Giugno 2013

Mese: Giugno 2013

La senatrice all’elezione del Presidente della repubblica

La sera prima ho fatto una cosa che faccio molto poco. Sono tornata a casa abbastanza presto, ho preparato una cena. Uova al tegamino con asparagi, patate al forno, insalata e fragole. Sono cose che vengono dal mio orto in campagna. Io raccolgo tutto il lunedì mattina, arrivo a Roma e per tutta la settimana ho le verdure e le uova delle mie galline felici che non vengono ammazzate per diventare polli da forno ma galline solo da uova.
Ho aspettato mio marito che arriva tardissimo. Se arriva troppo tardi mangio da sola. Il suo uovo l’ho cotto quando è tornato.
Poi ho fatto quello che fanno tutte le donne quando hanno un appuntamento importante: sono andata di là nell’armadio e ho cominciato a dire che mi metto domani?, mi metto una cosa molto visibile? Ho pensato: mi metto una cosa elegante. Sì, perché è un’occasione importante. Però se mi metto il solito tailleur grigio / tailleur blu mi mischio fra mille uomini perché sono tutti in grigio e blu. Quindi mi metto un tailleur rosso? No: perché rossi sono i sedili della camera e se stai seduta ti perdi, perché il rosso non si vede, e poi il rosso lo usano tutte le donne della sinistra, quindi non va bene rosso. E quindi ho detto: Sicuramente questa roba non passa al primo voto, torneremo a votare il presidente anche domani e dopodomani, faccio una scelta di vestiti per i prossimi giorni.
Poi c’avevo pure un’altra ansia: mia madre e mio padre, che hanno cominciato a bombardarmi di telefonate dicendo Oh c’è la diretta! Guarda che ti vedo! Come c’hai i capelli, che ce l’hai ricci?, che ce l’hai lisci? Se ce l’hai lisci ti riconoscono: insomma tutta una storia co’ sti capelli.
Sono arrivata alle dieci meno cinque con la mia piccola Smart nel parcheggio dei senatori, poi ho fatto tutto il pezzo a piedi fino alla camera bestemmiando fra i sanpietrini dove s’infilano i tacchi. Avevo delle decolletées chiare. E ho camminato in punta di piedi senz’appoggiare il tacco.
Non faceva freddo però avevo un piccolo soprabito che ho lasciato nella macchina perché mi sono detta chissà in tutta quella bolgia magari lo butto da qualche parte…
Poi avevo anche la borsa che però ho tenuto con me. Una borsona con il mondo dentro. IPad, cibo da vegetariana, carta per scrivere, quadernetti di vario tipo, ricarica batterie dell’iPad, ricarica batterie del telefonino, trucco perché non si sa mai, kleenex perché non si sa mai… Ho una piccola trousse, però mi trucco la mattina e ritocco solo la cipria e il rossetto, il resto del trucco non lo ritocco. Anche perché non mi trucco pesante.

Ovviamente per un neoeletto andare come primo appuntamento a votare il presidente è una cosa eccezionale. Noi non avevamo ancora nemmeno insediato le commissioni. Mi veniva un senso di ansia ma non perché non lo so fare. In vent’anni di politica ho votato di tutto. Dovevamo dare una risposta ai cassaintegrati, agli esodati, ai disoccupati.
Io arrivo sempre puntuale ma mai in anticipo. Essendo una vecchia signora mi devo molto ristrutturare e perdo tempo allo specchio.
Fa impressione entrare in quel posto enorme, è un girone infernale. Dove non c’era posto a sedere per tutti. Chi voleva farsi vedere è arrivato molto presto perché così si è messo nelle prime file.
Si comincia con i senatori. Prima chiama e seconda chiama. Se sei al bagno, vieni chiamata alla seconda chiama. Finiti i senatori, i deputati e poi i delegati regionali. Poi comincia l’altro ambaradam, la lettura – la Boldrini che sembra che diceva il rosario.
Avrei voluto leggere i giornali, perché dai giornali cogli tante cose, però ho detto ci sono i fotografi, poi se ti dicono che guadagni diecimila euro al mese per leggere i giornali, è meglio che te li leggi a casa. Perché noi ora abbiamo pure quest’incubo: che non solo ti fanno le fotografie con i cannoni, e vedono pure se hai scritto un bigliettino. Ma ti fanno le fotografie su tutto quello che c’hai addosso, se ti sei messa le dita nel naso o nelle orecchie. È una brutta sensazione.
Certo dipende anche dalla propria sicurezza in se stessi. Secondo me una bella donna ben vestita sta abbastanza tranquilla.
Devo dire che più aumenta l’età più diventa difficile. Ti stanchi. Non ti puoi levare le scarpe anche se vorresti, quante volte vorresti. Cerchi di fare quello che puoi, guardi se la tovaglia è abbastanza lunga, se puoi sfilarti una scarpa, se ti pizzica il naso cerchi di farlo in modo educato. Te lo tocchi se hai il fazzoletto, se devi sistemarti i capelli cerchi di farlo senza che poi ti restano i capelli in mano e non sai dove buttarli. Io vengo da un’educazione rigida. Sono stata molto vessata da bambina. Sono una maniaca di come si mangia a tavola. Se sto a tavola con persone che mangiano male mi sento a disagio.
A pranzo mi sono molto vergognata. Perché mi porto le cose da casa. Quando so che posso rifugiarmi a mangiare in macchina o nell’ufficietto mi porto un contenitore con l’uovo sodo oppure il formaggio e il pane. Quando so che invece, come oggi, mi può capitare di mangiare nella bouvette, prendendo un caffè, mangio delle barrette di proteine vegetali che compro in farmacia, un prodotto omeopatico.
Oddio, c’hai sempre un po’ di fame, però nelle bouvette di camera e senato c’è la frutta sempre. Puoi prendere la spremuta. Io prendo molto latte.
Tre giorni chiusi là dentro.

La sera ci è stata data consegna con i messaggini. Ricevi le indicazioni per sms su chi votare dalla segreteria del partito, e il mail bombing di amici e sconosciuti per votare l’altro. Quindi una sensazione devastante. Sms di amici, conoscenti, persone. Una brutta sensazione d’incertezza. Oltre all’ansia di una neoletta, il look, l’ansia di rappresentare un partito nel quale vieni travolta dalle logiche di apparato e di corrente anche se non sono tue. La devastazione del partito la vivi sulla tua pelle, migliaia di mail bombing di gente che diceva chi votare sulla mia casella di posta del Senato.
Mi addormento sempre tardi. Guardo i programmi politici, Rai News 24, Linea Notte del tg3, e guardo i siti dei giornali, del partito. Leggo Linkiesta. Nel letto, al buio perché mio marito vuole dormire. Guardo la tv al letto, mio marito non ci sente e dorme meravigliosamente. Metto il volume al minimo, la stanza è buia, la tv è attaccata in alto. L’ipad lo accendo quando spengo la tv. Il multitasking mi pare da nevrotica.
Alle otto mi ha svegliato mio marito con il tè. La mattina sono brutta e cattiva, ringhio. Mi sono tutta ristrutturata. Non mi faccio la manicure, ho le mani rovinate dall’orto.
Ci siamo riuniti al Capranica, che porta una sfiga tremenda. Fuori dal Capranica c’era tutta la gente. Quando siamo usciti dal Capranica la seconda volta, fuori dal Capranica c’era lo schifo. Sono sgattaiolata dietro le telecamere per non farmi vedere. Perché uscire apertamente e sentirsi dire venduti e ladri io non mi sono voluta sottoporre a questo stress perché non me lo merito. Ma sono un soldato e devo obbedire agli ordini del partito.

Potere per me è l’infinito del verbo potere. Se posso fare qualcosa per la mia gente.
È stata una vicenda tutta gestita al maschile. Questa mancanza di visione d’insieme, di bene collettivo. Poi alla fine, la regressione del maschio che torna bambino e torna dal nonno.
Sabato sera mi sono portata a casa il dolore.
Sabato sera me ne sono andata in campagna. Tardi. Ho chiesto a mio marito, domenica devo stare fuori, mi devo disintossicare da questo merdaio dove sono stata.
Non poter determinare niente è una cosa defatigante. Per fortuna io nel frattempo penso sempre alle mie cose, alla spesa da fare, se il gatto ha mangiato, se mio padre l’ho chiamato. I pensieri privati ti salvano, puoi non schiacciarti su una dimensione politica che è umiliante, perché non la determini.
Rispondere agli sms delle persone che cercavano spiegazioni. Volevano sapere se ero una dei traditori.

Quando entri in quell’affaretto è un momento in cui ti senti che stai partecipando alle sorti del tuo paese.
Esci da lì e la telecamera ti inquadra, ti vedono tutti, dopo due secondi tua madre te chiama te dice T’ho vistaaa.
Ci sono dei faretti, una mensolina, una vaschetta piena di matite, io mi porto gli occhiali perché ovviamente non ci vedo, la pieghi prima di uscire. C’ha questa cosa di tende e poi c’è sta cosa particolare che tu arrivi e non sei tu che dici presente è il commesso che lo dice.
Il segretario chiama, mi preparo, quando viene data la scheda in mano l’uscere dice presente, col tuo cognome.
Intanto sei fuori. Comunque sei fuori. Il mar rosso si è aperto, e tu sei passato.
Io mi sono sentita liberata.
Poi certo.

Quella sera sono partita immediatamente per la campagna. Sono passata per casa, mi sono cambiata la mia bella camicia, ho preso le cose della spesa nel frigorifero, sono passata a prendere mio marito, siamo andati, e in campagna abbiamo mangiato dentro casa, fa ancora freddo.
Appena arrivo a casa vengo acclamata dai cani e dai gatti.
Non spengo il telefono, perché mio padre è anziano.

 

Il testo è stato scritto in occasione della serata “Lei non sa chi sono io” al Festival delle Letterature di Roma 2013.

Strong opinion – La cognizione del dolore (ai tempi di Facebook)

