Scrittura e denaro

Scrittura e denaro

Come si fa a calcolare quanto vale una pagina scritta?
Ovvio che dipende da chi la scrive e da quanto, questo chi, in un dato momento, valga nel mercato editoriale. Poniamo dunque che io prenda da un editore un anticipo da 5.000 mila euro: se scrivo 180 pagine, la mia pagina singola da 1800 battute, sacra unità di misura, varrà 27 euro e 77 centesimi. Poniamo invece che io sia un autore più quotato e prenda 50mila euro di anticipo: la mia pagina varrà allora 277 euro. Poniamo che quella pagina io la scriva in un giorno: quei 50mila euro potrei guadagnarmeli in 180 giorni di lavoro, sei mesi. Però, se a scrivere quelle 180 pagine ci metto 1 anno (mezza pagina al giorno) gli euro si dimezzano a 137 al giorno, e se di anni ce ne metto 5 (1825 giorni) diventano 10mila euro all’anno, cioè 27 euro al giorno. Se calcolo 8 ore di lavoro al giorno per 7 giorni la settimana senza sabati né domeniche né festivi vari, la sacra unità di misura della mia paga oraria sarà di 3 euro e 37 centesimi. In effetti, è all’incirca la paga oraria da fame che oggi, in tempi di crisi nerissima, molti cominciano ad accettare senza lotta.

Voi direte: ma che cavolo di conti sono: uno scrittore, per campare, di mestiere fa altro. In effetti sì, ma volendo anche no.
Tutta la sfortuna economica della mia famiglia discende dall’imene di mia nonna. Se fosse o non fosse integro quando, per la prima volta, a ventitré anni, si unì carnalmente a mio nonno, io non potrò mai saperlo per certo: quando avrei voluto e potuto domandarglielo, lei era già morta.
Il problema sostanziale era che mio nonno, di anni, ne aveva diciotto, dunque cinque in meno di lei, e la sua ricca famiglia si scagliò contro questa unione scandalosa che era, sostenevano padre, madre, zii e cugini di secondo e terzo grado, evidentemente sobillata dall’altra famiglia, quella della ragazza perversa e perduta, per spillare denaro che avrebbe dovuto turare una mole di debiti non indifferente nascosta dietro la facciata bianca e sfarzosa di una villa sui primi colli bolognesi.
Forse, se questo fosse un romanzo, se avesse lo spazio e il respiro di un romanzo, inizierei da qui. O forse dovrei andare ancora più indietro, in un passato remoto del quale restano sì e no due dagherrotipi sbiaditi con la faccia truce e bella del trisavolo biscazziere, beone, giocatore d’azzardo e sperperatore dei beni di una famiglia non ricca ma fondata sul lavoro di tutti e tutte e dunque discretamente benestante e possidente.

Ma questo non è un romanzo e dunque lascerò gli avi al loro riposo e proverò a ricominciare da vicino, anzi vicinissimo: dai 290 euro circa che ogni mese sborso alla tata (smezzati con il mio compagno che lavora da casa anche lui, e anche lui, ahinoi, in campo editoriale, da precario) perché tenga mio figlio tre ore tre pomeriggi la settimana, totale 9 ore a 8 euro l’una, mentre io cerco di lavorare. Con quei 290 euro, fino a due anni fa ci pagavo le sedute dalla psicoanalista, poi l’analisi è finita e io ero contenta di aver nuovamente a disposizione quei soldi per la gestione della mia strana, abbastanza costosa vita da donna semi-single. Non fosse che appena sono smontata dalla chaise longue color vaniglia e rosa pallido dell’analista, una nausea improvvisa mi ha avvertita che qualcosa stava accadendo dentro il mio corpo e in breve ho realizzato che quei 290 euro non li avrei affatto potuti considerare un capitale da investire in cibo giapponese, vestiti, libri o rata di un eventuale mutuo per un monolocale vista colli, ma che qualcuno se li sarebbe prontamente bevuti, mangiati, pisciati e cagati. E così è andata, ed è anche così che ho scoperto che ci vogliono più di 290 euro al mese per mantenere un bambino, tutto considerato. La nascita di mio figlio ha coinciso con due terremoti. Uno sismico, fisico, insomma reale in senso stretto (nel maggio dello scorso anno, proprio mentre Ettore stava per nascere, l’Emilia Romagna, regione in cui vivo, è stata colpita da uno sciame di scosse sismiche che l’hanno tormentata, dopo quella più forte del 20 maggio, per oltre un mese e che hanno lasciato noi, che la abitiamo, con un sacco di crepe sotto, sopra, fuori e dentro) e un altro terremoto che in realtà metaforico non lo è di preciso, perché le vite di un sacco di persone intorno a me, la mia compresa, hanno cominciato a traballare su fondamenta ribollenti e ora sono squassate in qua e in là da quotidiani smottamenti di fondi.

