Goodbye, Via Sicilia

Chi poteva immaginare ci fossero avanzati così tanti numeri 44 della quinta serie di Nuovi Argomenti?


Abbiamo già riempito tre scatoloni di “Concordia nazionale”, e ancora ne spuntano fuori dagli armadi un numero inverosimile di copie sfuggite al primo raggruppamento.


Di alcuni numeri, invece, non c’è traccia. Tutti andati di mano in mano, senza che neanche una copia avanzasse per l’archivio.


Tra poche ore lasceremo la palazzina di Via Sicilia 136, storica sede di Mondadori a Roma, e casa della rivista da quando, nel 1998, è tornata ad essere pubblicata dalla casa editrice di Segrate.


Ci trasferiamo dalle parti di Piazza Barberini, nella nuova sede romana di Mondadori, e questo trasloco (che, data la stampa imminente del prossimo numero, il 73, ci siamo ridotti a fare all’ultimo momento) sta diventando l’occasione per fare un inventario di quello che, in quasi vent’anni, si è accumulato nell’ufficio da cui la rivista è stata “fatta” per il periodo più lungo dalla sua nascita, nel 1953.


Le domande che ci tormentano sono molte: di chi saranno le caramelle gommose che riempiono fino all’orlo un barattolo di latta rimasto chiuso per chissà quanto tempo?


E l’enorme e acuminata conchiglia dietro a una pila di copie della quarta serie (Giunti), quando la rivista era ancora in formato quadernone?


E questi cioccolatini a forma di pallone da calcio?


E questo volumone fotografico su Eminem?


E queste vecchie pagine di giornale con le inserzioni di “discrete massaggiatrici” cerchiate a pennarello?


Sulla paternità del passaporto scovato dietro un armadio, invece, non c’è dubbio: Mario Desiati, caporedattore ai tempi in cui direttore responsabile era Enzo Siciliano, per anni pilastro di Nuovi Argomenti, che grazie ai racconti di chi c’era, e all’affetto che viene fuori da ogni aneddoto che lo riguarda, continua a esercitare una forte influenza sul nostro lavoro ancora oggi.


Ma il passaporto dovremmo ridarlo a Mario, o venderlo al mercato nero?


Negli scatoloni diretti alla nostra nuova sede, insieme alla cancelleria, finiscono anche i cimeli più disparati e i ricordi dei redattori. Come la pipa di Alessandro Piperno, che ha cominciato il suo brillante percorso fino al Premio Strega proprio dalle pagine della rivista, la bottiglietta d’olio “Strega” che Filippo Bologna fece simpaticamente imbottigliare, scimmiottando il celebre liquore, quando fu finalista al Premio nel 2009, le foto di Valentino Zeichen e Leo Colombati, quelle con Roberto Saviano, qualche appunto sparso di Sandro Veronesi, quando da caporedattore si consigliava a penna con Siciliano sulle cose da fare, vecchi indici dei numeri, missive di Tondelli, Caproni, Sciascia, i verbali delle riunioni di Lorenzo Pavolini, fascicoli di studio e preparazione dei temi, i promemoria di Carlo Carabba, mio predecessore, con le cose da pubblicare pasticciate da caricature di Pippo della Disney e mischiate agli acquisti da fare per il Fantacalcio.


Tutto non si può portare, e quindi ci tocca trovare il coraggio di cestinare le tonnellate di manoscritti ricevuti lustri fa - pubblicati o respinti, a seconda - e conservati per anni, con rispetto quasi religioso, perché da quegli invii - molti dei quali alla cieca - dipendono i sogni di quasi tutti gli aspiranti scrittori, come molti di noi, specie quelli che hanno dovuto penare non poco per essere letti da qualche editore, sanno fin troppo bene.


Anche se nessuno li avrebbe mai rispolverati, e giacessero dentro scatole ammassate - non sapremmo dire né quando, né da chi - sopra gli armadi, un po’ dispiace disfarsene. Così come dispiace buttare le bozze dei numeri già usciti, con le ultime sviste corrette in fretta e furia prima che venissero mandate in stampa, per poi scoprire, un mese dopo, sfogliando il volume appena arrivato in libreria, di esserci puntualmente persi qualche refuso per strada.


Gli scatoloni con gli ultimi numeri verranno sicuramente con noi, dei vecchi terremo un po’ di esemplari ciascuno, il resto lo regaleremo, e lo stesso faremo dei libri degli scrittori amici e degli scrittori ancora sconosciuti, lasciati in dono alla redazione da chi li ha ricevuti, insieme a diversi numeri di altre riviste, centinaia di raccolte e raccoltine poetiche, pacchi delle lettere più belle, alcune ancora cartacee e scritte a mano, che abbiamo conservato nel tempo.


Sicuramente verranno con noi le più divertenti, quelle che sono finite appese alle pareti, meritandosi l’ostensione per la loro, spesso involontaria, comicità.


Desiati ne era un formidabile collezionista, e ne ha appese parecchie, negli anni, di stampate di mail in cui gli proponevano, nei modi più assurdi, i testi più impensabili, appellandosi a lui come “Maria Desiati”, o “Professor De Fiati”. Staccarle dai muri mi ricorda che dovrei stampare, per il nuovo ufficio, le diverse che ricevo al posto di un certo “Illustre dottor Capeddu, Direttore di Nuovi Orizzonti”, a cui non ho la forza di rispondere non tanto che non mi chiamo Capeddu (che i cognomi dei sardi di origine sono tutti uguali, come i calvi e i cinesi), quanto piuttosto che non sono direttore di nulla, tantomeno di Nuovi Orizzonti, che dubito fortemente di poter essere considerato “illustre” da qualcuno, e che, in ogni caso, con gran dispiacere di mia madre, non sono mai diventato Dottore.


Abbiamo quasi finito, quando aprendo l’ultima anta spuntano pile di Gomorra in lingue sconosciute, con copertine in brasiliano o giapponese.


Che ne facciamo?


Conosciamo qualcuno che conosca il russo a cui regalarle?


Ma guarda che non è russo, è sloveno.


Ma no, è, greco!


Mentre ci appelliamo a Google, perché chiarisca i nostri dubbi, e prendiamo tempo prima di chiudere gli ultimi scatoloni, visto che Saviano non lo si vede più tanto spesso da queste parti, tra una scatola e l’altra dei suoi Gomorra, stappiamo una bottiglia di vino a lui indirizzata da chissà quale editore e rimasta sontuosamente inscatolata per anni.


Data la confezione particolarmente sfarzosa, onestamente, pensavamo meglio.


Ma anche se il freddo questo 4 dicembre non è così pungente, i termosifoni sono accessi e intorno, mentre cala il buio, negli altri uffici mondadoriani in procinto di trasferirsi, ormai interamente occupati da scatoloni che sconfinano nei corridoi della palazzina di Via Sicilia, nonostante la malinconia, si respiri un’aria quasi natalizia, ci scalda il cuore.


Così, salutando per sempre le sale con gli affreschi dove ci riunivamo e lo scantinato dove lavoravamo le bozze, brindiamo alla nuova avventura della nostra vecchia rivista, e alla nuova sede Mondadori, da dove continueremo a fare i nuovi Nuovi Argomenti.


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