Il sociologo francese, Emile Durkheim in una sua importante riflessione sull’argomento, arrivava alla conclusione che il suicidio dipendesse più da dinamiche sociali che da problematiche individuali. E ammoniva dal considerare la società come mera somma di individui, trattandosi di un organismo più complesso di condivisione di istanze personali.
La parola “condivisione” è la parola chiave del nostro tempo ed è la parola chiave per capire le nuove generazioni.
Se qualcuno si domandasse “perché una ragazza di oggi può uccidersi?” ecco una possibile risposta in presa diretta:
“Una sera era a una festa di fighetti, quelli pieni di soldi che frequentava le sere in cui noi non potevamo uscire. E quelli che hanno voluto coprire la cosa nei mesi passati. L’hanno fatta bere troppo, e si è sentita male. È andata in bagno e l’hanno seguita, lei barcollava, l’hanno circondata, le infilavano un dito in bocca e le chiedevano di fargli… e nel frattempo la filmavano!”
Da manuale. Sembra prenda spunto da una canzone de I cani, un gruppo elettropop romano: “I pariolini di 18 anni comprano e vendono motorini, danno le botte di cocaina, fanno i filmini con le quartine, perché anche se non fosse amore, non per questo è da buttare”.
Le “quartine” sono appunto le ragazzine di prima superiore. Cioè di 14 anni.
Qualunque fosse il suo contenuto è un fatto che il video di quella sera finisce su Facebook.  Viene condiviso. Le arrivano 2600 messaggi di insulti in poche ore. Lei non regge la pressione di quello che oggi viene chiamato “cyber bullismo” (una parola idiota per un concetto idiota). E si toglie la vita attribuendo la responsabilità del suo gesto alla “cattiveria della gente”, soprattutto via web.
Ma i social network sono anche lo strumento con cui il dolore per la perdita trova il suo sfogo. Svariate le pagine in cui questa ragazzina continua a postare commenti, molte le lettere destinate direttamente a lei. Basta farci un giro per rendersi conto che l’emotività, sovraesposta, di ragazzini e adulti, è della stessa matrice dell’odio che l’ha condannata. Il filo conduttore è un’illogicità di fondo e un fiume di parole senza filtri, senza nessuna rielaborazione, da condividere assolutamente.
Questo nostro tempo è contraddistinto da un’immediatezza inedita, in cui ogni minuscolo atto quotidiano deve essere condiviso immediatamente perché diventi reale. E, data l’enorme rilevanza data ai personaggi famosi, quando condividono le loro faccende, anche noi ci convinciamo che interessi a qualcuno del nostro compleanno, della nostra gita al mare, del nostro disappunto su ogni questione politica o sociale e della nostra gioia privata. Come piccole tribù ci seguiamo a vicenda su Twitter, rilasciando costanti dichiarazioni, auto rispondendo a interviste precostituite da noi stessi su Tumblr, condividiamo le nostre fotografie su Facebook o su Instagram, affinché i nostri accoliti possano seguire i nostri pellegrinaggi.
È la massimizzazione, quella che stiamo vivendo, dello stracitato aforisma di Andy Warhol: in futuro saremo tutti famosi per 15 minuti. Avrebbe dovuto aggiungere: ma solo nella nostra testa. Perché i vip restano. È la nostra percezione a farci pensare che il nostro parere e le nostre giornate siano di un qualche interesse per gli altri, come quelle delle “persone veramente importanti”. Qualche pazzo, vaticina che siamo di fronte alla democratizzazione delle possibilità e inneggia a frodi come il self-publiching e alle autoproduzioni musicali come se fossero una rivoluzione senza precedenti. “Se ce l’ha fatta Justin Bibier” o “Se ce l’ha fatta Lana Del Rey”, perché non tu, col tuo gruppetto di musica alternativa post-punk-elettro-dubstep? Se quella è stata notata da quello stilista per il suo book on line, se quella si fa pagare per i suoi autoscatti su Instagram, perché non tu, che te ne vai in giro con quattro stracci trasparenti e stai meditando di acquistare quel nuovo perizoma che non si indossa ma si appiccica addosso?
Niente di nuovo.
Ma cosa è cambiato oggi?
La cosa oggi è diversa nelle dimensioni. E la quantità si traduce dialetticamente in qualità.
Viviamo con immaginarie telecamere sempre puntate, le macchine fotografiche (e i filtri dell’iphone) ci cacciano come se fossimo animali pregiati ed eccoci, sul nostro piccolo palco, ad aspettare gli applausi. L’approvazione sociale si costruisce sui like e sui followers che otteniamo raccontando e riraccontando la nostra vita.
Ogni distanza, ogni sana e rispettabilissima distanza, viene a saltare. Cantanti, politici, scrittori, personalità di vario genere parlano direttamente coi loro seguaci, rispondono ai complimenti, si indignano per le critiche.
E siccome le critiche possono essere mosse, in un tempo brevissimo, da enormi quantità di persone, ogni frase si amplifica fino a rendere intollerabile, anche per personalità affermate, quel muro di diffamazione.
E questo è ancor più vero quando la mancanza di strumenti culturali permette ai rumors di riecheggiare nel vuoto pneumatico delle nostre coscienze.
Il mondo dei quattordicenni di oggi è già radicalmente diverso da quando, pochi anni fa, con un romanticismo oggi in disuso, i Baustelle cantavano a proposito di una ragazzina di quattordici anni di ieri che si era tolta la vita: “Con una bic profumata da attrice bruciata, La guerra è finita, Scrisse così”.
Oggi l’ultimo messaggio è uno status. Che non profuma di nulla. Questi ragazzini hanno l’imperativo di condividere tutto. E tutti questi video e tutti questi messaggi, nel bene e nel male, sono quello che resta di una ragazzina suicida. Una moderna lapide virtuale su cui postare (e ripostare) nuove epigrafi.
Epigrafi che mi sembrano, a prima vista, mostruose. Mostruose perché nella loro inconsapevolezza sono irrimediabilmente kitsch. Cosa sia il kitsch ce lo spiega mirabilmente Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere. Libro che ho trovato noioso e infantile come romanzo ma strabordante di intuizioni geniali e lezioni filosofiche, come saggio sul futuro. Cioè il nostro presente.
Il kitsch, per Kundera elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile e si pone come l’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere. In altre parole, nel regno del Kitsch, impera la dittatura del cuore e i sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone.
Il Kitsch bandisce dalla vita tutto quello che turba. È il dominio dei gattini negli scatoloni, delle foto allo specchio con la lingua di fuori e delle frasi costruite per produrre, in chi ne usufruisce, un sentimento univoco, un “ooooohhh” corale in cui la zuccherosità dei baci Perugina, sia il livello medio dello stato mentale dei nostri avatar. Il kitsch fugge l’individualismo, il dubbio e l’ironia.
Ed esprime sentimenti tanto universali quanto pienamente condivisibili. Questo è il problema. I sentimenti univoci che questi messaggi vogliono produrre, con la loro faciloneria, riducono tutto a una questione di like (non è un caso che l’unlike, come bottone da cliccare, non esista). Quanti ne conquisterò con questo post?
Tutto questo, associato al lutto, mi sembra terrificante e mi viene voglia di condannare, senza appello, queste pratiche in cui foto di gatti e cuoricini, tempestano le pagine in cui si condivide una tragedia senza alcun pudore.
Ma d’altra parte non è forse estremamente sgradevole agli occhi di ogni ateo, la liturgia cattolica durante le esequie? Non è forse improponibile agli occhi di un illuminista, tutta quella paccottiglia ideologica delle religioni pagane o politeiste? Cosa penseremmo oggi dello sfarzo con cui gli antichi egizi seppellivano i loro faraoni, accompagnandoli con oggetti di cui un corpo putrefatto (o, in quel caso, mummificato) non avrebbe potuto in alcun modo servirsi?
La morte è un fatto biologico i cui processi sono scientificamente studiabili e, nonostante le sue cause possano essere molteplici, esistono parametri clinici e legali di cui l’umanità si è dotata per distinguerla dalla vita. Questi parametri possono essere più o meno parzialmente discutibili. Ma, in buona sostanza, sono dati di fatto di cui possiamo empiricamente renderci conto. Invece. La cognizione del dolore, e la gestione del dolore, sono determinate dal tempo e dallo spazio in cui ci si trova. E non esiste (e non può esistere) un metro di giudizio oggettivo con cui misurare l’accettabilità o l’inaccettabilità delle pratiche con cui gli esseri umani cercano di esorcizzare la morte e tentano di dare un significato alla (propria) vita.
Non so, quindi, cosa pensare di questi ragazzini di oggi, né del loro dolore, né delle loro colpe, né della loro fragilità. Penso che il bisogno di condivisione sia un imperativo antico. E che i social network siano una variante di forme di aggregazione millenarie che amplifica l’eco delle nostre Confessioni. Forse il punto non è tanto censurare o snobbare le nuove forme di liturgia, quanto riflettere su quali strumenti critici riusciamo a trasmettere alle nuove generazioni e quali strategie di sopravvivenza suggerirgli per affrontare questo mondo, in cui, il Grande Fratello, siamo diventati noi.

 

Questa riflessione prende spunto da un articolo di cronaca apparso su Panorama.

After the Wall – Mike Tyson

Domanda risolta
Altra domanda
Vi piace il tatuaggio che ha Mike Tyson in faccia?Cosa significa?
Se dovessi farmene uno credo che mi farei quello. Cosa significa però?
Grazie a tutti
•    5 anni fa
•    Segnala abuso
•    Josi

Miglior risposta – Scelta dal Richiedente
Sei libera di scegliere e di disporre del tuo corpo, ma pensa che la personalità di Mike Tyson non è la tua…stammi bene!
Sai che ci sono anche tatuaggi invisibili:quelli dell’amicizia , dell’amore, della saggezza ecc… 
bonsoir :))))
•    5 anni fa
•    Segnala abuso

“L’orecchio di Evander Holyfield non sapeva di niente”. Ecco i tatuaggi invisibili dell’amicizia, dell’amore e della saggezza che Iron Mike ci ha mostrato durante il combattimento per il titolo mondiale al MGM Grand Hotel a Las Vegas il 28 giugno del 1997.
Quella sera è indimenticabile. Chi non era davanti alla televisione a godersi lo spettacolo dovrebbe mentire. E far finta di esserci stato. È una questione morale poter dire: “io c’ero”. Per lo stesso principio per cui abbiamo tutti avuto almeno un nonno partigiano. Che se fosse vero, non si capisce contro chi avrebbero dovuto combattere visto che sarebbero stati tutti in montagna.
Eppure c’erano tutti.
E anche noi quella sera c’eravamo.
In trepida attesa davanti alla tv.
L’ex campione dei pesi massimi sfida una seconda volta chi gli ha soffiato il titolo, Evander Holyfield, appunto. Che è più grosso di lui. Più alto. Più giovane. Più in forma.
Inizia l’incontro.
La tensione è palpabile.
Mike è in difficoltà.
E anche noi, che teniamo tutti per lui.
Chi diavolo è quel tizio pelato che sta mettendo in difficoltà il grande Mike?
Aspettiamo tutti una reazione.
Un’esplosione di Tyson.
Qualche clinch sospetto.
Un po’ di sangue.
Forse una testata.
Ed eccola.
Quella scena che, senza ombra di dubbio, è il momento più alto di tutta la storia dello sport.
Dopo aver usato tutti i trucchi che aveva a disposizione, Mike gli strappa un pezzo d’orecchio con un morso. Un evento epocale. Una cosa mai vista. Una rabbia sconosciuta a tutti gli appassionati.
Perde l’incontro ovviamente.
E si abbandona a un cieco risentimento.
Ma si sarà almeno pentito?
Anni dopo, durante uno show televisivo, alla domanda: “che gusto ha un orecchio?”, risponde: “Credo dipenda da che orecchio mangi. Quello di Evander non era particolarmente saporito”.
Quel pezzo di orecchio insapore, sputato da uno scalpitante Mike, pochi mesi dopo venne acquistato per 18.000 dollari da un bizzarro collezionista newyorkese.
Chissà qual è il suo valore oggi?
Basterebbe questo a iscrivere di diritto Mike Tyson nella Hall of Fame del nostro tempo.
Ma ovviamente, anche tutto il contorno, non è male.
Tyson è cresciuto a Brownsville (NY), in uno dei quartieri più pericolosi d’America. Senza un padre, con la madre alcolizzata, Mike era un bambino introverso e solitario che coltivava la passione per i piccioni (allevati con amore sul tetto di un edificio abbandonato). Parlava poco e non andava troppo d’accordo con gli altri ragazzi. I piccioni erano la sua unica compagnia. Nel quartiere era conosciuto come Little Fairy boy (piccola fata) per i modi gentili, la voce sottile e un lieve difetto di pronuncia. Poi uno dei suoi persecutori stacca per divertimento la testa a uno dei suoi piccioni. E Mike tira il suo primo pugno. E lo picchia selvaggiamente. Quel giorno comincia a circolare a Brownsville la leggenda di un ragazzino undicenne chiamato Mike Tyson.
Da lì in poi le cose vanno avanti da sole.
Appende il poster del campione dei pesi massimi Joe Frazier in camera sua.
Finisce in riformatorio.
Viene scoperto dal leggendario Cus D’amato.
E diventa il più giovane pugile di sempre a vincere il titolo mondiale dei pesi massimi (20 anni) e ottiene 44 KO su 58 incontri disputati.
Nel corso della sua sfavillante carriera si guadagna a suon di pugni e condanne penali i soprannomi Kid Dinamite, Iron Mike, The Baddest Man on the Planet e King Kong fino ad assumere durante i tre anni di carcere scontati per stupro tra il 1992 d il 1995 il nuovo nome musulmano di Malik Abdul Aziz dopo essersi convertito all’Islam.
Era stato riconosciuto colpevole di violenza sessuale sull’ex miss Desirée Washington e condannato a sei anni di prigione (scontandone solo tre dietro le sbarre).
Una volta fuori coerentemente ha dichiarato: “la odio con tutte le mie forze per la sfrontatezza avuta nel mettermi nella situazione che ho dovuto vivere”. E aggiunge: “Mi sarebbe davvero piaciuto averle fatto ciò di cui sono stato accusato, e ora desidero violentarla sul serio”.
La vita dell’ex-campione sta andando evidentemente a rotoli e somiglia a quella altrettanto tragica di uno dei suoi idoli: Charles “Sonny” Liston, altro allievo di Cus D’Amato, poi sconfitto da Cassius Clay che dopo questo incontro cambierà il suo nome in Muhammad Alì.

L’8 giugno 2002 a Memphis, un Tyson ormai trentaseienne, dopo ben 16 anni dalla prima conquista del titolo e pressoché irriconoscibile, ha una nuova possibilità per riprendersi il titolo mondiale contro il detentore Campione dei pesi massimi: il britannico Lennox Lewis. Durante la conferenza stampa pre-match, Mike Tyson aggredisce Lennox Lewis ed il suo entourage: “Voglio il tuo cuore, voglio mangiare i tuoi bambini. Voglio strapparti il cuore e fartelo mangiare”.
Nel match invece, Mike viene messo KO dall’inglese all’ottava ripresa. E alla fine lo apostrofa: “Tu sei il campione, ma io sono il re”.
Nel 2003 dichiara bancarotta non essendo in grado di far fronte ai debiti maturati nei confronti del fisco americano che ammontano a 38 milioni di dollari. In questi anni bui ha dilapidato circa 300 milioni di dollari guadagnati in carriera con spese folli, due matrimoni falliti (“Non puoi restare sposato in una situazione in cui hai paura di addormentarti per l’eventualità che tua moglie ti tagli la gola” e “Se l’avessi colpita con un pugno, come hanno raccontato, credete che in ospedale l’avrebbero riconosciuta?”), 8 figli da mantenere, parcelle di avvocati che lo difendono nelle sue svariate cause, un esemplare di tigre bianca in giardino, macchine di lusso, gioielli.
Nel 2004, oppresso dai debiti, tenta un nuovo ritorno sul ring, ma viene messo KO in quattro riprese dall’inglese Danny Williams. L’anno dopo, ritirandosi dopo la sesta ripresa dell’incontro che lo vede opposto all’irlandese Kevin McBride, Mike conclude definitivamente la sua carriera agonistica.
Nel frattempo ha già perso la figlia di 4 anni, per soffocamento in un incidente domestico, ha divorziato, si è risposato, e ha tentato di condurre una vita sobria e di seguire una dieta vegana, finché non viene arrestato in evidente stato confusionale. Nella sua auto vengono rinvenuti diversi grammi di cocaina. Segue un nuovo processo e una nuova immancabile incriminazione per possesso di sostanze stupefacenti e guida in stato di ebbrezza.
E oggi?
Oggi è diventato la caricatura di se stesso. Un grottesco ammasso di muscoli, con un tatuaggio sulla faccia, che tutti i ragazzini del mondo hanno visto in The Hangover. La tigre bianca, e tutto il resto, sono solo la parodia del tempo che è stato.
Ma quel tempo c’è stato. E più che con le sue vittorie, con la sua gloriosa rabbia Mike Tyson è diventato una leggenda per tutti quelli che lo hanno visto combattere.
Molto più di Jake La Motta.
Molto più di Frazier, di Liston, di Sugar Ray, di Rocky Marciano, di Primo Carnera.
Mike Tyson è stato la versione negra di Mohammed Alì.
E nessuno può negare che la sua leggenda sia nata quella sera a Las Vegas. Era il 1997, un anno spettacolare:
Il 22 febbraio Viene annunciato il successo della prima clonazione di un mammifero da cellule di un individuo adulto, la pecora Dolly.
Il 9 marzo il celebre rapper Notorious B.I.G. viene assassinato a Los Angeles.
Il 23 marzo a Venezia un gruppo di nostalgici della Serenissima Repubblica di Venezia (definiti dai media “i Serenissimi”) dirottano un vaporetto e, giunti in Piazza San Marco, occupano il campanile.
Il 1º luglio Il Regno Unito restituisce alla Cina la sovranità su Hong Kong
il 15 luglio a Miami lo stilista italiano Gianni Versace viene assassinato davanti alla propria casa di Miami Beach per mano del suo amante Andrew Cunanan.
Il 31 agosto a Parigi Lady D. rimane vittima di un incidente automobilistico sotto il Pont de l’Alma assieme al suo compagno Dodi Al-Fayed.
Il15 settembre negli Stati Uniti nasce Google.
Il 14 dicembre esce negli Stati Uniti il Colossal Titanic che nei mesi successivi avrebbe incassato 1,843,201,268 di dollari, diventando il maggior incasso della storia del cinema.
Il 22 dicembre nel Chiapas un gruppo paramilitare messicano massacra una comunità indigena nell’ora della messa; muoiono 45 persone, tra cui 4 donne incinte.
Il 29 dicembre a Hong Kong a causa di una epidemia potenzialmente mortale vengono uccisi oltre un milione di polli.
Ma la data simbolo di quell’anno resta il 28 giugno. Quando a Las Vegas, con quel morso irripetibile, Mike Tyson addenta il suo presente sputando sul ring un impagabile pezzetto del nostro passato.

