Roma – Atlantide Edizioni

Il quinto Stato è una serie di interviste ai lavoratori dell’industria culturale. Ci raccontano la straordinaria complessità di un sistema che forse sta scomparendo alla vigilia di un cambiamento epocale. Sono le tante voci di donne e uomini che non potendo abolire la realtà così com’è, testimoniano la varietà dell’esistenza attraverso il proprio lavoro.

Risponde Simone Caltabellota di Atlantide edizioni.


Quante persone lavorano nella tua casa editrice? Quante uscite fate all’anno? Quali sono le vostre tirature?

Siamo un gruppo di circa dieci persone, quasi tutti veniamo da precedenti esperienze editoriali. Abbiamo creato Atlantide a fine 2015, e pubblichiamo ogni anno otto, dieci titoli. Abbiamo ideato per Atlantide un modello editoriale e distributivo che coniugasse progettualità e territorio: diamo i nostri libri esclusivamente a librerie fiduciarie in edizione numerata da 999 copie. Abbiamo scelto di auto-distribuirci nelle migliori librerie d’Italia con l’intenzione di fare dei libri che rimangano nel tempo, non necessariamente cioè, o non solo, di consumo immediato. Per fare ciò era necessario un sistema differente dalla classica distribuzione, e devo dire che il tempo ci ha dato ragione e i lettori hanno visto fin da subito la differenza. Quest’anno abbiamo intenzione di aprire una nuova collana parallela di narrativa e saggistica che sarà in distribuzione ordinaria e con tirature differenti dalla nostra collana classica e numerata. In Blu Atlantide ci occuperemo specificatamente di contemporaneità e scritture contemporanee, chiaramente con la medesima cura che caratterizza i libri di Atlantide “classici”. Sarà come avere due case editrici parallele.

Affidarsi a delle librerie fiduciarie ha delle criticità geografiche?

Qualsiasi modello distributivo è esposto a delle incertezze geografiche, ma direi che non abbiamo riscontrato maggiori difficoltà rispetto ad altri. Siamo presenti in più di trecento librerie in tutt’Italia, anche nelle Isole e nel Sud; chiaramente abbiamo una distribuzione maggiore in alcune regioni, ma purtroppo questa è una caratteristica quasi strutturale: c’è una concentrazione maggiore di librerie, e anche un numero maggiore di lettori al Nord e nel Centro Italia.

Perché secondo te nel Nord Italia si leggono i due terzi dei libri pubblicati?

È un’abitudine storica, e d’altra parte i lettori esistono se ci sono delle librerie. È anche vero che ormai si può acquistare online. Ma i lettori si formano perché ci sono dei luoghi dove ci si incontra e si discute. La libreria è un luogo dove non solo vai ad acquistare qualcosa, ma vai a conoscere qualcosa di nuovo e magari anche delle persone. Scoperta e confronto reciproco. È un atteggiamento nei confronti della vita.

Potrebbe trattarsi anche di un problema economico? Per esempio, le biblioteche hanno una distribuzione molto più uniforme su tutto il territorio nazionale e hanno un numero di utenti molto attivo anche nel Sud.

Sì, forse è anche un problema economico. Però una libreria è diversa da una biblioteca, dove un nuovo titolo può arrivare dopo mesi, o dopo anni. O mai. La biblioteca svolge un servizio fondamentale e bellissimo, ma non penso abbia una funzione sovrapponibile a quella di una libreria. Il successo nel tempo di un libro lo decreta in prima battuta la libreria. Purtroppo le regole distributive impongono una durata media di un titolo di un paio di mesi massimo sullo scaffale delle librerie. È un modello assolutamente sbagliato. Cosa succede infatti? Di solito, immaginando che la durata di un libro sarà in libreria per forza di cose limitata a poche settimane, viene proposto di preferenza ciò che può essere subito riconoscibile e inquadrabile in un genere o una moda letteraria (o almeno così si pensa), appiattendo e uniformando eccessivamente l’intera produzione a discapito della qualità. Per come la vedo, non c’è da stupirsi dunque che in questo scenario molti lettori “deboli” (chi non è un lettore forte compra uno o due libri all’anno) rimangano delusi e fatichino a trovare libri che li soddisfino e si sentano quindi ulteriormente disincentivati rispetto al lettore forte, che il più delle volte sa già cosa cercare.

Cosa succederà all’editoria italiana dopo il Coronavirus?

Fermo restando che sarà difficile per tutti, saremo costretti, nessuno escluso, a ripensare il nostro lavoro. Ogni crisi può essere anche una grande opportunità perché ti costringe a inventare qualcosa di inedito e più adatto al momento. A porsi domande differenti. A cercare strade nuove e non necessariamente “sicure”. Sono fiducioso, magari verranno ridimensionati i numeri, forse si ripenserà alla struttura commerciale distributiva. In ogni caso bisognerà ripensare molte cose.