Fondi intesi come moneta, denaro, soldi. Non ci sono soldi. Non ci sono più soldi. Tutti vogliono essere pagati, ma nessuno ti paga. Molti hanno perso il lavoro e chi ancora ce l’ha, o da battitore libero, come me, se lo trova, viene pagato di meno. Mi presti, ti presto, ti devo, ti rendo, rate, mutui, leasing, tasse, tassi d’interesse, Equitalia, Ici, Imu, pensioni, debiti. Euro euro euro. Ovunque io mi giri, ovunque le mie orecchie si appizzino, le due sillabe maledette si riproducono a ritmo frenetico, come un virus geneticamente modificato per infettare l’universo, all’interno di qualsivoglia frase o concetto. Niente e nessuno sono esenti dal contagio. Forse era così anche prima, forse, da quando il denaro è stato inventato per facilitare le complicazioni del baratto (cosa me ne frega della tua farina, a me serve un chilo di strutto!) gli esseri umani, a ogni longitudine o latitudine del pianeta, in ogni tempo, non hanno potuto far altro che veder soccombere le loro lingue e i loro i dialetti sotto il peso sonante e sonoro di denari, quinari, dupondi, sesterzi, antoniniani, scellini, talleri, stateri, dracme… All’infinito, tutti i nomi che genti e paesi del globo abbiano mai inventato – coniato! – per rifersi alle monete che stabilivano e stabiliscono il valore di ogni singola cosa e dunque della vita intera. Ma io, prima, non ci pensavo. O meglio, cercavo di non pensarci. La scrittura per me è venuta molto prima dell’idea che con essa avrei potuto guadagnarmi da vivere. Quando a ventisei anni ho firmato il mio primo contratto con una casa editrice, l’Einaudi, mi pareva surreale che mi dessero dei soldi per ciò che io consideravo la mia ragione di vita. Certo la vita era denaro, la vita è denaro, il denaro era ed è tutto – felicità o dolore, malattia o cura, vita o morte – e io lo sapevo benissimo per via di quella storia dell’imene di mia nonna e di tutto quel che ne era conseguito e che arrivava fino alle banconote posate da mio padre la mattina – certe mattine, non tutte – sopra una mensola, infilate sotto una tazzina da caffè ribaltata e dalle quali dipendevano il prosciutto cotto, il litro di latte, i quaderni di scuola e la bolletta del gas pagata. Tutto insomma. O quasi tutto, perché io scrivevo da quando avevo sette anni e ovviamente avevo sempre scritto gratis, per desiderio, bisogno, rabbia, certo non per soldi. Gli scrittori, questo era evidente, erano ricchi da sempre, se no come avrebbero potuto trovare il tempo per scrivere? Scoprire le vite tormentate di alcuni di loro mi spalancò gli occhi. Honorè De Balzac, Jack London, Marguerite Duras, Henry Miller, Georges Simenon, Emilio Salgari, Sherwood Anderson. Tanti non erano nati in famiglie ricche, oppure erano pieni debiti e avevano scritto per denaro senza vergognarsene, anzi, con l’orgoglio che ti può dare il riuscire a guadagnarti da vivere con la cosa che per te è la vita: qualcuno paga per farti leggere a qualcun altro che pagherà per leggerti. Meraviglioso.

