A un padre

Due poesie di Samir Galal Mohamed seguite da un dialogo con Franco Buffoni. Le poesie fanno parte di una silloge in uscita nel XII Quaderno italiano di poesia contemporanea (con Maddalena Bergamin, Maria Borio, Lorenzo Carlucci, Diego Conticello, Marco Corsi, Alessandro De Santis e Samir Galal Mohamed; Marcos y Marcos, 2015)

A un padre

Io sono l'orfano
figlio di un uomo annientatosi
nel nome di un'altra identità,
dello spirito di un tempo terminale.

Padre mio imbalsamato.
Assimilato fino all'ultimo
residuo di paura del non-essere
consumato, già una vita

hai procrastinato: morte apparente
che non si fa dialogo all'infuori di te;
ora vedo il tuo, nuovo, tra i corpi
di oggi dilaniati dalla storia.

*

Ti riscaldi con le parole dei poveri
nei secoli dei secoli. Nel pieno di
un silenzio pieno risorgi e palpiti e
io brillo: tu dall’incarnato borghese,
io dal sudore speziato.

F. B.: Già da una ventina d'anni vado scrivendo e dicendo di un mio convincimento: che il grande poeta italiano del XXI secolo probabilmente sarà figlio o nipote di qualcuno che al semaforo tentava di lavarci il vetro. Sarà una persona molto sensibile e intelligente; avrà vinto delle borse di studio, avrà studiato a scuola Leopardi, Tasso e Lucrezio come noi, ma in casa avrà sentito fonemi, odori, litigi, sapori e discorsi che noi non sentiamo. E costui o costei saprà impastare tutto ciò con l’italiano e nell'italiano di Leopardi, Tasso e Petrarca che avrà studiato. Non sto dicendo che Samir Galal Mohamed sia questa persona, questo poeta... Sto dicendo che la sua presenza indica una linea di tendenza: qualcosa che in Francia e Inghilterra sta già avvenendo da qualche decennio.

S. G. M.: Ricordo molto bene in quali circostanze scrissi A un padre. Per esempio, la stesura (dalla bozza alla versione definitiva) richiese un arco di tempo di tre mesi, mesi che coincisero con l’estate del 2013. È una poesia che ho “chiuso” in un periodo abbastanza breve, considerando quante revisioni mi occorrono generalmente per decretare un testo compiuto. A ogni modo, penso che per chi ci legge sia interessante conoscere le (due) principali fonti, quantomeno consapevoli e, credo, immediatamente evidenti e facilmente rilevabili, dalle quali questo testo attinge. Per quanto riguarda il ritmo, la cadenza – l’oralità, avrebbe detto W. J. Ong – il debito nei confronti della pasoliniana Io sono una forza del passato è piuttosto esplicito – forse, il debito è anche lessicale. L’impianto filosofico della composizione, invece, è stato “istituito” sotto l’influsso di un mio (tanto personale quanto imperfetto) studio del sistema hegeliano, in modo particolare dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (cfr. Gli individui e la storia).

A un padre è una poesia dialogica in senso ampio, perché, effettivamente, in essa non si dà formalmente dialogo all’infuori di lui: mio padre. La storia, però, grande e meschina narrazione, o meglio, il nostro esserci, garantisce ineluttabilmente uno scambio fra le parti. Ma mai, come in questo caso, la mia previsione, la mia sintesi, si è fatta tanto impietosa. Aggiungo inoltre che trovo profondamente errato delineare il carattere di questo testo come “intimo”. Ogni poesia lo è, in una certa misura; è un dato ineliminabile. Posso dire, tuttavia, che A un padre è autenticamente e insostituibilmente mia, proprio come la mia morte. La mia e, soprattutto, la sua. Infatti, è un testo che mi vede gettato non solo sotto un profilo schiettamente esistenzialistico; mi riguarda anzitutto in qualità di poeta, come progetto nel mondo: sprovvisto di efficaci strumenti di difesa, dò in pasto la mia vicenda, la mia tradizione, il mio corpo e il mio sangue, prestando peraltro il fianco a letture tautologicamente strumentali. In questo modo, mio padre, il padre, può tornare a darsi come tale. Ed è altrettanto chiaro che non c’è volontà di parricidio. È giunto, al contrario, il tempo dell’attesa: il crollo ineludibile di ogni certezza senza una sostituzione.