La distribuzione è il grande problema dell’editoria?

No, ma per come si è sviluppata negli ultimi anni in Italia ha portato delle distorsioni che si mostrano con più forza in situazioni di crisi come questa. Semplificando al massimo, un editore attraverso il suo distributore fornisce le librerie: questi libri vengono tutti fatturati con il diritto di resa. Quindi l’editore fattura delle vendite potenziali. Quando i libri resi mangeranno parte di questo fatturato potenziale, l’editore sarà portato a pubblicare ancora nuovi titoli per spostare ulteriormente nel futuro il problema delle rese e creare un nuovo fatturato potenziale. È un circolo vizioso in cui alla fine è il libro a essere danneggiato, perché tra l’altro, come dicevo, rimane sempre meno tempo in libreria.

Emmanuele Giammarco di Racconti edizioni nei mesi scorsi su “minima&moralia”, tra le altre cose, aveva proposto qualche soluzione al problema distributivo, vuoi l’abolizione della franchigia rese, o che questa fosse almeno tassata con l’Iva agevolata al 4 per cento.

L’intervento di Emmanuele era serio e intelligente, è vero ciò che ha scritto, quello sarebbe un primo passo. Però si può fare anche qualcosa di diverso. Noi, al di là della franchigia rese, stiamo creando un sistema misto. Abbiamo la nostra collana storica che funziona unicamente in conto deposito. Lì fatturiamo semplicemente il venduto, perché non c’è proprio un reso. Portiamo in libreria soltanto le copie che siamo ragionevolmente sicuri di vendere, con la speranza di poterle rifornire ulteriormente. Questo sistema soddisfa maggiormente il libraio perché non deve pagare subito le copie. E ovviamente si crea un rapporto fiduciario col libraio e un sistema di passaparola col lettore. Questa era la distribuzione che si usava un tempo, che idealmente poteva far vendere lo stesso libro anche per anni.

La crisi del Coronavirus rischia di essere uno spartiacque per il nostro immaginario, ma anche il modo di raccontare degli autori rischia di avere un prima e un dopo rispetto a questo trauma?

In un’opera narrativa non è importante tanto l’ambientazione spaziale o temporale delle cose, ma la sensibilità con cui le si racconta. A mio avviso, il Coronavirus cambierà la sensibilità, non la fattura specifica dei libri. Semplicemente continueranno a esserci buoni scrittori e scrittori modesti che svolgono un tema o seguono una moda letteraria: questi ultimi nel presente magari si caratterizzano anche come scrittori di rilievo, del resto per come la vedo io non è importante in assoluto, non nel tempo. Certo, questa che stiamo vivendo è comunque un esperienza che cambierà profondamente il nostro immaginario. Comunque in un momento storico come questo, gli scrittori buoni di cui dicevo, nel porsi di fronte a quanto stiamo vivendo magari saranno “costretti” a diventare ottimi, mentre quelli mediocri non c’è dubbio che resteranno mediocri.

A proposito di immaginario. Perché in Italia la corrente del fantastico, vedi Landolfi o Wilcock, nel secolo scorso è stata minoritaria? Lo è stata davvero?

Forse sì, per varie ragioni. La prima è la mancanza di un buon numero di esponenti che potesse creare una corrente letteraria, più che riconoscibile, direi riconosciuta, anche se non mancano degli esempi ottimi, o straordinari, Bontempelli e Buzzati per esempio. O anche i racconti delle Notti romane di Giorgio Vigolo, che per me sono tra i più belli di tutto il ‘900. La seconda ragione probabilmente è legata a una situazione storica creatasi nel secondo dopoguerra, quando si è privilegiata una letteratura che intervenisse sulla realtà. Quanto non partisse da questo presupposto veniva considerato letterariamente disimpegnato, se non addirittura caratterizzato ideologicamente all’opposto. Però se ci pensiamo, il fantastico riguarda tanto Virgilio che i nostri contemporanei, è una sensibilità, un modo di “vedere” fuori dal tempo. La Divina Commedia del resto mette in scena un uomo che va nell’oltretomba. Non è, anche, letteratura fantastica questa?

Luigi Loi è nato a Cagliari. Ha vissuto a Roma e Parigi. Ha fatto tanti lavori, alcuni umili, altri molto soddisfacenti. Ha scritto su «Giudizio Universale», «minima&moralia», «Il lavoro culturale». Collabora con «I libri degli altri». È stato un writer, uno skater e un batterista molto modesto.