Il romanzo e la fine della materia

Noi siamo polvere di stelle: è un’immagine molto poetica e vera dal punto di vista scientifico. La materia che compone il nostro corpo è composta di atomi che si sono formati in qualche supernova miliardi di anni fa. Se vi osservate una mano, come faceva ossessivamente per ore il Monsieur Teste di Paul Valéry, nelle vostre cinque dita non vedrete solo l’arto di un mammifero imparentato con le ali di un pipistrello, con le pinne di un pesce o con le zampe di un coccodrillo. Non è escluso, anzi, che nella vostra carne ci siano atomi appartenuti a un T. rex, o ad altri esseri umani vissuti milioni di anni prima di voi.
È la grande tragedia dell’esistenza e, ridotta all’osso, o meglio alla sua realtà molecolare, è che essere vivi significa, in altri termini, essere anche oggetti. Ci siamo dovuti inventare un’anima per sopravvivere al nostro triste destino cellulare e termodinamico: la decomposizione. Anche il Sole, a cui guardiamo come un simbolo di eternità, tra 5 miliardi di anni si decomporrà, cesserà di essere una stella.
Ma dal materialismo della vita non si scappa: perfino la fisica delle particelle elementari subatomiche parla di materia e interazioni con la materia; ogni nostro respiro e pensiero è dovuto alla materia. È l’inesorabilità della materia che Leopardi chiamava nulla: «Essendo tutto il reale un nulla, non vi è nulla di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni». Un fisico probabilmente obietterebbe che il nulla non è esattamente nulla, ma è nulla per noi che vorremmo essere qualcosa per sempre. In un’altra pagina dello Zibaldone Leopardi specificò «tutto è nulla, solido nulla».

Tutto questo fa pensare che l’essere condannati in un corpo, e perfino senza conoscere la struttura fisica degli atomi e delle cellule, non sia una percezione così contro-intuitiva. Tutti i popoli umani primitivi devono aver sentito la spaventosità della materia se hanno inventato mondi simili e salvifici popolati di anime, fantasmi, spiriti, inferni e paradisi affrescati dagli artisti sulle pareti dei luoghi di culto. Era in fondo l’unico modo dato agli artisti per illudersi di controllare il caos. Qui, a proposito del ruolo dell’arte nella propaganda dell’ordine metafisico, si apre un’altra questione, già accennata addirittura da Galileo Galilei: o l’arte è importante per la conoscenza, o non è poi così importante.
In realtà le cosiddette “due culture” (quella umanistica e quella scientifica, riprendendo l’analisi sviluppata da Charles Percy Snow in un suo famoso saggio) hanno cominciato a separarsi solo in tempi recenti. Ma solo perché, fino a Darwin, scienza, filosofia e teologia erano una cosa sola. Neppure Newton ha mai pensato a un mondo “senza Dio”. William Paley era sia un teologo che uno scienziato e si appoggiava tranquillamente all’ordine “divino”, ingenuamente primitivo, dell’universo. In definitiva scienza e letteratura si sono separate quando il pensiero scientifico è entrato in rotta di collisione con la metafisica, ossia con la fiction mistica su cui si fondava quasi tutta la cosiddetta cultura umanistica. Uno strappo doloroso ma necessario, vissuto da Darwin sulla sua stessa pelle.
In fin dei conti la vera tragedia dell’essere umano è proprio dover prendere coscienza della materia di ogni cosa. Il dualismo cartesiano, che separa la sostanza della mente da quella del corpo, è di nuovo il rifiuto platonico di essere organismi mortali alla deriva in un universo senza scopo. Tuttavia, al contrario, non si dà vera tragedia nell’immortalità, e perfino il mondo di Shakespeare è un mondo mistico, dove male che vada si diventa fantasmi. Ecco perché il disfacimento dell’ordine mitologico del mondo non poteva non portare con sé il disfacimento dell’arte, e sono proprio le prime avanguardie artistiche del primo Novecento a strappare la tela per arrivare a mettere in scena il caos della materia stessa: l’oggetto senza significato.

Non penso tanto alla scomposizione cubista o all’astrattismo, visioni ancora legate alla certezza metafisica del dipinto. Penso a Marcel Duchamp. Duchamp attaccò l’idea di rappresentazione alla base: smise di dipingere perché non ne poteva più della visione superficiale, da lui chiamata “retinica”, della pittura, ritenendo inutile qualsiasi forma d’arte che non implicasse «un approfondimento del pensiero». Una risposta a Galileo sul ruolo dell’artista, quattro secoli dopo. A tal punto da voler diventare un anartista.
Duchamp, va precisato, non fu un fulmine al ciel sereno: l’arte già da qualche decennio cominciava a presentire una certa inquietudine nei confronti sia dei propri fini che dei propri mezzi. Mentre gli impressionisti esordivano studiando la visione, Maurice Denis aveva definito i quadri solo «una superficie piana ricoperta di colori». Duchamp, però, andò oltre, e inventò il readymade: qualsiasi oggetto scelto dall’artista poteva diventare un’opera d’arte. Proprio così, qualsiasi oggetto. Tutto era arte, ma anche niente poteva esserlo più. Prendete un asse da stiro ed esponetelo in un museo, prendete un Rembrandt e usatelo come un asse da stiro. Sono le cose che mettono in mostra se stesse, la loro inquietante indifferenza di cose.
Infatti i readymade, a differenza degli oggetti surrealisti, venivano scelti proprio per la loro indifferenza, secondo una precisa prescrizione di Duchamp. Indifferenza degli oggetti, che richiama l’indifferenza delle nostre cellule al nostro destino, degli atomi di cui siamo fatti, delle stelle nel buio cosmico: l’indifferenza come proprietà universale della natura e dell’universo in cui ci troviamo a vivere.

È solo un caso, ovviamente, ma la formulazione del concetto di readymade coincide all’incirca con l’anno di divulgazione della teoria della relatività di Albert Einstein (il 1916, mentre il readymade si definisce tra il 1913 e il 1917, anno del famoso Fountain). Mentre un artista abbatteva l’ordine metafisico dell’arte, uno scienziato concepiva un’equazione fondamentale sul mondo fisico. Altrettanto emblematicamente, poco più di trentennio dopo, nel 1948, un critico reazionario tedesco, Hans Sedlmayr, scrisse un saggio intitolato Perdita del centro, dove addirittura proponeva un ritorno all’arte sacra per recuperare un senso del mondo. Nel frattempo, nel 1929 Hubble aveva scoperto che le galassie si allontanavano le une dalle altre, l’universo si disperde nell’infinito.
In ogni caso dopo Duchamp l’arte non ha più smesso di inghiottire oggetti, come in un buco nero: le pattumiere di Arman, i rottami arrugginiti di Tinguely, le feci inscatolate di Manzoni, i sacchi di Burri, i rimasugli di cibo di Spoerri, i cadaveri di Serrano, fino ai recenti animali sezionati da Damien Hirst. Walter Benjamin, all’inizio del secolo scorso, aveva parlato di “perdita dell’aura” per indicare quella particolare magia perduta dall’arte in quanto manufatto, dando la colpa alla sua riproducibilità tecnica. Ma la questione era più seria: era scomparsa dalla rappresentazione la centralità dell’uomo, la fiction di un ordine superiore. Al suo posto era entrata l’entropia, la meraviglia e lo sgomento di fronte all’inerte materia di cui sono fatte le cose.
In letteratura le cose sono state più difficili, e si sono arroccate nel castello dell’illusione romantica di un esistenzialismo teologico. È per questo che il letterato ha continuato a porsi contro la scienza in apparenza per partito preso: dietro questo rifiuto c’era il timore che l’edificio umanistico potesse crollare miseramente sull’uomo ridotto a mammifero, o peggio a un ammasso di molecole. D’altra parte, per quanto si possa nobilitare il pensiero, ciò che vive dipende da questo ammasso di molecole. Se non sappiamo esattamente che cos’è la vita, sappiamo cosa non è, e cos’è la morte.
Così il mondo delle lettere è rimasto pregiudizialmente, ottusamente impermeabile alle scoperte scientifiche, pur di non fare i conti con la fine della speranza di sopravvivenza individuale a lungo termine. Solo gli scrittori di fantascienza si sono avvicinati senza timore alla scienza, benché spesso in chiave futorologica, da Verne a Lovecraft a Crichton. Altri, più amati dal pubblico colto, al limite ne hanno fatto tema di gioco, eliminandone il lato tragico. Un nome fra tutti: Italo Calvino e le sue Cosmicomiche, la scienza ridotta a aneddoto, a favola felice. Oppure, più recentemente, l’entropia come incubo cosmico-capitalistico, per esempio nel grandioso Canti del caos di Antonio Moresco. Purtroppo con la solita morale finale: se le cose vanno male la colpa non è della natura ma dell’uomo, e con la solita tendenza mistica che non fa mai male, magari infilando un senso magico, salvifico, un al di là, nella materia oscura, come in una puntata della trasmissione Misteri.
La consapevolezza di essere un piccolo pianeta tra miliardi di stelle, tra centinaia di miliardi di galassie, in un universo in espansione destinato a raffreddarsi; la scoperta raccapricciante e provata di essere mammiferi sullo stesso piano di altri animali, generati da un’evoluzione senza scopo, non ha impedito agli scrittori di vivere in una trascendenza dorata e fuori tempo massimo. È per questa stessa ragione che gli uomini raccontano le favole ai bambini, per cercare di ingannare anche se stessi.
In tutto il XIX secolo forse la frase più realistica sull’esistenza in un romanzo l’ha scritta Gustave Flaubert, descrivendo la morte di Madame Bovary: elle n’existait plus. Ma in genere i letterati umanisti hanno preferito mettere la testa sotto la sabbia, alzando gli occhi al cielo. I progressi della scienza sulla definizione della realtà non hanno impedito alla maggior parte degli scrittori di sentirsi garanti di qualcosa da chiamare anima o spirito, rifiutando ancora una volta la materia. Viene in mente una frase di Emile Cioran: «La morte, che disonore, diventare di colpo oggetto!». E così tuttora per il mondo letterario, «discendiamo dalla scimmia», mai da pesci, tantomeno da cellule procariotiche vecchie tre miliardi e mezzo di anni.

Non è la discendenza a non essere accettata, è ciò che implica in termini di ordine perduto, di condanna alla fine, di ineluttabile disfatta nei confronti della materia. Al massimo, nei più informati, il dramma evolutivo e termodinamico è stemperato in una distinzione elettiva tra primati (gli uomini, separati dagli altri animali, ancora rassicurati dalla gerarchia di Linneo) e nella beata ignoranza di tutto il resto.
E allora, tornando al punto centrale: come possono gli scrittori non tener conto degli sconvolgimenti della biologia, dell’astronomia, della meccanica quantistica? Come possono continuare a fingersi architetti di casette narrative sulle macerie di un ordine che non c’è più? È come se la letteratura si trincerasse dietro la prima legge della termodinamica, opportunamente spiritualizzata, per evitare di finire stritolata nella seconda.
Tra i grandi scrittori che non hanno ignorato il caos che mina l’ordine immaginario dell’uomo c’è senza dubbio Marcel Proust. L’intera Recherche è un’immane costruzione fintamente romantica, che in realtà si autodistrugge completamente nell’ultimo volume. Il tempo ritrovato è il tempo perso per sempre, la precarietà fisica della vita che precipita verso il disordine, verso il caos, e presto verso il nulla. Nulla esiste senza consumarsi, nessuna forma, nessun simbolo, neppure i nobili Guermantes. Marcel Proust fa crollare l’intera impalcatura narrativa dell’opera nella consapevolezza della dissoluzione di ogni cosa, e lo fa dal punto di vista più estremo e biologico. Non a caso fu un lettore di Darwin e ne trasse le conseguenze (per chi fosse interessato alla questione affronto il darwinismo della Recherche nel mio saggio L’evidenza della cosa terribile). È come se Michelangelo avesse affrescato la Cappella Sistina al solo fine di esibirne il cedimento della struttura, il disfacimento, la finzione, le crepe nell’effimero cemento.