Henry Miller ad esempio era il figlio di un sarto. Tutta la sua vita era stata segnata dalla lotta per la sopravvivenza in libertà: libero dalla gogna del lavoro salariato, ma in fondo mai libero per niente perché quando non hai un dollaro in tasca sei pronto a dipendere da qualcuno che ti mantenga oppure a venderti qualunque cosa, anche le pagine che scrivi. Soprattutto le pagine che scrivi, se scrivere è la tua ragione di vita. E per Henry Miller lo era. Nel mio piccolo, lo era e lo è anche per me. Dunque mi sono abituata in fretta, perché è così, ci si abitua in fretta a venir pagati per ciò che si fa. Anche se la vergogna – senso di colpa? – può persistere per un periodo di tempo piuttosto lungo, a volte per sempre visto poi che agli occhi di molti, quasi tutti, scrivere non è lavorare. Scrivere è un hobby come dipingere vasetti di ceramica o fare un solitario con le carte, sferruzzare un cappottino di lana per il bassotto, depilare un’aiuola di salvia ingiallita in giardino o piantare tulipani a bordura di un balcone. E poi, tutti sono scrittori: chi è che non ha un fascio di poesie dattiloscritte nel cassetto o un romanzo incompiuto ispirato alla biografia della bisnonna? E allora? Mica si fanno pagare, questi tutti, per quel che scrivono, a volte, anzi, pagano di tasca loro perché qualcuno se li legga! Lo sguardo di disprezzo misto a incredulità del salumiere, della maestra, del commercialista, operaio, estetista, parrucchiera, calzolaio eccetera eccetera – tutta gente che lavora! – io lo conosco bene: ma davvero ti credi, tu, che stai lì seduto a infiocchettare frasi e a rigirarti i pollici mentre guardi fuori dalla finestra in cerca d’ispirazione, che quello lì è lavoro? Potessi starci io, in poltrona per quattr’ore di seguito a non far nulla. La scrittura è una roba da ricchi. Una roba per chi se lo può permettere. Gli altri, lavorano. Eppure, la mia esperienza delle cose mi diceva il contrario: io scrivevo, e scrivere era snervante, faticoso, anche fisicamente, certo, con questa postura malsana che ti appiattisce le vertebre cervicali, la solitudine, la ricerca ostinata della giusta concentrazione, gli occhi iniettati di sangue a fine sessione, la mandibola serrata e dolorante, le ore sprecate a cercare la frase giusta e cancellare quelle sbagliate, la documentazione preparatoria, gli schemi, gli appunti. Non era lavoro, quello? Lo era, perché qualcuno, per tutte queste cose di cui sopra, mi pagava. Eppure, piano piano poi sempre più velocemente, qualcosa ha cominciato a cambiare: improvvisamente c’era sempre più gente che scriveva, e pubblicava, e di conseguenza sempre meno gente che ti voleva pagare. Se il pezzo – articolo, recensione, sceneggiatura, eccetera – che volevano a gratis non glielo scrivevi tu, c’erano decine, centinaia di altri pronti a darglielo pur di comparire su una rivista, un giornale, un blog, partecipare a un progetto con una qualche visibilità. La scrittura, l’arte, non liberavano e non liberano più nessuno, c’è troppa offerta e poca richiesta. E in effetti la maggior parte degli scrittori che conosco – e vale anche per i registi, i pittori, i fotografi e gli artisti in genere – sono ricchi di famiglia. L’arte e i soldi discendono di padre in figlio come linfa in un pollone. Nessuno di questi scrittori, registi, pittori, fotografi e artisti in genere, ti dirà quanto prende di anticipo, nessuno di loro ti parlerà dei debiti dei suoi genitori o della loro pensione da fame, nessuno ti parlerà della fatica ad arrivare a fine mese, della scelta di vivere in un paesino sperduto anche per risparmiare sull’affitto, dell’attenzione maniacale che ci vuole per fare la spesa scovando le offerte senza sforare il budget, e non ti parlerà di queste cose per due motivi: il più probabile è che sia ricco di famiglia, il secondo, assai più raro, è la possibilità che si vergogni di mischiare il sacro col profano.

Non mi piace. Non mi piace perché non mi somiglia, perché non ha niente a che fare con me, con la storia della mia famiglia e della mia vita, con la storia del mio scrivere, quindi con la mia lotta quotidiana di sopravvivenza da scrittore che continua, con fortune alterne, ormai da diciassette anni e che in questi tempi di terremoto, e di figli da mantenere ora, e da ora in poi, si fa sempre più inquieta e incerta.
Se tutto, in questo mondo, è merce, se tutto si può vendere e comprare, se su tutto si può speculare e tutto si può deprezzare o discountare, come può la scrittura sottrarsi a questa legge? La scrittura – a meno che non sia totalmente intima e privata, e se davvero lo fosse, giacerebbe in un cassetto e non proveresti nessuna tentazione di condividerla con altri – non è anch’essa una merce sottoposta alle regole del mercato? Questa domanda senza risposta, questo dilemma mi perseguiterà per tutta la vita. So che scriverei comunque, in qualsiasi condizione fisica o psicologica che continuasse in qualche modo a consentirmelo. Scriverei comunque, scrivo comunque, e niente che sia intimo: io scrivo per essere letta, e scrivo articoli, recensioni, lettere, racconti, frasi, poesie, status su Fb, regalerei e regalo pezzi, pagine, commenti e storie, la scrittura erutta da me, erompe, mi squassa e sa trapelare da pori, squame, abrasioni, mescolarsi ai liquidi organici in uscita e schizzar fuori anche se non voglio. Certo, è così, scrivo comunque e scriverò comunque, anche a gratis, come ora, ma quando mi pagano scrivo con più convinzione e dunque scrivo meglio. Dicono che il poeta-assicuratore Wallace Stevens abbia detto che «i soldi sono una specie di poesia», più che altro, io credo che i soldi siano una specie di diabolica ma rassicurante Musa.

Il racconto di Simona Vinci è tratto dal numero 63 di Nuovi Argomenti, attualmente in libreria.

One comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.