Addio fantasmi

«Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.»

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere. Diario (1935-1950)

 

Nessuna citazione potrebbe essere più calzante di questa mentre mi accingo a parlare di uno dei libri più intensi che abbia letto, con il suo stile immediato ed efficace. Ci sono libri che segnano per sempre, che attraversano anime e oltrepassano il confine della carta stampata, che esortano ad andare a fondo per affrontare gli spettri che cerchiamo continuamente di nascondere. Non c’è un momento giusto, c’è semplicemente un libro giusto adesso, nel passato o nel futuro, pronto a prenderci per mano e a guidarci verso la conoscenza più profonda e – anche, irrimediabilmente talvolta – dolorosa di noi stessi. Questa è stata la mia esperienza di lettura di Addio fantasmi.

Nadia Terranova, scrittrice mia conterranea, racconta la tormentata vicenda di Ida, una donna che vive le relazioni personali e gli eventi della vita alla luce di un fatto della sua infanzia che ha distrutto la sua casa e la sua serenità: malato di una grave depressione, una mattina suo padre si è alzato ed è scomparso, ha chiuso la porta di casa alle sue spalle, e di lui sono rimasti soltanto lo spazzolino umido nel bagno, i volumi di letteratura spessi sugli scaffali, e pochi oggetti misteriosi custoditi poi da Ida all’interno di una scatola rossa: il segreto che accompagnerà il lettore fino alla fine e che sarà l’emblema di una questione irrisolta e pressante che si trascina come un bagaglio. In una sorta di incantesimo anomalo, la scena dell’abbandono si ripete perennemente nella mente di Ida, che è costretta a fare i conti con i propri fantasmi nel momento in cui la madre la richiama a Messina in vista della ristrutturazione e della vendita di quell’appartamento ormai tramutato in cui una volta vivevano felici, tutti e tre.

È proprio il respiro della casa che consente al passato di riaffiorare, lentamente e pure con violenza: travolge come un oceano che inghiotte e si nasconde negli angoli bui delle stanze, negli sfiati dei termosifoni sporchi e nel caffè amaro che scoppietta nella moka, al mattino, nel silenzio che intercorre fra scambi vuoti di parole. Ogni cosa è intrisa dell’assenza di quel padre che non è mai tornato, tutto nella casa parla di lui: la vita va avanti senza di lui ma è una vita in cui Ida non si identifica. Il significato della sua esistenza le appare radicato a quel difetto, a quella macchia, a quell’ossessione dolorosa che si è espansa e ha continuato a condizionarla per ventitre anni, e che ora si nutre della sua necessità di scegliere gli oggetti da tenere e quelli da buttare via. La battaglia di Ida risiede nel corpo a corpo con il dolore psichico e claustrofobico fra quelle mura e con quella perdita da cui sembra nascere ogni cosa, che svuota ogni esperienza.

L’addio narrato dalla Terranova è un percorso a tappe, frammentato in tre momenti che accompagnano la protagonista verso la piena consapevolezza: il nome, il corpo, la voce. È un addio solitario ma aperto alle solitudini degli altri, un invito a ripercorrere le nostre realtà, per ricordarci che siamo tutti dei sopravvissuti – e ai sopravvissuti è dedicato il romanzo. È una causa al tempo che non perdona, che non cancella e che non dimentica, che scorre nonostante tutto.

Fra il tramonto e la cena, l’assenza di mio padre tornava a visitarmi. Aprivo il balcone sperando che il temporale filtrasse dai soffitti e squarciasse le crepe sul muro, supplicavo la tramontana di trasformarsi in uragano e rovesciare in terra l’orologio e le sedie, all’aria il letto, i cuscini, le lenzuola. Non vuoi sapere che sono diventata grande, non ti interessa?, chiedevo, e nessuno rispondeva.

Quella di Ida è una famiglia che ha perso il nucleo, il calore originario che accoglie e protegge, e che non è mai riuscita a ricucire davvero quella ferita prima che ne aprisse molte altre. È un dolore così radicato che non ci è possibile conoscere il nome di Sebastiano Laquidara prima di giungere alla seconda parte del romanzo, Il corpo, ovvero il momento in cui Ida dona una definizione e quindi una consistenza a quella esistenza/assenza caratterizzante, iniziando ad elaborarla.

Per tutta la vita ero stata figlia dell’assenza di Sebastiano Laquidara. […] E se mio padre aveva deciso di perdersi tutto questo, se non aveva voluto assistere all’inaugurazione della mia vita di femmina, tanto peggio per lui. Così diceva ogni nuovo gesto di mia madre, volto a concedermi che valesse la pena vivere e dimenticare, e io, con i miei occhi all’improvviso nudi, dopo pochi giorni avevo imparato a truccarmi per nascondere le piccole vene blu su occhiaie che neppure sapevo di avere.

Il dialogo con il passato è ormai avviato, Ida guarda al presente con gli occhi dei fantasmi che le sussurrano e instaura un contatto con se stessa adolescente e con quelle sensazioni così remote eppure così vivide, con quelle domande che non hanno mai trovato una risposta e che per questo emergono ancora in superficie, una volta per tutte. Il percorso è tortuoso, pieno di ostacoli – fisici e mentali –, avrà una svolta definitiva, a un certo punto: più che la svolta, però, Nadia Terranova ci insegna che contano i momenti di questo percorso, che vedono impegnata una figlia dietro l’ombra del padre, che ha dentro l’ombra del padre – i luoghi della sua adolescenza in Sicilia, in particolar modo il mare, non fanno che ingigantirla.

È possibile trionfare sull’abbandono? Addio fantasmi tenta di rispondere a questo difficile quesito attraverso lo stile diretto e puntuale della Terranova, che descrive sensazioni, emozioni che approdano senza fatica al cuore del lettore con la loro dolorosa immediatezza. È una scrittura semplice e profonda che viene da un’anima pronta ad accogliere le vicende altrui, dopo aver saputo ascoltarsi e raccontarsi nella sua nudità essenziale; è la scrittura che mi ha condotta ad una verità – dentro di me, celata – che fingevo non esistesse, e che è stato un bene accettare.

Addio fantasmi è entrato a far parte della cinquina finalista del Premio Strega, e non potrei essere più felice. È uno di quei libri che mi hanno segnata e cambiata, e questo è forse il compito di chi scrive, nei modi più vari: lasciare una traccia.

Anna Negri è una bookblogger e bookstagrammer. Gestisce il blog Riverbero di parole - Itinerari di libri e poesia. Su Instagram la trovate come riverberodiparole.