Una presa di coscienza dell’entropia la troviamo in molti altri grandi scrittori del Novecento, dal Cosmo di Witold Gombrowicz al Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda, come pure nell’opera di Samuel Beckett, spinta fino alla paralisi e al silenzio. Ma, a parte Proust, spesso si tratta di una crisi ideale tutta interna al pensiero umanistico-filosofico, come quella di Albert Camus. Mai fondata su una precisa visione scientifica. Difficilmente, insomma, troviamo scrittori realmente consapevoli della nostra realtà evolutiva, fisica, astronomica e che fondino su questo la propria visione del mondo.
Eppure nel frattempo è passato un secolo, e non un secolo qualsiasi. Un secolo in cui abbiamo campionato l’intera sequenza del nostro genoma, abbiamo scomposto l’atomo, siamo arrivati a verità infinitesimali e infinitamente grandi. Ci sono tantissime altre verità da scoprire, ma nessuna verità scoperta è consolatoria per la nostra eternità, e nessuna la sarà mai. Una tra tutte: noi non sopravviveremo, neppure l’universo sopravviverà a se stesso. Solo che, a differenza nostra, non se ne accorgerà.
Essere coscienti è la più straordinaria avventura che ci è dato vivere, il nostro pensiero è una rarità statistica nel cosmo. Ma anche la nostra tragedia è straordinaria, e la maggior parte degli scrittori non vuole saperne. Se ne è accorto Michel Houellebecq, subito definito «pessimista», «materialista» o «nichilista» (le etichette classiche appiccicate dai letterati vetero-teologici, guardiani dell’ordine neoplatonico del mondo) per il quale l’universo è solo «una furtiva accozzaglia di particelle elementari, una figura di transizione verso il caos, destinato ad avere la meglio».

Ecco perché, da questo punto di vista, trovo abbia un valore speciale l’opera di uno scrittore come Ian McEwan. Insospettabile, tra l’altro, perché a differenza di Gombrowicz è decisamente popolare. I romanzi di McEwan, da cui spesso sono stati tratti film di successo, non rinunciano all’ordine della narrazione, e perfino alla narrazione di storie in apparenza ordinarie. E tuttavia nascondono al di sotto della trama una potente sottotrama scientifica, una precisa visione tragica dell’uomo aggredito dal caos della realtà. Anzi, forse l’uomo di fronte al caos è il vero tema nascosto di Ian McEwan.
È una percezione condivisa da molti scrittori della seconda metà del XX secolo, ma perfino pensare al rumore bianco di Don DeLillo non è un buon termine di paragone, poiché è un rumore di fondo prodotto da una condizione economico-sociale (il capitalismo) più che dal caos dell’universo, una forma di alienazione sociale. Essendo un romanziere tradizionale, McEwan non può scardinare e far esplodere le strutture narrative del romanzo come avrebbe fatto Joyce, né approdare al silenzio antinarrativo di Beckett. E in un certo senso sarebbe fin troppo facile.
L’operazione è più efficace se compiuta all’interno del romanzo classico, un mondo narrativo dove circoscrivere un senso che nella vita vera non c’è. Il romanzo tradizionale è una forma infida proprio per la sua necessaria costruzione narrativa, è in qualche modo una forma implicitamente religiosa. L’Antico Testamento, il Corano, il Vangelo, qualsiasi testo “sacro”, sono macchine narrative, fabbriche di favole, romanzi di illusioni.
McEwan si trova di fronte lo stesso scarto tra l’ordine fittizio della filosofia prescientifica garantito dalla religione e la visione reale, evoluzionistica, termodinamica, dell’universo moderno. Il romanzo come macchina della menzogna deve anzitutto dire la verità, e se possibile autodenunciarsi dall’interno, dichiarare il paradosso.
Al riguardo in Sabato si legge: «A differenza di quanto succede nei romanzi, nella vita vera le rese dei conti sono di rado così precise; e gli equivoci restano spesso irrisolti. Senza neanche conservare chissà quale urgenza. Ma semplicemente dissolvendosi. La gente si confonde, ricordando, oppure muore, oppure muoiono i problemi lasciando il posto ad altri, nuovi». Il romanzo confligge con il vero senso del mondo, con la naturale tendenza di ogni cosa al disordine, non solo disordine materiale ma anche morale, etico, filosofico.
Questi due stati, realtà fisica del disordine contro illusione metafisica dell’ordine, sono rappresentati anche nella contrapposizione tra le due sorelle di Espiazione: Briony e Cecilia. La prima crede ancora nell’ordine, la seconda è già passata all’età adulta, ossia al caos sia sentimentale che materiale. Briony, abituata a controllare il mondo scrivendo racconti, si angoscia quando deve scrivere un dramma con attori di famiglia, perché la sua piccola forma non può resistere all’invasione devastante della vita reale. Ma presto Briony prende consapevolezza della propria non unicità, analogalmente all’uomo moderno rispetto all’uomo metafisico, religioso, o al Rembrandt di Duchamp che diventa un asse da stiro. Si sente unica, ma pensa: «Era così anche per tutti gli altri? Se la risposta era sì, allora il mondo, la società doveva essere complicata in modo insostenibile, con i suoi due miliardi di voci, e coi pensieri di tutti allo stesso livello e le pretese di una vita altrettanto intensa da parte di tutti, e con l’unanime convinzione di essere unici, quando nessuno lo era». E presto nella ragazza entra il pensiero dell’assurdità evolutiva, un primo orrore verso il mostro biologico di cui è composto il suo tanto amato spirito: «Alzò la mano flettendo le dita e si chiese, come già le era capitato di fare altre volte, come fosse entrata in possesso di quella cosa, quella specie di morsa, quel ragno carnoso al suo completo servizio».

Quasi tutti i romanzi di Ian McEwan iniziano da una situazione semplice, ordinaria, subito stravolta da un incidente, una causalità. L’amore fatale comincia su un prato, un paesaggio idilliaco, dove il protagonista sta facendo un pic-nic con la sua compagna quando vede un pallone aerostatico in difficoltà. Questo evento casuale darà origine a una serie di eventi ingovernabili. Stessa situazione in Sabato: la vita ordinaria di un neurologo, Henry Perowe, viene completamente stravolta a causa di un piccolo incidente insignificante, stavolta automobilistico. La nostra realtà sta in piedi per una serie di sforzi artificiali che ne limitano la naturale tendenza al caos.
«Dove l’umano bisogno di ordine incontra l’umana tendenza al caos», si legge ne L’amore fatale, «dove la civiltà inizia a cozzare con il proprio malcontento, si verifica una frizione, e un grande accumulo di stanchezze e conflitti diffusi. Se ne trova riscontro nelle chiazze di linoleum consumato davanti alle porte di ciascun ufficio, nella lunga crepa verticale sul vetro opaco dello sportello dell’ufficio denunce». Al culmine della vicenda il protagonista orina in un bosco e riflette sull’insensato brulicare di esseri viventi, con un riferimento all’innocenza perduta dell’illusione religiosa: «Cosa restava in tutto ciò che potesse servire al ciclo del carbonio e al fissaggio dell’azoto? No, noi ci eravamo esclusi dalla grande catena. Era stata la nostra stessa complessità ad espellerci dal Giardino. E adesso eravamo nel caos della nostra autodistruzione».
Per questo McEwan adotta di frequente una misura temporale rallentata, funzionale a cogliere gli eventi prima che vadano in frantumi. Come la fotografia stroboscopica dell’esplosione di un uovo che non è più possibile ricomporre, e la rottura di un uovo è un esempio familiare molto amato dai fisici per spiegare la seconda legge della termodinamica. Tutte le nostre vite sono uova in procinto di rompersi. In Sabato l’intero romanzo si svolge nella durata di un giorno, e come in altri romanzi di McEwan basta un minimo incidente per rompere l’ordine e far precipitare gli eventi nel caos. Tutto ciò che appartiene alla nostra esistenza è tenuto insieme da uno spreco di energia vitale, una forma provvisoriamente viva nell’universo insensibile della materia inerte.
Vale perfino per gli oggetti personali, che senza la forzatura di chi li possiede perdono ogni significato. Si noti la vicinanza con l’idea dadaista dell’object trouvé, o ancora con la poetica del readymade duchampiano, e in generale con l’invasione degli oggetti a cui ci ha abituato l’arte contemporanea d’avanguardia. «Gli oggetti si trasformavano in spazzatura non appena venivano separati dal loro legittimo proprietario e dal loro passato; senza di lei, il vecchio copriteiera era orrendo, con quel disegno sbiadito della fattoria, le chiazze marrone chiaro sul tessuto scadente e l’imbottitura ormai penosamente sottile. Henry si accorse che in realtà nessuno possiede niente».

Lo stesso ospedale dove lavora Perowe diventa simbolo di un ordine sterilizzato, artificialmente imposto. Soprattutto di notte gli spogliatoi rivelano l’aspetto caotico della realtà. Senza il personale delle pulizie niente sta più al suo posto e «può essere seccante andare di fretta e non riuscire a trovare due zoccoli dello stesso numero». Tra l’altro l’immagine dello spogliatoio ricorre anche in altri romanzi di McEwan. In Solar addirittura lo spogliatoio diviene simbolo del nostro naturale disordine sociale: «Come specie, non certo la migliore immaginabile, ma di sicuro la più interessante fra quelle esistenti. Che dire tuttavia di quella condivisa vergogna che era lo spogliatoio? La scienza era certo una bella cosa, e chissà magari anche l’arte, ma forse la soluzione non poteva risiedere nell’autoconsapevolezza. Occorrevano buoni sistemi organizzativi per fare in modo che delle creature fallaci potessero utilizzare correttamente uno spogliatoio. Meglio non affidare nulla alla scienza, all’arte o all’idealismo. Solo delle buone leggi potevano salvare lo spogliatoio». E proprio lì nello spogliatoio c’è un’agnizione esistenziale del protagonista, il Premio Nobel per la fisica Michael Beard, sull’esistenza umana: «Ciascuno di noi, tutti quanti, destinati senza scampo ad affrontare individualmente l’oblio, eppure nessuno che se ne lamenti troppo».
Vorrei concludere questa riflessione sulla letteratura, la vita e l’entropia citando un artista italiano, Gino De Dominicis. Nel 1970 De Dominicis pubblica un testo intitolato Lettera sull’immortalità del corpo nel quale chiamava esplicitamente in causa proprio l’arte, la scienza, e il dramma delle cose destinate a finire nel proprio disfacimento definitivo. È una lettera bellissima e lucidissima e scritta prima dell’infatuazione (ahimè) dell’artista per la mistica sumerica, e parla implicitamente dell’evoluzione, della provvisorietà materiale, quantistica, assoluta delle cose, dell’inconsistenza effettiva di qualsiasi organismo pensante di fronte al caos della materia.
In sostanza, dopo aver auspicato che tutte le risorse economiche del mondo vadano alla ricerca scientifica per cercare di raggiungere l’immortalità, De Dominicis dice: «Un bicchiere, un uomo, una gallina non sono veramente un bicchiere, un uomo, una gallina, ma solo la verifica della possibilità di esistenza di un bicchiere, di un uomo, di una gallina. Per esistere veramente le cose dovrebbero essere eterne, immortali».
È una delle cose più commoventi e più strazianti che si possano immaginare, la fine di tutto, che per la scienza è la cosiddetta morte termica dell’universo. Eppure siamo abituati a pensare al futuro prossimo, quando non ci saremo più. Capita di immaginare che cosa accadrà dopo la nostra morte tra cento, duecento, anche mille anni, perché è un tempo alla portata del nostro pensiero, nonostante già pensare la nostra morte sia atroce, considerando che ciascuno di noi non esisteva da sempre e non esisterà mai più, per sempre. Ma non immaginiamo mai che cosa accadrà fra uno, due, mille miliardi di anni.
Oggi sappiamo che le cose eterne non lo sarebbero mai, in nessun caso, neppure se dovessimo vivere mille miliardi di anni: la materia non ce lo permetterebbe. Vale per noi come per qualsiasi altra forma di vita distante milioni di anni luce, magra consolazione. Qualsiasi grandezza raggiunta dal nostro pensiero, da Galileo a Einstein, da Shakespeare a Proust, qualsiasi grandezza raggiunta da qualsiasi civiltà nell’universo, prima o poi finirà nel nulla. Ci sarà un giorno, che non sarà un giorno per nessuno, in nessun luogo dello spazio, in cui niente sarà mai stato. Tutto ciò è incredibilmente meraviglioso, infinitamente commovente, e anche profondamente terrificante.

 

Pubblicato sul numero 537 del mensile “Le scienze”, edizione italiana di “Scientific American”.
Per gentile concessione de “Le scienze”.

