso. Non avrò mai paura di starvi vicina, solo di perdere i contatti con voi.
Da lontano, vi porgo tutta la mia solidarietà e tutto il mio affetto. Tramite le parole, nella lingua che ormai condividiamo, vi ringrazio di cuore per la prospettiva che mi state regalando ancora: l’esempio di come fare, come stare, come resistere.
Insieme.

Jhumpa Lahiri è nata a Londra nel 1967. Ha pubblicato L’interprete dei malanni (Marcos y Marcos, 2000 – Premio Pulitzer), L’omonimo (Marcos y Marcos, 2003), Una nuova terra (Guanda, 2008), La moglie (Guanda, 2013 – finalista al Man Booker Prize e al National Book Award for Fiction). Ha vissuto a Roma per quattro anni; durante a questa esperienza ha iniziato a scrivere in italiano, pubblicando In altre parole (Guanda, 2015), Il vestito dei libri (Guanda, 2016) e Dove mi trovo (Guanda, 2018). Traduttrice di due romanzi di Starnone, ha curato l’antologia Racconti Italiani (Guanda, 2019). È direttrice del programma di Creative Writing all’Università di Princeton.