Ho il marmo nelle vene, mio figlio è un passante

Tuo figlio è un passante, un volto tra i volti. Tuo figlio è una persona qualunque che si affanna a comparire, che incede, oltrepassa, abbassa lo sguardo, saluta, cammina. Per quasi tutti, tuo figlio non è solo tuo figlio anzi, non è neanche un figlio, ma una persona qualunque in un posto qualunque del mondo.

Se cammini per strada, fermati: passano persone, individui, ognuno con la propria storia unica, straordinaria. E tu non li conosci, non sai chi sono, li consideri a stento o li raggruppi in un grappolo che cade dalla stessa vite, e non gli dai un nome specifico, li chiami semplicemente gente. Ma di quella gente fai parte anche tu, esattamente come quel figlio. Tu sei una persona qualunque, sei tra tutti e tra tutti non sei nessuno se non un corpo che come tanti si muove e vive e procede nel mondo. Nella geometria della terra non sei altro che un punto, un punto che si muove all’impazzata con una logica incomprensibile, dunque a caso. Tu sei un figlio, ed è forse questa l’unica condizione che ci accomuna tutti. Sei figlio eppure per strada rimani un passante tra i passanti.

Districare una persona dal ruolo che ha nei nostri confronti: al poeta Filippo Strumia accade all’improvviso ed è un’epifania, un’epifania che gli fa gelare il sangue. Strumia si rende conto, di colpo, che quel corpo che sta vedendo camminare per strada, che riconosce come suo figlio – e di cui ha memoria antica e precisa – in realtà non è altro che un corpo qualunque che occupa il mondo. Suo figlio agli occhi comuni è un semplice passante.

Accade a tutti, a un certo punto, di ragionare su questo, su chi siano davvero le persone che ci circondano. Perché quello che conosciamo è solo un capitolo di una biografia più ampia. Tua madre non è solo tua madre, ma è una donna che è stata bambina, che ha avuto un’esistenza prima di te, che ha calpestato il mondo senza che tu potessi esserne al corrente. Noi, in fondo, non conosciamo nulla.

Tua madre è solo tua madre? Il tuo professore è solo un professore? E l’autista che guida l’autobus è solo un autista? Arriva un momento nella vita di ognuno in cui ci si rende conto che le persone che ci circondano non possono essere descritte con un’unica parola. Esattamente come il cielo che colori e che non può più essere una semplice striscia di azzurro in alto sul foglio. Tua madre è allo stesso tempo madre, donna, ed è stata bambina, studentessa, ragazza ribelle che se ne rimaneva in camera a scrivere sul suo diario frasi sognanti e sconfitte, lo stesso diario che oggi, a distanza di trent’anni tieni in mano tu, e lo leggi scoprendo cose che non immaginavi perché non era possibile che tua madre avesse una cotta per qualcuno o che a scuola avesse preso un brutto voto o che era arrabbiata perché i genitori non l’avevano fatta uscire di casa quel pomeriggio. Non era possibile fino a ora. Eppure, tua madre è tutto questo e molto altro.

Districare una persona dal ruolo che ha nei nostri confronti: in letteratura ci riescono con successo solo i più grandi, perché in questo caso, più che in ogni altro, servono compassione e distacco, confidenza e oggettività. E quando si scrive in prima persona, il distacco è tanto necessario quanto complicato. Delineare con schiettezza una figura che è così vicina a chi scrive, valutarla con criteri non di figlia o figlio, ma di scrittrice o scrittore che guarda alle cose con chiarezza è, di nuovo, necessario quanto difficile.

Ci riesce Annie Ernaux, quando in Una donna traccia il ritratto deciso di sua madre, una donna che non aveva studiato, che parlava in modo scorretto e che voleva salire la scala sociale, e che dunque aveva dei sogni, come ogni persona, come ogni essere umano. Ci riesce, con la schiettezza dei versi, Filippo Strumia che in Passanti riconosce il figlio come persona a sé stante. Ci riesce Philip Roth quando in Patrimonio ripercorre l’ultimo periodo di tempo trascorso con il padre, tempo in cui si ritrova a essere genitore del proprio genitore, in un’inversione di ruoli che scombina tutto e rende chiaro, quanto doloroso, l’essenza di quell’uomo che non è solo colui che l’ha messo al mondo.
Ci riesce Roberto Alajmo che ne L’estate del ’78 guarda ai genitori, e soprattutto alla madre, da scrittore che indaga.

E allora tu, che cammini nella giornata e che nella giornata procedi dando a te stesso un’attenzione esclusiva, un’attenzione esclusiva perché rivolta giustamente alla tua persona, fermati un attimo all’angolo della strada e pensa: io, agli occhi del mondo, sono un passante, dunque non sono nessuno, o semplicemente sono uno qualunque, una persona come tante che si presenta a caso davanti alla gente, davanti ad altri individui e che vive ed esiste in modo specifico ed esatto, particolare, singolare, ma che di tutta questa singolarità non se ne fa niente, perché, in fondo, è l’essere singolari che ci rende uguali. Due minimi comuni multipli – credo – uniscono gli uomini: l’essere figli e l’essere unici.

 

Passanti

Ho visto tra la gente
un ragazzo che cammina
e ho il marmo nelle vene:
mio figlio è un passante

Filippo Strumia

Sono una lettrice il più possibile e una bevitrice devota di caffè. Sono nata e vivo a Roma, la città più bella del mondo, dove si intrecciano tutti i temi a me cari: il tempo, la memoria, il caso.
Vorrei scrivere poesie come Wistawa Szymborska e prosa come Annie Ernaux, ma al momento la mia occupazione principale è leggerle.
Le lauree che infiocchettano il mio curriculum sono in Lettere Moderne e in Editoria e Scrittura, ma ora smetto di dirvi chi sono che tanto in così poche righe potrei dirvi tutto e niente.