Alla prima stella

Il finale di quel sogno lo aveva svegliato con una frase che ancora gli rimbombava nelle orecchie: ti illuminerai alla prima stella. Seduto sulla sponda del letto, sapeva bene che era inutile cercare di ricordare cosa avesse appena sognato, per scoprire chi avesse pronunciato quella frase dal tono profetico. I risvegli di Ermanno cancellavano subito anche la più piccola traccia dei suoi sogni. Rassegnato, passò e ripassò le mani sulla faccia lavandosela senza né acqua né sapone, poi considerò il desolato biancore delle sue gambe nude. Non era mai riuscito a dormire con qualcosa addosso, neanche da bambino. Ancora adesso il primo sguardo della giornata era per quelle gambette sempre straniere e magre, ciondolanti alla poca luce sfuggita alla finestra. Un po’ di luce ci voleva sempre, anche di notte, per questo in vita sua aveva sempre lasciato le serrande aperte quel tanto che bastava a far penetrare una griglia luminosa che rischiarasse la sua camera. Ma ora di luce ce n’era troppa. Non aveva bisogno di nessun orologio: capiva da sé che era mattino inoltrato, troppo tardi per essere illuminato da Venere, la prima stella del mattino, che sorge poco prima dell’alba.

In ogni caso tentò di andare subito ad alzare le serrande per controllare se nel cielo ci fosse ancora, la prima stella del mattino, ma il freddo del pavimento gli fece rimbalzare le piante dei piedi ricacciandolo a letto. Si rintanò nel profondo di una matassa di lenzuola e coperte pesanti tirando l’orlo di quella morbida tana fino al viso per lasciare liberi solo occhi e pensieri.

Il giorno prima, non era ancora finito il funerale che già se n’era andato via. Niente, non era mai stato capace di aspettare che le cose seguissero il loro corso, andava via sempre prima della fine. E poi, che avrebbe potuto fare? Speronare una folla di smorfie costernate e avvicinarsi alla madre di una figlia che nemmeno era riuscita ad arrivare a vent’anni per dire: “Condoglianze… mi dispiace.” Nooo, meglio andarsene. Quando qualcuno muore in quel modo, e a quell’età, non c’è proprio nulla da dire o da fare.

Entrato in macchina aveva sbattuto lo sportello, pronto a partire neanche troppo di scatto, ma quel gatto del cavolo se ne stava lì sul cofano, fermo, a guardarlo fisso. Un gatto rosso con gli occhi azzurri. Per essere bello lo era, eccome: maestoso, fiero, eppure gentile nello sguardo, che sembrava allegro. Aveva suonato il clacson due o tre volte, ma il gatto aveva continuato a fissarlo freddamente. Aveva tentato di scacciarlo con le mani sbattendole sempre più forte contro il parabrezza. Niente, la piccola sfinge era rimasta immobile. Allora aveva messo in moto, partendo piano piano, come per darle un ultimatum, ma lei si era limitata a rigirare la coda nell’aria guardandosi intorno con aria indifferente. Ermanno, spazientito, aveva accelerato di scatto e frenato di botto due o tre volte. Solo alla fine il gatto, distendendo la sua nuvoletta di pelo rosso, era saltato giù, non prima di avergli lanciato un’occhiataccia obliqua, come per dire: “Allora proprio non capisci? Stronzo!”

E che doveva capire? Cosa c’era da capire? Nulla! Non c’è mai nulla da capire. Le cose sono come sono, vanno come vanno… pace e amen! Ermanno si inabissò ancora di più nel letto coprendosi anche gli occhi per non vedere, e la testa per non pensare. Invece, pensieri e immagini continuarono insistenti.

Sara, quando la incontravi per i corridoi della scuola, ti sorrideva con gli occhi, prima che con le labbra. I capelli rossi incorniciavano un volto dai tratti aristocratici, dandole l’aria di una damigella d’altri tempi. Eppure il suo tempo era quello che conoscevano tutti, insegnanti, alunni, bidelli… un tempo incerto, tormentato, forse brevissimo. Ti guardava con gli occhi specchiati di azzurro e la sua anima diceva: Vedi? Sono qui, decisa a essere viva, nonostante tutto e tutti, ma proprio viva viva, e fino all’ultimo respiro.  È per questo che ficco i miei occhi in quelli degli altri, anche nei tuoi. E sorrido, perché non voglio far pesare a nessuno il mio destino. Tanto lo so che il mio sorriso e il mio sguardo raccontano di più del migliore dei film, del più vero dei libri, della più profonda delle musiche. E sai perché, professore? Perché ti sto insegnando ad amare la vita. E se non lo capisci, allora vuol dire che anche tu sei uno stronzo, e che io ho vissuto inutilmente.

Avrebbe dovuto almeno salutare i colleghi, ma tanto, per quelli continuava a essere uno straniero. Per forza, lo era per se stesso, figurarsi per gli altri… Ermanno sorrise stirando appena le labbra. Salutare quella pattuglia di naufraghi del lutto come lui…

Gli pareva di non aver dormito a sufficienza, anzi, sospettava di non averlo fatto per nulla, intrappolato in un limbo di veglia sospeso al confine del sonno, ma il finale di qualche sogno lo aveva svegliato con quella frase che ancora gli rimbombava nelle orecchie: ti illuminerai alla prima stella. Seduto sulla sponda del letto, sapeva bene che era inutile chiedersi chi avesse pronunciato quella frase profetica. Gottfried si passò le mani sulla faccia lavandosela senza né acqua né sapone, poi considerò il desolato biancore delle sue gambe nude. Non era mai riuscito a dormire con qualcosa addosso, neanche da bambino. Ancora adesso il suo primo sguardo della giornata era per quelle gambette sempre estranee e magre, ciondolanti alla poca luce sfuggita alla finestra. Il suo sguardo si soffermò sulla parrucca sciattamente poggiata sopra la spalliera della sedia accanto al letto. Anche i vestiti erano buttati a casaccio qua e là, senza né ordine né cura. Strano, era la prima volta che René, il suo segretario, non si era comportato come si doveva. Forse perché neanche a lui andava molto di andare a lavorare per il duca di Hannover. Come se fosse lui a dover diventare consigliere e bibliotecario del duca… A volte quell’ometto calvo e tondo del suo segretario dimenticava di essere poco più che il cameriere di un illustre scienziato e pensatore: membro della nobile e antica società dei Rosacroce; più volte impegnato in missioni diplomatiche anche nella Parigi del grande Luigi XIV; già al servizio del barone di Boineburg, che aveva forte ascendente sul principe elettore di Magonza; insigne matematico, inventore del calcolo infinitesimale; esperto dei segreti della fisica, nonché filosofo e perfetto gentiluomo apprezzato nei salotti dell’aristocrazia europea. Niente da fare. Le umili origini del suo segretario ne avevano minato per sempre l’educazione, così, come tutti i servi più stupidi, e quindi presuntuosi, aveva finito per persuadersi di essere uguale al suo padrone. Ma al più presto lo avrebbe licenziato, in modo che il caro René potesse comprendere, nel rimpianto, quanto fosse stato insolente e stolto a lasciare in giro i vestiti del suo padrone. Gettati così, alla rinfusa, nella già squallida stanza di una locanda di infimo ordine. Del resto non era stato possibile trovare di meglio: Gottfried aveva deciso all’improvviso di passare per l’Aja. Una sosta, solo una breve sosta. Era da molto tempo che progettava e rimandava un viaggio all’Aja per conoscere personalmente quel… quel Baruch, la cui fama di filosofo era giunta fino a lui. Aveva letto poco di quell’uomo, e quel poco non gli era piaciuto: quell’individuo era più abile a costruire lenti per microscopi e cannocchiali che non a filosofare. Di null’altro si trattava, se non delle elucubrazioni di un eretico. Un ateo che, in un trattato teologico politico, aveva rivoltato le sacre scritture per negare la validità delle rivelazioni dei profeti, l’esistenza dei miracoli e finanche la stessa dettatura dei comandamenti di Dio a Mosè! Incredibile impudenza. Giustamente era stato scacciato dalla comunità ebraica della pur tollerante Amsterdam a causa di indubitabili eresie. Anzi, per la precisione, era stato scomunicato, esecrato, espulso e maledetto con tutte le maledizioni scritte nel Libro della Legge: maledetto sia di giorno che di notte; maledetto quando si corica e quando si alza; maledetto nell’uscire di casa e maledetto nel rientrare…

A Ermanno quell’interminabile vialone di palazzine rosse, tutte uguali e tozze, metteva angoscia. Meno male che tra poco il cemento avrebbe ceduto il passo alla campagna, così presto sarebbe stato a casa. A casa… non è che il pensiero lo rallegrasse più di tanto. Dovette ammettere che ultimamente non si sentiva contento da quando si svegliava a quando andava a dormire. Una sottile pena lo inseguiva per tutta la giornata senza lasciarlo mai, nemmeno un istante. Ma poi, in realtà, era sempre stato così. Fin da bambino aveva sofferto di una sottile ma micidiale inquietudine, che a volte lo stringeva in una morsa tanto stretta da fargli sanguinare il naso. Non c’era una regola fissa. Il tormento poteva presentarsi e durare mesi, oppure lasciarlo in pace anche a lungo. Ermanno ormai aveva imparato a riconoscere le avvisaglie dei periodi più duri: piccoli dettagli che annunciavano l’arrivo dei tempi cupi per la sua anima. Adesso c’erano gli occhi azzurri di quel gattaccio dal pelo rosso a perseguitarlo. Non capiva, non capiva proprio perché dovesse sentirsi sempre tanto tormentato, come se un’antica maledizione avesse aspettato paziente che lui nascesse per iniziare a seguirlo da subito, come un’ombra. Chissà, forse una di quelle maledizioni, causate da una grave colpa di qualche avo, che colpiscono una famiglia per intere generazioni. O, semplicemente, questo era l’ordine razionale e necessario delle cose, come aveva spiegato in classe un mese prima a proposito di Spinoza. Sara, proprio lei, gli aveva chiesto cosa intendesse di preciso Spinoza per ordine necessario e razionale del Tutto, in un universo nel quale solo ciò che è possibile si realizza necessariamente. E perché l’uomo, pur credendosi libero, per Spinoza in realtà era privo di libero arbitrio, con l’unico fine di autoconservarsi in vita, come qualsiasi altro essere vivente del pianeta, mentre per il resto in pratica era in balia di un destino razionale già scritto. No, non era il destino propriamente inteso, piuttosto si trattava di un ordine insito nella natura stessa, però… l’ora di lezione era stata spezzata dal suono della campanella e Ermanno aveva rimandato la risposta a un altro giorno, ma poi se n’era dimenticato…

Caricarsi una puttana? Rallentò all’altezza del manipolo di ragazze che presidiavano un lampione con la stessa aria sciatta e annoiata di soldati messi di guardia a un inutile obiettivo per la solita esercitazione. Era ancora primo pomeriggio: strano che fossero già lì con le cosce nude e i seni debordanti. Chissà, magari si erano viste in anticipo per prendere un caffè insieme prima del lavoro e fumarsi una sigaretta in silenzio sistemandosi i reggiseni come cartucciere troppo strette. In ogni caso non c’era la sua preferita, la Patty, che era sempre allegra e rideva per un nonnulla, come ogni brava puttana che si rispetti. Non a caso una volta le chiamavano “donnine allegre”. Anche sua moglie rideva per un nonnulla, ma risate lunghe, volgari, isteriche. Non era una puttana, non aveva mai avuto il coraggio di diventarlo sul serio, limitandosi a far la civetta con tutti in un estenuante allenamento mai sfociato nella pratica professionale vera e propria. Però di esercizio ne aveva fatto, eccome, anche dopo sposata. Era durato un anno quel matrimonio? Meno: otto mesi, dodici giorni più qualche ora addizionata di una manciata di minuti.

Non è detto che le macchine ti ubbidiscano sempre. Quella di Ermanno si rifiutò di rallentare e proseguì per la sua strada. Non sarebbe servito a molto caricarsi una prostituta per cancellare la morte di quella sua alunna. Era passata una settimana, eppure qualcosa di pesante e appuntito come un’incudine di ferro continuava a gravargli nello stomaco affrettando il respiro. Qualcosa da espellere dall’anima. Ma come? Forse con il tempo e la pazienza quella massa avrebbe finito per dissolversi da sola. Del resto le cose vanno come vanno, e nessuno può farci nulla. La Terra era o non era rotonda? Prima o poi tutto scivola via da quella gigantesca palla sospesa e spersa nell’universo che tutti si ostinano a chiamare, pomposamente, mondo.

Quello era l’unico e il migliore dei mondi possibili semplicemente perché Dio non era riuscito a crearne uno migliore. Del resto, se Dio avesse creato un mondo perfetto, non avrebbe fatto altro che replicare se stesso. Per Gottfried questo era tutto. Quella specie di spettro di Baruch aveva sollevato gli occhi sconsolato e perplesso, riuscendo anche a placare per un attimo la tosse che lo squassava per dire che il mondo dove loro vivevano non era il migliore o l’unico possibile, ma semplicemente il frutto inevitabile dell’ordine necessario della natura, che non ha altro fine se non se stesso. Dio, quindi, avrebbe creato l’universo solo perché non avrebbe potuto fare diversamente. Per amore, d’accordo, ma così poteva sembrare una costrizione autoimposta, una specie di capriccio. Assurdo! Eretico, e tanto! Come, un Dio che ha per fine solo se stesso! Una bestemmia, ma una bestemmia di capra, non di filosofo!

Nella foga dell’indignazione Gottfried si liberò di colpo degli strati di coperte e lenzuola per scendere dal letto, ma faceva troppo freddo. Si rinfilò nella tana che il suo sonno inquieto, come al solito, gli aveva fabbricato al centro del letto.

Era davvero valsa la pena fermarsi in quella gelida città dalle fontane ghiacciate e scendere in una squallida locanda per andare a far visita a quel mentecatto di Baruch… Emerito filosofo cialtrone e capra, questo era quella larva d’uomo consumato dalla febbre e dalla tosse, vestito di nero come un corvo rinsecchito dall’inverno. Pallido in volto, fragile nell’espressione, con i lunghi capelli neri a fasciare uno sguardo da cervo ferito.

