Città sommersa di Marta Barone

«Si narra che sulle sponde del lago Svetlojar, perso nelle foreste della regione di Nižnij Novgorod, a nord del Volga, si trovasse la favolosa città di Kitež. Quando i tartari arrivarono per conquistarla attraverso un sentiero rivelato da un traditore, la città si inabissò nel lago e scomparve lentamente di fronte agli occhi stupefatti degli invasori»

Città sommersa di Marta Barone è il racconto della nascita di un romanzo. La storia di una scrittura che pensa sé stessa, che si confronta faccia a faccia con la memoria, con l’ossessiva consapevolezza che ogni pretesa di verità sia destinata a naufragare di fronte all’«essenza irripetibile» di una vita così come è avvenuta. Ancor di più se quella vita non è la tua, ma allo stesso tempo non ti è propriamente estranea. Far parlare chi non c’è più è il miracolo concesso dalla letteratura, ma quando ad essere rievocata è la voce del proprio padre, come in questo caso, l’impresa diventa struggente.

Come lascia intendere la scrittrice, sarebbe bello se la vita e la memoria fossero «una distesa uniforme» e invece, forse, ciò che le rende costantemente oggetto di riflessione e di arte è proprio l’inaspettato, l’incidente di percorso, la cedevolezza del terreno, l’imprevisto che scaglia la traiettoria dell’esistenza verso direzioni inattese. Proprio lì, ogni certezza si infrange, lo sguardo sprofonda e vede che, sotto quella distesa del ricordo che ci sembrava così salda e sicura, c’è l’abisso sotterraneo, la complessità inespugnabile della verità sottratta dal e al tempo, la vita che diamo per scontato di conoscere e che invece è esistita in altra maniera e al di fuori di noi: la città sommersa.
Questa è la storia di come nasce la narrazione dell’impossibile. Marta Barone, dopo un soffertissimo blocco dello scrittore, ferma su una storia che voleva raccontare – un’altra voce da resuscitare –, finisce per riconciliarsi con la scrittura grazie alla figura del padre che era venuto da poco a mancare. Una storia che aveva sempre diligentemente circoscritto nello spazio asfittico del rimosso, schivandola e allontanandola il più possibile da sé, per poi inaspettatamente trovarsela dipresso come «conato della memoria» con l’incontrovertibile e irrefrenabile necessità di essere raccontata. Una storia ormai persa, cancellata, contraffatta dalla memoria stessa che è menzognera: «le persone alterano i fatti. Scelgono di raccontare la loro vita in un certo modo e non in un altro. Dimenticano».

Quella figura, così lungamente delineata nella mente, quella di un padre che non conosceva l’ironia e con cui non era riuscita a legare, compare davanti come un ritratto in piedi, ma irriconoscibile. I contorni si sfaldano, i colori assumono nuove sfumature, la vita del singolo palesa la sua natura monadistica: l’universo storico, con tutti i suoi spazi ignoti, che si spalanca allo sguardo di chi vuole guardare. Ciò che Marta Barone sapeva, l’unico indizio, era che il padre fosse stato messo sotto processo, assolto poi con formula piena, per un presunto coinvolgimento con l’estrema sinistra: aveva soccorso un membro dell’organizzazione armata Prima linea.

Questo libro è un viaggio che ripercorre il passato, un viaggio sofferto costantemente depistato – quello della macchia nera della nostra Storia, gli anni ’70, ancora disseminata di lacune, di rimozioni e di alterazioni – e lo sovrappone al presente. La storia del singolo si lega con quella di una città, Torino, che non è semplice fondale: è città-mondo, emanazione e rappresentazione architettonica dello spirito di quei tempi bui, ora invisibile ad occhi che ne ignorano la storia. Il senso di disagio e di rabbia per essere stata messa all’oscuro dal padre, per essere stata tenuta fuori (lei come altri) da quella parte di vita passata, che forse avrebbe reso tutto diverso, fa sì che la scrittura sia implacabile, spinta dalla voglia di scoprire, di sapere, di registrare, senza riuscire a reprimere, in un primo momento, quella tagliente ironia che il padre non riusciva a cogliere e apprezzare (ma costantemente frenata dal ricordo racchiuso in due esili parentesi tonde: quello intimo, privato e teneramente nostalgico in cui l’affetto e l’amore non erano mai mancati).

