Chi guarda dall’alto / sbaglia più facilmente

Sono le 8 e 57 ed è una mattina di fine settembre. Mi trovo sopra una distesa bitorzoluta e verdemarrone con una schiera di pale eoliche e qualche manciata di case sparse e un’unica strada tracciata che da qui su sembra un filo che si srotola sulla terra. Se ci penso oggi, nella parentesi di un mondo che è stato stravolto da una pandemia, tutto questo non può sembrare reale. Eppure quella mattina di settembre ero proprio lì, seduta al mio posto sull’aereo, spingendo la fronte sull’oblò per guardare giù e sentendomi un po’ il Leo di Tondelli che nell’incipit di Camere separate guarda fuori e percepisce il tempo che è trascorso.

Da qui su vedo la costa e dei puntini che sono barche ancorate al largo. Poi vedo dei rettangoli, che sono case, e una linea, che è la scia di una barca, e poi un triangolo, che è un triangolo di terra che spunta dall’acqua e che da qui sembra vuota e selvaggia, ma che probabilmente non lo è. La geometria della terra è una materia strana perché tutto ha una forma, ma a un certo punto ne ha un’altra e quando non sarò più in aria, quelle forme cambieranno ancora una volta – e ancora una volta mi illuderanno. Quei puntini che erano navi saranno forme molto più complesse e difficili. Chi guarda dall’alto, diceva la Szymborksa in una poesia, sbaglia più facilmente. Da lontano manca la prospettiva, da lontano il mondo è facile, dall’alto scorgi le cose senza vederle. Poi fai un passo sulla terra e tutto acquista profondità, prospettive, angoli.

Cerco di sporgermi ancora un po’, premo più forte la fronte al vetro. All’improvviso vedo dei pezzetti di terra emergere dal mare: sono le isole greche. Poi un agglomerato di bianco e qualcosa che si muove: la mia testa trasforma quegli abbozzi di cose in case e macchine.

Elaboro la descrizione dall’alto di questo panorama, la rileggo e penso: le cose lontane sono sfumate, sono fuori fuoco e non puoi sentirle vicine perché sono prive di particolari, di appigli. Non le conosci. Ciò che è lontano ci è straniero. La morte di qualcuno che non conosciamo, un disastro ambientale dall’altra parte del mondo, le ingiustizie perpetrate altrove: ci si indigna, ci si dispiace, si combatte anche, ma poi – che nessuno lo neghi – gran parte delle volte si soprassiede. E non è questione di superficialità o di mancanza di ideali; è la nostra arma di difesa. Come si farebbe a soffrire con la stessa intensità per ciò che accade qui e lì, dentro casa nostra e nelle case di sconosciuti a migliaia di chilometri?

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Ora sono sulla collina ai piedi del Partenone, in cima all’Acropoli, e se guardo in alto vedo solo nuvole serrate. D’un tratto, però, il cielo pare spaccarsi, si crea una fessura e da lì si fa strada una luce obliqua che ingiallisce tutte le case e le fa luccicare come dentro un presepe. Ora sono sulla terra, è vero, ma il panorama continua a essere lontano. Alle sette in punto, da qualche parte tra le arterie di questa città che è un cuore pazzo che batte dentro il petto dell’Attica, suonano delle campane. Poco dopo ne suonano altre, ma altrove, più a destra e dalle finestre di alcune case, negli appartamenti di gente che non conosco, entra quella luce di cui posso vederne l’origine nel cielo. In quelle case, che da qui scorgo piccole e generiche, sono contenute vite e storie. Ma queste vite e queste storie mi sono straniere. Appartengono a me solo nella misura in cui appartengono alla terra. In maniera vaga e approssimativa. Dove mi sta portando tutto questo? Forse solo nel punto in cui sono, nel luogo esatto dove semplicemente ci troviamo tutti: nel proprio. È facile guardare da lontano, senza prospettive o dettagli, osservare dal punto in cui ogni cosa sembra essere geometricamente elementare. Pensi che sia meglio così, rimanere a distanza, in protezione. Ma poi accade la vita e alle cose ci cadi dentro, ci vai a finire vicino e sei costretto a guardarle bene, a scoprirne i meccanismi, gli inceppi, a curartene, a proteggerle. E non c’è più scampo. Nessun aereo ti porterà più lontano.

Prospettiva

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere voi, lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

Wisława Szymborska

Sono una lettrice il più possibile e una bevitrice devota di caffè. Sono nata e vivo a Roma, la città più bella del mondo, dove si intrecciano tutti i temi a me cari: il tempo, la memoria, il caso.
Vorrei scrivere poesie come Wistawa Szymborska e prosa come Annie Ernaux, ma al momento la mia occupazione principale è leggerle.
Le lauree che infiocchettano il mio curriculum sono in Lettere Moderne e in Editoria e Scrittura, ma ora smetto di dirvi chi sono che tanto in così poche righe potrei dirvi tutto e niente.