Gottfried, invece, si era presentato con il capo adornato dalla più sontuosa delle sue parrucche, pettinata per tutta la sera precedente da quel somaro di René, che, però, in queste cose sapeva il fatto suo. Anche i merletti della camicia erano stirati a dovere e i bottoni dorati della giacca color crema lucidati ad arte. Tutto sommato non era un cattivo uomo, René: aveva soccorso l’eretico quando un colpo di tosse più forte degli altri lo aveva piegato a metà cercando di spezzarlo in due. Lo aveva sorretto con sollecitudine, con un fare amorevole che mai aveva avuto verso il padrone. E quella voce supplichevole e devota che Gottfried non gli aveva mai sentito:

“Signoria, la prego, si riposi un po’… così… no, no, non si sforzi a parlare. Riprenda prima il respiro, si riposi almeno un minuto.” E il cialtrone aveva acconsentito facendo sì sì con la testa, ringraziandolo con gli occhi mentre tastava convulsamente con le dita ossute il braccio di René. Bello spettacolo, e bell’affare davvero quella visita. Gottfried difficilmente avrebbe dimenticato il freddo giorno di autunno del 1676 in cui si era recato a far visita a quell’eretico consumato dalla tosse probabilmente persuaso di riuscire a leggere, con tutte quelle sue lenti, il libro dei misteri della natura. Ma se nemmeno riusciva a reggersi in piedi! Deus sive natura! Dio come natura! Che impareggiabile cialtrone! Sì, quel suo concetto panteistico di sostanza avrebbe potuto anche andare bene, se solo ci avesse messo le monadi come base, ma l’ebreuccio scomunicato non poteva provare neanche a immaginarselo, il vero valore e significato delle monadi, atomi spirituali, specchi viventi dell’universo che formano la sostanza tutta del cosmo e che lui, Gottfried Wilhelm Leibniz, era riuscito a scoprire e definire con geniale compiutezza.

Nella triste e impolverata botteguccia nemmeno la luce del giorno osava entrare. Quel poco che ci riusciva si era rifugiato nelle lenti poggiate sulla scrivania, che splendevano di luce propria come monadi disperatamente relegate in un angolo buio dell’universo. Per il resto l’ambiente era privo di ogni cosa, fatta eccezione per un paio di sedie e un armadietto con le ante a vetro, dietro le quali si annidavano strumenti di precisione e cristalli ancora grezzi. Più che un laboratorio da ottico, quel posto somigliava alla caverna di un desolato eremita.

A ripensarci ora, quella visita era stata davvero una perdita di tempo. Gottfried stava impiegando un tempo troppo lungo per prepararsi. Per forza, René non si era fatto vedere per nulla. Eppure il giorno prima il somaro aveva dato prova di sollecitudine e di animo gentile: si era bevuto ogni parola di quello che sembrava il delirio di un moribondo sprofondato in una poltrona polverosa. Moribondo ma pertinace, cocciuto e insolente. Con un tono di voce incrinato dal respiro stretto aveva detto che lui non era un ateo, ma semplicemente un uomo convinto che la Bibbia non insegnasse che l’amore intellettuale verso Dio.

Amor Dei intellectualis, certo. Ma non mi è chiaro in cosa consisterebbe, di grazia, quest’amore secondo il suo autorevole parere.”

“Nel vivere praticando giustizia e carità, senza aspettarsi nulla in cambio: né salvezza, né perdono, né grazia o favori. Senza osservare alcun rito o cerimonia, che altro non sono se non forme di superstizione per tentare di assicurarsi il favore degli dèi e del Dio senza faccia che è dietro di loro.”

Gottfried aveva sorriso, passeggiando su e giù davanti alla sedia di quel disgraziato. In quella stamberga non c’era un posto decente dove sedersi. Per respirare il meno possibile la polvere ristagnante nell’aria, teneva la testa tanto sollevata che la parrucca svettava come il pennacchio di un elmo.

René si era nascosto in una delle tante penombre che pendevano dal soffitto. Se ne stava dritto in piedi con le mani raccolte sull’inguine come a nasconderlo, nemmeno fosse completamente nudo.

“Ho letto, ho letto del suo amore intellettuale di Dio, la forma più alta di conoscenza di quell’ordine necessario che è la stessa sostanza di Dio, ma mi è parso di capire che una tale alta e nobile forma di fede sia raggiungibile solo con la sapienza e grazie all’aiuto della filosofia. Io, invece, sono persuaso che tutti gli esseri umani abbiano diritto a…”

“Chiunque riesca a sopravvivere senza rinunciare a giustizia e carità è degno di questo amore.”

“Anche uno come quello lì?”

Gottfried aveva indicato René in castigo nel suo angolo.

“Lui forse più di noi due. La visione delle cose nel loro scaturire da Dio non necessità di nessuna delle lenti che io costruisco, ma della misericordia, che solo gli uomini possono provare.”

“È vero, dimenticavo che per lei la misericordia è Amore, in quanto s’impossessa talmente dell’uomo da fargli provare gioia per il bene altrui e tristezza per il male dei suoi simili. Ed è passione, lei sostiene, molto diversa dalla commiserazione, che è tristezza, in quanto accompagnata dall’idea di un male accaduto a un altro che immaginiamo simile a noi. Interessante, ma discutibile.”

“Discutibile quanto, ad esempio, il disprezzo che consiste nel considerare qualcuno meno del giusto soltanto per odio.”

Gottfried era abilissimo a sorridere con distaccata eleganza, tanto da mettere in soggezione qualsiasi nobile di una delle corti europee da lui visitate. Un sorridere che spesso precedeva una citazione precisa e affilata, alla quale era impossibile ribattere efficacemente. Ma Baruch non sembrava voler ribattere, si limitava a guardare docilmente il suo interlocutore. Gottfried continuava a passeggiare nella stanza cercando di disciplinare la folla di domande da porre a quell’uomo così sereno, nonostante la malattia gli avesse già rubato la naturalezza del respiro. Soprattutto avrebbe voluto chiedergli perché non avesse accettato la cattedra di filosofia che gli avevano offerto a Heidelberg, e se davvero, come aveva sentito dire, avesse rifiutato anche il dono di duemila fiorini che un suo scolaro e amico, un certo De Vries, gli aveva generosamente offerto. Ma si sarebbe trattato di domande inutili: sapeva già che Baruch aveva rinunciato all’insegnamento accademico perché temeva che avrebbe limitato la sua indipendenza spirituale e di pensiero. Quanto ai duemila fiorini, gli erano parsi troppi, così da De Vries aveva accettato solo la pensione annua che l’amico gli aveva scongiurato di prendere, e non i 500 fiorini offerti, ma 300. Quello che guadagnava con il suo lavoro gli bastava: era noto per la sua straordinaria abilità con le lenti, rara in un secolo che da poco aveva scoperto i segreti della moderna scienza ottica. Ma per Gottfried un filosofo che fabbrica, levigava e puliva lenti era perlomeno ridicolo. Oltre tutto aveva scelto quel modesto mestiere in osservanza a un precetto rabbinico che prescrive a ogni uomo di praticare un lavoro manuale. Osservanza di un precetto rabbinico per lui che era stato scomunicato con tanto di maledizione? Non aveva senso. Quell’uomo era un povero pazzo che aveva deciso di vivere in solitudine e in uno stato di riprovevole indigenza. Era arrivato il momento di porre fine a quella visita.

“ Ora, anche se malvolentieri, le chiedo di darmi congedo. Devo partire al più presto per improrogabili impegni: sono atteso dal duca di Hannover, che si è compiaciuto di richiedere i miei modesti servigi. Spero, comunque, di aver conquistato, se non la sua stima, almeno la sua benevolenza.”

“Mio caro amico, lei ha tutta la mia benevolenza possibile.”

Compiaciuto, Gottfried era arretrato verso l’uscita seguito da René, che camminava lento, a capo chino. Il saluto di Baruch era stato uno sguardo da bambino impertinente. Appena in strada Gottfried si era sentito schiaffeggiato dal freddo tagliente. Aveva reagito al gelo pensando che non sapeva davvero che farsene della benevolenza di quello straccione. Stava per sorridere sarcastico, ma un lampo della memoria gli aveva messo sotto gli occhi, come scritta su pagina immacolata con inchiostro nerissimo, una definizione di Spinoza: “La Benevolenza è Cupidità di far del bene a colui del quale abbiamo commiserazione.”

Non era stata una gran giornata per Ermanno, proprio per niente. Si era trascinato tutto il pomeriggio aspettando la sera davanti al televisore, aveva cucinato due uova al tegamino, bevuto qualche bicchiere di un vino nero e forte, ed era andato a letto, prima del solito, come se il giorno dopo avesse dovuto alzarsi di buon’ora.

Era andato a dormire davvero troppo presto. Quando riaprì gli occhi nessuna luce filtrava dalle imposte, ma ormai era sveglio. Alzandosi cercò la vestaglia di lana pesante abbandonata ai piedi del letto. Non la trovò subito perché si era insabbiata tra le coperte. Con le pantofole, invece, ebbe maggior fortuna, i piedi le trovarono al primo colpo, e grazie al chiarore vagabondo della sveglia digitale poté raggiungere la finestra. Per fare freddo, faceva freddo, eccome. Si accorse di rabbrividire non poco mentre alzava la tapparella. Venere, la stella del mattino, brillava a sinistra dell’orizzonte, rischiarando uno spicchio di tenebra in attesa che il sole arrivasse da oriente a darle man forte. Quella stella che bucava il buio era tutto quanto l’universo gli offriva prima che arrivasse il giorno e poi di nuovo la notte. Andava benissimo così. Percepiva ogni cosa con tutti i sensi accesi per catturare il bianco brillante della prima stella. L’aria profumava di freddo e il cuore gli batteva forte. Avvertiva il mondo intorno a sé con una meraviglia e un entusiasmo come non gli capitava da bambino. Richiuse piano la finestra cercando di fare il minimo rumore possibile. Non voleva disturbare quel dialogo senza parole tra la sua anima e il tempo della stella. Un fraseggio profondo ma velocissimo, che durò il tempo di un battito di ciglia. Comunque  abbastanza a lungo da cancellare in lui l’antica paura di vivere e, quindi, di morire.

Gottfried, appena arrivato al suo nuovo domicilio presso il duca di Hannover, avrebbe immediatamente licenziato René. Quell’impudente, dopo la visita a quel filosofo da strapazzo, nemmeno lo aveva accompagnato alla locanda, con la scusa di dover comprare un bottone per la giacca azzurra. Ma che urgenza c’era? Un bottone per una giacca che Gottfried indossava solo nelle grandi cerimonie! Nessuna urgenza, soltanto un banale pretesto per piantarlo lì senza nemmeno un inchino, un cenno di saluto, accanto a una pozzanghera ghiacciata che la sera cominciava a tingere di blu. Intollerabile. Gottfried era tornato alla locanda non senza difficoltà, non aveva fatto caso al dedalo di viuzze che l’avevano portato alla bottega di Baruch: occuparsi di itinerari e locande non era affar suo, ma preciso dovere di quell’impudente del segretario. Tuttavia uno scienziato come lui poteva ben cavarsela da solo, no? Aveva cercato di orientarsi, ma le strade gli sembravano tutte uguali. Pochi e frettolosi i passanti in quell’Olanda, patria europea della tolleranza e della libertà di pensiero, ma scostante e sbrigativa nel dare risposte a uno straniero che cercava di tornare alla sua locanda. Dopo una cena tanto modesta da risultare insapore, stanco per la giornata spesa inutilmente, era salito in camera e si era spogliato cercando di sistemare nel modo più diligente possibile gli abiti. Appena a letto, aveva avuto un moto di stizza che aveva scaricato nella mano destra stretta a pugno per minacciare la finestra: aveva dimenticato di lasciare un po’ aperte le imposte. Era corso a dischiuderle. Era rimasto tutta la notte sveglio nell’attesa del rientro di quel somaro di René. Probabilmente era finito in qualche bettola a ubriacarsi. Ma René non aveva mai bevuto nemmeno un goccio di vino. Forse lo avevano rapinato e ucciso. Difficile: René era un uomo accorto, senza contare che l’Aja era una città mite anche nel crimine. La verità era che il suo segretario lo aveva abbandonato. Non ricordava chi, ma qualcuno, sicuramente una donna, una volta gli aveva detto che lui era una persona troppo difficile e che sarebbe morto da solo. Per sfuggire a un pensiero tanto molesto si avvolse nella sua tana di coperte. All’improvviso la strappò dal letto trascinandosela addosso. Così intabarrato andò a cercare la luce aprendo la finestra. Venere era lì ad aspettarlo. Venere, la più bella delle dee, che adesso sembrava guardare benignamente proprio lui. E perché no? In fin dei conti non poteva considerarsi un uomo ordinario uno come lui, scienziato e filosofo che aveva consacrato la vita alla filosofia e alla conoscenza solo per… per…

Per tentare di assicurarsi il favore degli dèi e del Dio senza faccia che è dietro di loro.”

Rimase fermo davanti alla finestra avvolto da coperte e lenzuola che ora pesavano quanto una cappa di piombo immobilizzandolo. Tentò di liberarsi ripetendosi che non doveva prendere seriamente in considerazione le parole di un uomo come Spinoza. Un eretico convinto dell’esistenza di un Dio senza faccia che non chiede sacrifici o rituali, e nemmeno pretende di essere amato. Ma allora cosa chiedeva e cosa dava, infine, il Dio di Spinoza? Magari solo quella stella appuntata nel cielo e lui che la stava a guardare.