Inevitabile è che, in questa storia, Leonardo Barone si trasformi in personaggio: L.B. La scrittrice prende le distanze per ridurre la miopia, segue le tracce, ascolta le storie, riporta la cronaca, ma in tutto questo scopre un uomo che non aveva mai conosciuto, ma che comunque era esistito. Qui il vero protagonista è lo sforzo di trasformare in semplice racconto la complessità dell’esistenza: quella dell’uomo sommerso che si nascondeva dietro la figura del padre, l’uomo dall’etica incorruttibile, che aveva creduto fino in fondo ai suoi principi senza mai tradirli. Dietro la storia, si delinea lo scontro tra il modo in cui si guardava ieri la realtà, quello di una vita in cui ancora si poteva credere negli ideali, in cui si moriva per il proprio credo, e il modo in cui si guarda oggi la realtà, tagliata ormai dal sorriso obliquo e ironico di chi non crede più in nulla e, per questo, è convinto che il mondo lo conosca interamente e gli sia dovuto senza sorprese. Ma segue l’avvertenza: «non essere soltanto ironica. È troppo facile. Abbi pietà di queste persone. […] Sono stati divorati dalla storia».

Anche lo stile e la lingua della Barone paiono distesa liscia e spianata su cui far scorrere lo sguardo, quando in realtà nascondono la densità meticolosa del traduttore, che cesella le parole e le adagia sul foglio come se quello fosse stato sempre il loro posto, e l’intuizione mnemonica della studiosa di lettere e di lettrice appassionata che addensa strati di senso a citazioni letterarie, rendendo il lontano vicino, il diverso analogo.

Sempre sul punto di fermarsi, di smarrirsi, di seguire false piste, è forse proprio la tenacia, quell’implacabilità, con cui viene condotta avanti la ricerca sulla vita del padre e su una frangia politica ben specifica, a tenere uniti i frammenti di quella figura che la memoria aveva camuffato e la ricerca aveva infranto. Ecco il miracolo appunto della letteratura, l’impossibilità di una storia che si realizza e, con essa, la consapevolezza, la riappacificazione, l’unità ritrovata con l’altro e, inaspettatamente, anche con sé stessi. Il doppio, quello in superficie e quello nel fondale, il padre ignoto e quello noto, che si riconciliano. E proprio lì che può avvenire forse il vero miracolo: il perdono.

Nel guardare quegli anni, ai nostri occhi tutti diventano padri nascosti sotto la superficie di quella macchia nera della nostra storia che gli scrittori ancora tentano di ripulire, raschiare, cancellare. C’è un nodo lì nascosto che ancora dobbiamo sciogliere, la città sommersa ancora tutta da esplorare perché la memoria l’ha nascosta, ma non demolita. Questa brama di conoscere, di ricordare, in realtà nasconde, dietro l’atto umano, un atto politico.

Città sommersa sembra parlare costantemente su due livelli, l’emerso e il sommerso, dall’inizio – già nel fulminante incipit – sino al doppio lascito finale. Uno umanissimo, quello in cui ci insegna che nonostante le nostre meschinità, gli errori, le cadute, gli sbagli, l’omertà e gli infingimenti, forse basterebbe poco per finirla di tormentarci e tormentare, per non vivere di rimpianti o di occasioni mancate, per non essere perseguitati da sensi di colpa o da rancori ancora ribollenti: basterebbe essere più indulgenti. Dall’altro però, il memento, quello politico, forse non intenzionale, per il quale non saremo mai in grado di capirci, di raggiunge l’illuminante sprazzo di autocoscienza politica (che è consapevolezza), se non immergiamo tutti la testa in quella macchia storica perché proprio lì risiedono le fondamenta di ciò che ora siamo.
Giulia Valori

Giulia Valori è una bookblogger e bookstagrammer. Gestisce il blog Il Paratesto. Su Instagram la trovate come ilparatesto.