Ti riscaldi con le parole dei poveri, invece, fu scritta precisamente un anno prima, nell’estate del 2012. A mio avviso, è un testo molto meno implicito. Di fatto, ha una maggiore “evidenza poetica” – con ciò, non voglio accreditare a questa poesia un giudizio di valore positivo, ma soltanto evidenziarne un aspetto: il suo parlare e muoversi in una lingua riconoscibile all’istante. Seppur brutale, la voce di questa poesia è indiscutibilmente amica.

Il “sudore speziato” altro non è che il mio nome (e cognome) tradotto e contrapposto alla purezza borghese, ostentata, volgare e fallace. Il sudore è più che mai espressione e, in questo caso, espressione sociale: ancora oggi, in particolari circostanze, quel sudore è (sinonimo di) un odore ripugnante.

Occorre ancora una precisazione di carattere biografico: mio padre non ha mai dovuto svolgere attività assimilabili a quella evocata da Franco nella sua introduzione. Ritengo sia importante fare chiarezza, proprio per non favorire interpretazioni ulteriormente strumentali.

F. B.: Come ho letto l’intervento di Samir e ho come cominciato a riflettere sul taglio da conferire alla mia risposta, ho compreso che non potevo replicare in termini solo teorici, per esempio filosofici, come Samir a un certo punto mi indurrebbe a fare. E uscire dalla teoria significava anche per me riflettere sul rapporto col padre, proprio per come Samir lo ha impostato.

Qualche mese fa, da Marcos y Marcos ho pubblicato un romanzo breve intitolato La casa di via Palestro. In questo libro appare una lettera al padre, che vorrei qui parzialmente riportare:

Caro Padre,

“Il nostro onore è la fedeltà”, era inciso sulle fibbie delle cinture delle Waffen-SS. Anche il tuo onore era la fedeltà? A chi? Al re? O piuttosto era una maschera per non metterti mai radicalmente in discussione? Non era stata un’azione vigliacca quella di invadere la Francia - un paese già vinto - nel giugno del 40? Per carità, lo so bene… gli ordini ricevuti, l’obbedienza. Difatti non discuto quell’azione in sé; io discuto il tuo rifiuto a parlarne nei trent’anni successivi, per esempio dopo che don Milani tanto semplicemente spiegò al mondo che l’obbedienza non è sempre una virtù.

Tu, per onore, avresti preferito strangolarmi con le tue mani piuttosto di accettare l’idea che io - tuo figlio - fossi omosessuale. Il tuo onore non poteva accettarlo. Lo sapevi che in un campo non lontano dal tuo, a Deblin, c’erano quelli come me, da sterminare metodicamente, con il loro triangolo rosa cucito sul petto? Oh sì, lo sapevi, anzi ne ridevi con gli altri come te. Dei culi certamente ridevate. Di tutti i culi d’Europa ammassati nelle stesse baracche.

Malgrado Gobineau e Sorel studiati al corso per allievi ufficiali - a integrazione della dottrina del popolo deicida in precedenza acquisita col cattolicesimo - gli ebrei forse un po’ li avresti comunque difesi; diciamo che avresti difeso almeno le donne i vecchi e i bambini per spirito umanitario… Ma quelli col triangolo rosa, quelli proprio non si potevano giustificare. Meritavano di fare quella fine. La stessa fine che gli avresti fatto fare tu. Almeno a parole. Ma si sa, i tedeschi, anche nelle questioni d’onore, sono più concreti.

Leggendo le tue note di partenza dalla Corsica, scritte in matita in stenografia il 29 settembre 43, ho la sensazione che tu non avessi ancora capito che cosa stava per succedervi. All’inizio descrivi littorialmente “il commosso tributo di popolo” tra Piombino e Poggibonsi al passaggio delle vostre vetture: per il momento, almeno voi ufficiali, siete ancora in carrozze di terza classe, insieme alla scorta tedesca. Cambierà appena passato il Brennero. Ma il treno si ferma anche, per ore, in aperta campagna e nelle stazioni. Poi da Bologna vi deviano per due giorni su Mantova prima di riportarvi a Verona (il Brennero era stato bombardato, poi riaperto). Un viaggio di sei giorni. Durante i quali, almeno fino a Verona, l’occasione di fuggire c’era stata. Scrivi che ti fecero persino scendere più volte con altri e in diverse stazioni per il trasporto dell’acqua e del pane.