“Già… la stella persa nella notte e io che la guardo.”

Gottfried richiuse piano la finestra per sfuggire alla lastra di gelo che gli aveva punto gli occhi e le guance, poi tornò a letto. La prima stella del mattino non chiedeva altro che di essere guardata, e lui null’altro che di ammirarla. Non perché questo avesse un significato o un fine preciso, ma solo perché era nell’ordine razionale e necessario della natura di cui aveva scritto Spinoza, e forse anche in quello contingente postulato da Leibniz, convinto di vivere nell’unico, e quindi migliore dei mondi possibili, che affidava all’uomo e al suo libero arbitrio la scelta del proprio destino. Un universo senza alcun fine, creato da un Dio che crea essenzialmente per amore verso se stesso: era questa, invece, la terribile e vera maledizione che aveva finito per chiudere Baruch nella sua prigione di solitudine. Spinoza, rinunciando alla speranza di poter riuscire ad amare anche quello che non era riuscito a capire, si era maledetto da solo. A tale pensiero Gottfried si rintanò il più possibile nelle coperte, ma non trovò pace se non dopo aver deciso che avrebbe fatto ancora visita a quello smagrito filosofo con il quale, in realtà, aveva da condividere molto più di quanto avesse pensato. Dopo molti incontri con quello che ormai era diventato suo amico, avrebbe scritto una straordinaria prova a priori sull’esistenza di Dio.

Gottfried Wilhelm Leibniz, tormentato da atroci attacchi di gotta, morì a settant’anni ad Hannover, il 14 novembre 1716, assistito solo dal segretario e dal cocchiere. Al suo funerale non intervenne nessuno della corte di Giorgio Luigi di Hannover, che intanto era diventato re Giorgio I d’Inghilterra.

Nonostante alcuni lo ritenessero un filosofo un po’ troppo cortigiano, Leibniz era semplicemente un uomo straordinariamente innamorato del sapere e della vita. Aveva anche studiato il mondo degli animali, e si dice riportasse gli insetti, una volta esaminate le loro caratteristiche, esattamente dove li aveva catturati. Rispettava qualsiasi forma di vita del pianeta, convinto che anche gli animali fossero immortali, dal momento che nella natura non c’è alcuna morte, mai, ma solo metamorfosi.

Baruch Spinoza si spense il 31 febbraio 1677, a soli quarantaquattro anni, pochi mesi dopo il suo incontro con Leibniz. Dicono che per giorni molti clienti continuassero ad andare alla sua bottega per far aggiustare o pulire i loro occhiali, e che rimanessero costernati nell’apprendere dagli abitanti della strada della morte di quell’uomo mite che volentieri parlava con loro di tantissime cose. Di scienza e filosofia con coloro che possedevano microscopi o cannocchiali, del clima e della natura con chi usava i cristalli ottici semplicemente per vedere meglio. Della sua morte, come della sua vita, scrisse un pastore luterano che si era proposto di annientarne le tesi eretiche, ma che poi finì per lodarne l’esistenza da santo del pensiero.

Ermanno ormai è in pensione. Come molti uomini anziani dorme poco, ma ha un suo rimedio: accanto alla finestra, poggiato sul tavolino, tiene un binocolo. Qualche volta si sveglia in piena notte senza riuscire a riaddormentarsi, allora aspetta che arrivi Venere, la inquadra col binocolo e le sorride stirando appena le labbra. È il suo modo di salutare Sara, così ha ribattezzato la prima stella del mattino. Poi torna a letto e, quasi sempre, riesce a riprendere sonno e a sognare.

Effimero

Verso le otto e mezza di sera, al Bar Buenaventura dell’Alfalfa, scende un uomo che tutti devono conoscere bene. Lo salutano in fretta, senza cerimonie, per quante cerimonie possano concederti mai i veri camerieri di Spagna. Ma lui – enorme, stazza micidiale, rubizzo, ben vestito – lo salutano davvero quasi con sgarbo, come se fosse un gioco ormai abituale. Si siede alla barra, ordina un gin tonic e chiede al cameriere di liberare il bancone da bicchieri sporchi, piatti, piattini, fazzoletti appallottolati. Il ragazzo nemmeno si gira: “Perché non te ne vai a sedere da un’altra parte, invece” gli dice. E lui fa “no, voglio stare proprio in fronte a te, qui, in questo spazio, voglio fare tutto quello che mi pare e voglio bermi bene questo gin tonic come se fossi alla Maestranza perché adesso c’è Morante che sta dando lezione e io non ho voglia di pensare alle magie col capote che mi sto perdendo”. Il ragazzo non si gira, tutti tacciono, lui sorseggia eppoi mi chiede perché lo stia guardando. La rabbia gli passa in un attimo, raccontando. Mi spiega che no, la corrida non va in tv quest’anno. Non ha sentito la radio e non ha visto internet che manco sa cosa sia. Di Morante ha capito tutto dal terrazzo. Di quel che solo Morante può fare a Sevilla, al pubblico della Maestranza, lui ha capito benissimo, dal terrazzo condominiale. Stava lì a farsi un sigaro all’ombra della pagliarella, dice. E quel che ha sentito, gli olé lunghissimi, eterni, magici, tutta roba che può aver creato solo Morante, solo col capote, sicuramente qualche veronica lunghissima, eterna, infinita, che pare allungarsi oltre ogni tempo. O forse una chicuelina di quelle che lasciano storditi, o una media veronica a piedi uniti. Chissà. Non può dirlo, questo. Non si può capire addirittura il passo ma che fosse la cappa e che fosse Morante si può dire eccome. “Solo Morante ha eguagliato nei sivigliani la magia che produceva Curro Romero” dice ancora, poi mi saluta.

Me ne vado giù per le vie pedonali fino a San Salvador, semivuota. Ridacchio, chiedendomi quanto ci sia di vero in quel che raccontava il tipo. In cinque minuti sono alla Plaza. La gente sciama, i bar si riempiono, e i racconti sono tutti per lui, Morante, per la sua cappa che ha frusciato nell’aria, per quei pochi minuti di magia eterna che ora tutti vogliono raccontare, che tutti vogliono fissare nella memoria per sempre e che fin dall’Alfalfa hanno sentito nella sua purezza. Mi pare un sogno. Mi viene da ridere. Chi sa poco di tori ignora un aspetto fondamentale della passione che accomuna qualsiasi tipo di aficionados. Perché si può dare più importanza al toro o al torero, si può preferire un allevamento, si può avere un idolo, si può vivere il toreo nel modo che più piace, ma una cosa accomuna tutti quanti: la volatilità dell’arte, il suo intrinseco essere effimera costringe a tentativi di ogni genere per fissare un momento, trattenerlo, farlo proprio, renderlo immortale. E questo sforzo si manifesta in maniera paradigmatica nell’immediato post-corrida, quando la folla abbandona gli spalti e si raduna negli infiniti bar in cui deve sopravvivere quel che inesorabilmente muore. Lì tutto è chiaro. Vedrete chi tenta di replicare il movimento, chi lo descrive a parole, chi scuote il capo e guarda in cielo e vi spiega che mai prima, per almeno tre decenni, mai prima si era visto quello che è capitato in una frazione di secondo. “Non mi credi? A piedi uniti e facendo passare il toro… La mano sinistra che teneva il panno… Quel cambio di mano dopo l’altro cambio di mano…” Termini tecnici, conoscenze storiche, ricorso alle statistiche, ai numeri. “Ma lo avevi mai visto un toro così?  Quel carattere, come caricava col corno destro, come galoppava al cavallo, come si è fermato all’improvviso quando ha capito…” Per ore, fuori da qualsiasi plaza de toros del mondo, gli appassionati descrivono, mimano, fissano per sempre un passaggio aereo che nell’aria è scomparso, che nel tempo è caduto e che non tornerà mai più, non ci saranno repliche televisive capaci di ridargli vita, non ci saranno registrazioni, né null’altro, perché l’arte del toreo, come poche altre arti, è assolutamente unica, non replicabile, contingente, fragile, volatile e eternamente effimera.

E questo succede fuori dalla Maestranza. A ogni bar, da San José fino alla fine di Adriano, da San José fino alla fine di Diaz, in ogni bar non c’è chi non stia cercando di fermare l’eternità della cappa di Morante. Il severo critico taurino del Pais, Antonio Lorca, si è allontanato per cercare di spiegare al mondo come i movimenti di Morante abbiano sovvertito i canoni classici della scansione temporale (“chi non esagera dice che l’olé per la sua media veronica è cominciato alle otto e alle otto e un quarto il toro ancora non era passato. Eterna, senza dubbio; almeno così è parsa alla plaza“), e io guardo la cappella del Baratillo, proprio lì davanti alla Bodega San José. Ripenso alla notte fredda in cui l’Estrella ha spinto il suo Cristo a inchinarsi, a avanzare e ritrarsi, mentre la banda suonava musiche di Passione. Calessi ora chiamano gli aficionados a venir via dai bar per recarsi trionfalmente alla Feria. Gli altri si avviano a piedi. Improvvisamente aggiungo un tassello alla formazione del vuoto che si nasconde nella mano della flamenchista o della danzatrice di Sevillanas. Quel vuoto completamente volatile che una mano non può stringere mai, che sfugge via inesorabilmente, che scivola altrove in un attimo e uno si chiede se lo abbia mai vissuto o meno, se non sia stato soltanto un sogno. Si tratta dei movimenti artistici, perfetti, pieni di una vita misteriosa, compiuti dal paso che rappresenta il Mistero del Cristo che muore, quei movimenti lunghi e profondi, unici, irripetibili, danzanti, che il paso dell’Estrella ha stampato dentro di me per sempre proprio qui, in una notte gelida e piovosa, davanti al Baratillo aperto. Gli attimi di Morante nella plaza, attimi immensi che non ho visto e che non potrò vedere mai più, che troverò in qualche video su internet, forse, ma che tanto non saranno mai pieni, immensi, lunghissimi come si sono stampati negli occhi di chi era sugli spalti. Eppure già li vivo, già vivono un po’ dentro me, già si stanno creando un insolito spazio. E allora mi chiedo come funzioni, in noi, il meccanismo misterioso di questa ineffabile immortalità delle cose più mortali, capaci di attraversare i tempi, di passare di mano in mano, dalla mano di Morante fino alla mano dell’enorme uomo sulla sua terrazza condominiale a fumare il sigaro, dalla Maestranza all’Alfalfa, eppoi giù, nel bar, nelle mie mani che reggono il bicchiere, eppoi con me indietro ai bar della plaza, dove altre mani stanno provando lo stesso movimento, il solito movimento di questa festa infinita: rendere immortale, eterno, infinito ciò che per sua natura è inesorabilmente mortale, finito, effimero.

[continua…]

La prima parte del reportage di Matteo Nucci è qui.
La seconda qui.
La terza qui.
La quarta qui.
La quinta qui.
La sesta qui.
La settima qui.
L’ottava qui.
La nona è qui.
La decima qui.

Atti impuri

Alla fine pensò che lo poteva fare, bastava prestare attenzione al modo. Il modo era tutto. «Ogni volta che facciamo qualcosa con cura distruggiamo il male che è in noi» diceva la sua amata Simone Weil, una minuta insegnante di liceo che si era fatta assumere alla Renault in qualità di operaia di primo livello, per non parlare a vanvera di proletariato come succede di solito agli intellettuali.

Per farlo con cura doveva dimenticare di essere lui, ovvero non doveva curarsene. Doveva farlo accettando che la tentazione riempisse il cervello con le sue volute di fumo azzurro, ma senza esserle complice. Bastava non scendere a patti col desiderio, rispondergli come se la questione non lo riguardasse. Doveva disincarnarsi, uscire da se stesso, guardarsi agire da un punto lontano fuori pericolo, seguire la linea luminosa tracciata dalla parola estasi. Già, l’estasi però era un problema. Perché era così bello quel momento? Così pieno di luce e calore, pochi istanti di oscena beatitudine.

Agnieszka e Jozefina erano fuori con gli altri, sentiva le loro voci per brevi istanti, mezze frasi, spesso anche solo un paio di sillabe tintinnanti nel brusio generale, suoni venuti in superficie per lui, apposta per lui, dallo scrocchiare dei rami mossi dal vento e gli altri rumori dello sfondo. Pawel stava provando qualche accordo, tra poco il coro si sarebbe levato, prima in sordina, misurando il tono con gli sguardi e i sorrisi d’imbarazzo, poi sempre più forte, e anche loro si sarebbero messe a cantare.

Il pane era diventato gommoso per l’umidità, ma il profumo era buono: segale e legna bruciata. Tagliava grosse fette tenendo fermo il filone con la mano sopra la carta, svestendolo via via che si accorciava. Nel rifugio gli escursionisti che li avevano preceduti (chissà quanto tempo prima) avevano lasciato tutto in perfetto ordine. I coltelli e il bollitore erano puliti, le tazze per l’orzo appese ai ganci appositi. Nella credenza due scatolette di carne, un po’ di zucchero rappreso nel barattolo e il resto dei loro preziosi avanzi lasciati in dono al prossimo, come lui e i ragazzi avrebbero fatto andandose di lì a un paio d’ore. I ragazzi. Perché lui invece che cos’era? A guardarlo in mezzo al gruppo sembrava un loro coetaneo, ma questo non significava nulla. Lui era il pastore, lui era la guida.

Le ragazze erano appena tornate dai cespugli al limitare del bosco con un paio di manciate di mirtilli e ora li distribuivano. A Pawel glieli mettevano direttamente in bocca indugiando sul gesto per far ridere gli altri, mentre lui continuava a controllarsi serio le dita sulle corde della chitarra. La serietà dei suoi studenti, la fresca, briosa serietà di quel gruppo di giovani, lo metteva quasi in soggezione. «O Serafin, tu povero – cantavano – fa’ che sprezziam la terra che ci fa guerra ognor», eppure erano un nucleo pulsante di godimento terrestre, splendidi guerrieri rilassati durante una breve licenza, che scherzavano con un’ombra di consapevolezza nello sguardo, la serena determinazione di chi è sempre pronto e non verrà mai sorpreso dal giorno del Giudizio.

Li teneva d’occhio dalla porta aperta armeggiando sul cibo. Jozefina si era proposta di aiutarlo, ma lui l’aveva spedita dagli altri con una spintarella, fianco e spalla a respingere l’attaccante lontano dalla palla, una pantomima scherzosa con le mani sporche di salsiccia sospese a mezz’aria, nel petto il grosso cuore che frulla disperato. Era proprio questo che temeva, l’astinenza provocava questo. Ogni volta che aveva ceduto, un senso profondo di sconfitta si era impossessato di lui, ma dopo era stato meglio. Dopo affrontava le ragazze disinnescato, i contatti fortuiti riconquistavano la dimensione cameratesca, poteva partecipare alle partitelle di calcio senza paura, il corpo a corpo era solo un corpo a corpo, braccia e gambe intrecciate in una lotta sportiva, l’epifania dell’innocenza più assoluta.

Quindi? Quindi sì, poteva, doveva farlo.

Cominciò a sistemare i pezzi di salsiccia nei panini, mentre la ogorkowa portata da Gabriel sobbolliva sul fornello da campo mischiando l’odore di cetrioli e barbabietole al profumo di resina proveniente dalle assi con cui di recente era stato rattoppato il tetto. Alcuni avevano nascosto nello zaino qualche bottiglia di birra e gliel’avevano mostrata con aria colpevole una volta arrivati in vetta. Ma in fondo che male poteva fare un po’ di birra in una bella giornata di sole tra amici? Ovviamente aveva storto il naso – avevamo detto niente birre – poi gli aveva insegnato ad aprirle sulla roccia. Punti la corona, dài un colpo secco con il palmo della mano e zac, il tappo salta via. I soliti trucchetti da caposcout per mantenere alta la considerazione nel gruppo. Il fatto è che lui non era un caposcout e non aveva certo bisogno di trucchetti: gli studenti accovacciati sul prato lì fuori avevano rinunciato al ballo pomeridiano al dopolavoro ferroviario per seguirlo in montagna, quel sabato.

Chi ballava meglio: Agnieszka o Jozefina? Agnieszka, così snella, gli occhi e le caviglie di cerva, i capelli raccolti in una coda alta fin quasi sopra la testa. Oppure Jozefina, sempre accaldata, con gli zigomi in fiamme, il tritolo nei polpacci e quella febbre da mistica, da invasata, nello sguardo. Mentre mescolava la ogorkowa si accorse che ci stava cascando di nuovo, il che lo costrinse ad appoggiarsi al tavolo e abbassare le palpebre per reggere all’ennesima ondata di prostrazione. La velocità con cui si riempiono di sangue i corpi cavernosi è impressionante. Se questo era l’effetto dell’astinenza, se non farlo comportava pensare a Jozefina in questo modo, anche Nostro Signore lo avrebbe sospinto a trovare un rimedio. E l’unico rimedio rivelatosi di una qualche efficacia, a dispetto degli infiniti sforzi e ripensamenti, era quello.

Con i ragazzi era diverso. Nei rari casi in cui glielo confessavano, lui era costretto a redarguirli, abbassava la voce per ottenere un tono ancora più grave e diceva: «Non va bene, amico mio, quello che fai è sbagliato, lavora con tutto te stesso per evitare di ricaderci». Ma ormai, per averlo provato troppe volte su di sé, era quasi sicuro che quella proibizione, e l’aura fosca che l’avvolgeva, finissero per alimentare il desiderio. Era triste riscontrare quanto fossero fondati i luoghi comuni in fatto di lussuria. Condividere le sensazioni degli altri, gli stessi automatismi mentali, da un canto lo scoraggiava, dal canto opposto lo metteva in maggiore sintonia col prossimo, lo costringeva a non perdere di vista la debolezza e la fragilità della sua condizione, la meravigliosa avventura di uno spirito caduto, racchiuso per un tempo brevissimo dentro tuniche di pelle. Un uomo gettato nel mondo. E lui amava il mondo, amava la salsiccia secca, i panini che stava preparando, l’allegria dei suoi ragazzi e i suoni del bosco lì fuori. Non aveva fretta di andarsene, voleva solo che la vita sulla terra gli permettesse di godere e soffrire insieme alle altre persone restando un uomo diverso, in missione tra i suoi simili. D’altronde lo diceva anche San Paolo agli Efesini: «La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e carne, ma contro gli spiriti del male che abitano in cielo». Anche lui era di sangue e carne, e anche il Redentore. Tentare di sottrarsi a questa evidenza sarebbe parso ancora più blasfemo. Pretendere di bloccare il corso della natura per amore di Dio poteva finire per essere un oltraggio, il residuo di una superbia prebabelica. O forse il tocco sublime dell’infanzia, l’illusione romantica della forza del pensiero, la speranza che la salvezza avvenga per magia, in fondo la fede più alta.

Si ricordò del film che avevano visto tutti insieme al cineforum della parrocchia nelle settimane precedenti: un cortometraggio antico di Alice Guy-Blaché, la prima donna regista della storia. Falling Leaves, 1911. La piccola Trixie assiste preoccupata al dialogo tra la madre e il medico sullo stato di salute della sorellina maggiore Winifred. La tisi procede a grandi falcate, quei volti scuri non promettono nulla di buono, infatti a un certo punto, indicando gli alberi in giardino, il dottore sentenzia: «Quando sarà caduta l’ultima foglia, Winifred non sarà più tra noi». Trixie resta sconvolta dalla notizia, ma a differenza della madre prende l’annuncio alla lettera. Il problema è fuori, non dentro casa. Dopo una notte di elucubrazioni trova la soluzione: si arma di ago e filo e scende in giardino a riattaccare le foglie. Quando si dice una lotta contro il tempo. Esiste un esempio migliore? Trixie impedisce all’autunno di finire. Per amore della sorella eternizza il presente nel kairos, «il tempo designato nello scopo di Dio, il tempo in cui Dio agisce» come dice il Vangelo di Marco. Fanno così i bambini, non resterò senza mia sorella, i suoi polmoni guariranno, non sputerà più sangue, l’inverno non arriverà, io pregherò Gesù e il mondo diventerà il Paradiso qui e ora, alberi sempreverdi, l’affresco ideale di ciò che voglio e amo.

Ma lui era un adulto, un adulto tra adulti, esseri umani che hanno raggiunto una coscienza di ordine superiore e conoscono l’ineluttabilità della materia, la sua perpetua trasformazione, le sue gioie transeunti, la degenerazione e la morte secondo i disegni imperscrutabili di Nostro Signore. Nessuno sapeva in che modo le leggi della natura erano poste a servizio di Dio e lui non sarebbe stato certo il primo a ricevere una simile rivelazione. Lui sapeva solo che Dio sottoponeva tutti i suoi figli allo stesso trattamento e che il bosco dove si trovava con i ragazzi non era ancora il Paradiso, ma un posto magnifico in cui vigevano quelle leggi crudeli. In quel bosco, e ovunque sulla terra, le foglie cadevano e lui desiderava Jozefina.

La desiderava nel modo più lurido e avvilente: schiacciata alla parete, la lingua spinta in gola, una gamba sollevata, la gonna stretta in pugno. Dovette appoggiarsi di nuovo al tavolo per sostenere la vergogna di un’eccitazione così violenta, una volontà cieca, totalizzante. Minuscole gocce di sudore gli imperlavano il labbro superiore. Padre, perdonami. Si guardò le mani, forme plasmate il sesto giorno per distinguerci dagli altri animali. L’avrebbe fatto, stava per rifarlo. Se le pulì sui pantaloni, spense il fuoco sotto la zuppa e tagliò spedito il prato sul quale i ragazzi cantavano: «In compenso al vostro amore accendete entro il mio petto casta fiamma e santo ardore, sacro cuor del mio Gesù».

Allo sguardo interrogativo di alcuni – Agnieszka, ad esempio, mentre Jozefina seguitava a cantare senza accorgersi di nulla – lui elargì un sorriso vagamente autoironico, il segno più o meno convenzionale di un’urgenza corporale, e si diresse nella profondità del bosco. Nessuno oltre a lui sapeva che non andava a orinare. Nessuno oltre a Dio onnisciente, l’ente perfettissimo creatore del cielo e della terra di fronte al quale avrebbe peccato per l’ennesima volta. Che succedeva in Paradiso? Forse tutte le anime avrebbero visto i filmini delle cose che abbiamo fatto in perfetta solitudine? I suoi genitori, i suoi maestri, i suoi ragazzi, tutte le anime avrebbero visto il filmino di quella volta in cui lui in mezzo agli abeti si contorceva infoiato come un cane, gemendo con la bocca semiaperta, mentre nella radura a cento metri da lì cresceva il coro «Ave Regina caelorum, ave Domina Angelorum, salve radix, salve porta, ex qua mundo lux est orta»? Non era questo il modo. Il modo era tutto, e lui stava sbagliando. Non si stava disincarnando, non stava raggiungendo nessun punto lontano da cui guardarsi agire, non era affatto fuori pericolo, nella sua mente si agitavano forme concrete, immagini irresistibili dotate di terza dimensione, e lui era lì dentro con loro. Quelli erano i polpacci di Jozefina, se teneva chiusi gli occhi gli pareva davvero di poterla toccare. Si era mentito. Una pratica da espletare con indifferenza infermieristica, l’abilità di trasformare con la forza del pensiero il desiderio in bisogno: tutte sciocchezze. Sognò ancora per qualche secondo, poi gli si piegarono le ginocchia, sentì il calore crescere nel ventre e sollevarsi in fiocchi rigonfi, aggregati tra loro, ancora in costante espansione, qualcosa di molto simile a una nuvola di neve calda che si allargava premendo ai suoi confini fino a prendersi tutto, dentro e fuori di lui, una condizione panica di benessere e sperdimento. Liberazione e dissolvimento. Estasi. Ex stasis. La nuvola riempì per un istante ogni sua cellula e l’istante dopo svanì.

Di nuovo l’odore di terra, il fulgore smeraldino del muschio, di nuovo le cortecce lucide, la penombra, il martellare del picchio, di nuovo la chitarra e le voci lontane. Era preparato allo sconforto, eppure vi precipitò con tale immediatezza da restare quasi senza fiato. Contemplò i miliardi e miliardi di vite non nate che colavano giù dal tronco, gente piena di futuro, un potenziale immenso di amori, amicizie, esperienze personali, ricordi. Fratelli e sorelle privati della fortuna di godersi in allegra compagnia un panino con la salsiccia secca. Si guardò dove non avrebbe voluto: come potevano quelle povere mucose produrre un piacere così intenso? Non era ingiustizia questa? Pregò, chiese ancora perdono.

I ragazzi erano rimasti nella stessa formazione a farfalla, quattro losanghe di coristi con la chitarra al centro. Il sole intrideva di luce i capelli, compatti e splendenti come livree di corvo, come carrozzerie. Agnieszka e Jozefina erano sedute vicine, sulle note più alte si studiavano l’un l’altra sorridendo. «Per le piaghe che soffristi, Gesù mio, con tanto amore». Era meglio farlo, averlo fatto, via via che usciva dal bosco tornava a convincersene. Lo scoramento si dileguava a ogni passo. Ora riusciva a guardarle come doveva, com’era giusto: studentesse in età da marito che presto avrebbero trovato l’anima gemella e avrebbero proseguito sulla via della verità e della bellezza, nonostante la brutale volgarità del regime. I materialisti che irridevano le persone di fede non avrebbero potuto nulla contro la purezza di quelle ragazze e dei loro amici. Che studenti. Che quadretto.

Ci sarebbe voluto un falò, ma la legna era fradicia e poi di lì a poco sarebbero ridiscesi a valle. Gli venne in mente la gita sul torrente l’estate di due tre anni prima, la messa celebrata sul kayak rovesciato a mo’ di altare, il crocifisso fatto dai remi legati insieme con la sua cintura. Oggi però niente messa, pensò. Almeno questo. E poi gridò di venire a prendersi la ogorkowa, se non volevano che si freddasse.

Grazie Karol. Grazie Karol. Si avvicinavano ognuno con la propria gamella da soldato e lo ringraziavano. Dopo distribuì i panini e si sedettero sul prato di nuovo tutti insieme. Cominciarono a circolare le pilsner. Il solletico del luppolo nel naso. Luppolo e ossigeno rarefatto a milleseicento metri sul livello del mare. Il sole era già abbastanza caldo, per essere ai primi di maggio, e la salsiccia era buonissima. Si appoggiò schiena contro schiena a uno dei ragazzi più robusti, chiuse gli occhi e continuò a mangiare. Non sapeva cosa chiedere alla vita che già non avesse. La guerra era ormai solo un ricordo, presto Cracovia sarebbe tornata graziosa come prima. Ecco, forse un giorno gli sarebbe piaciuto viaggiare un po’.

(Il racconto di Mauro Covacich è tratto dal numero 62 di Nuovi Argomenti, attualmente in libreria.)