Non sei fuggito perché la fuga ti avrebbe fatto cadere nell’illegalità. Meglio la Germania come prigioniero, dell’illegalità. E i partigiani erano illegali, erano “fuorilegge”. Mentre la guerra, anche la più sporca e vigliacca, era comunque legale, istituzionale.

La mia sensazione è che ciò che ti fece più soffrire in Corsica, nel settembre del 43, fu il disordine. Si era rotto il tuo giocattolo, la tua “compagnia”, dove regnava un “sano” spirito di cameratismo. E ne era venuta fuori solo confusione. Tutto sommato, poi, il campo di concentramento come idea funzionava: perché era ordinato, c’era una gerarchia, i ruoli erano definiti. Tanto che i lamenti più stizziti nei due anni seguenti sono per la convenzione di Ginevra che non viene rispettata. Perché non siete più riconosciuti come ufficiali e cercano in ogni modo di disonorarvi. Ma voi duri e puri a resistere. Due anni. Due inverni. Tu, tenente mortaista, coi tuoi soldati: i tuoi mortaisti. Ma ci pensi all’etimologia? Si trattava di esercitare un dominio psicologico su qualche centinaio di uomini in giovane età, per altro già strutturati gerarchicamente. Facendo leva sui meccanismi del comando per apparire anche magnanimi, equi, prodi ed essere dei modelli. Con il narcisismo pienamente appagato.

Al ritorno, certamente, sentirsi trattati come esseri fastidiosi, puzzolenti di littorio, deve essere stato terribile; capire che i valori su cui avevate basato la vostra “resistenza” - giuramento alla monarchia, obbedienza cieca e assoluta agli ordini - erano stati rimessi in discussione. E altrettanto pesante da sopportare deve essere stato vedere i furbi che si erano arricchiti con la borsa nera, magari impossessandosi di merci e beni appartenuti a famiglie ebree. O altri che si erano imboscati in qualche modo, e all’ultimo momento, fiutato il vento, si erano messi il fazzoletto azzurro al collo… e adesso erano lì a darvi lezione di democrazia e di resistenza: “Mentre voi eravate là a far niente, noi eravamo qui a combattere contro i tedeschi”. Frasi che, per te - che i tedeschi li avevi combattuti davvero in campo aperto - non erano tollerabili. E te lo sentisti dire addirittura dal futuro sindaco di Gallarate, imboscato, partigiano dell’ultima ora e poi democristiano.

Giudizio morale: lo sospendo. Certo, se contestualizzo, capisco che mio padre ne esce bene. Ma - poiché è stato mio padre nei due decenni successivi - e ricordo giorno per giorno il male che mi costò crescergli accanto, preferisco sospendere il giudizio. O meglio, lasciarlo alla poesia:

Un sollecito nemico

"Solo questa per avisarti come ne’ dì passati
io ricevetti una tua, per la quale io intesi
tu avere avuto erete, della quale cosa intendo
come hai fatto strema allegrezza: (…) con ciò
sia che tu ti sè rallegrato d’averti creato
Un sollecito nemico, il quale con tutti li
suoi sudori disidirerà libertà, la quale non
sarà sanza tua morte”.
(da una lettera di Leonardo al fratellastro Domenico)


Erano i giorni d’agosto, le lumache lasciano il guscio,
Diventano vermi arancioni con gli occhi e le antenne:
Non sembrano più nate al loro prima
E tanto è il giorno che chiedono
E tanto era il giorno come fossi stato
Sempre senza te,
Fuori e dentro il guscio
Per non somigliarti.

*

Borghesia cattolicesimo fascismo

Borghesia cattolicesimo fascismo
Forse è crescere i figli
Portandoli la domenica al cimitero
Sulle tombe di marmo dei nonni.
Così che un accidente non la norma sia per loro
Il morto insepolto la nuda terra il fuoco.

*

Virilità anni cinquanta

La bottega del barbiere di domenica mattina
Camicie bianche colletti barbe dure
Fumo. E quelle dita spesse
Quei colpi di tosse quei fegati
All’amaro 18 Isolabella
Al pomeriggio sulla Varesina nello stadio
Con le bestemmie gli urli le fidejussioni
Pronte per domani, lo spintone all’arbitro all’uscita
La cassiera del bar prima di cena.

Caro Samir, non so se infine ho portato luce, oppure se ho complicato ulteriormente le cose. So solo che l’ho fatto con affetto. Franco

Immagine: Lee Ufan, Relatum, 1979-96.

 

 
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