Pugni e fantasmi

da | Mag 25, 2015 | Senza categoria

Si perse dentro un battito di ciglia e fu così veloce da non essere creduto, per quell’istinto di abolire se non vedi che fa negare l’esistenza dei fantasmi. Lo chiamarono perciò the phantom punch, il gancio destro da quattro centesimi di secondo con cui Muhammad Ali mandò al tappeto Sonny Liston che lo sfidava per riprendersi la corona dei pesi massimi. Sono trascorsi cinquant’anni dal 25 maggio 1965, e sebbene la moviola consenta di guardarlo all’infinito, quel pugno resta nel limbo dei forse, dove finiscono ammucchiate le cose quasi vere del mondo, quelle viste e non viste, lassù nell’intermedio cielo dei fantasmi.
Che un pugno d’incerta apparenza potesse stendere al primo round The Big Ugly Bear era difficile accettarlo. Persino Ali al momento dubitò del colpo quasi non gli appartenesse. S’agitava furioso sul ring urlando a Liston di riprendere: “Get up and fight, sucker!”. L’arbitro Jersey Joe Walcott, ex campione dei massimi, biasimato per il mancato conteggio si scusò: doveva tenere a bada Ali perché “pareva impazzito”. “Continuavo a spingerlo via per paura che tirasse un calcio in testa a Liston”. The Bear è andato. Eppure si rialza, ricade poi riprova barcollante a boxare quando Walcott ferma l’incontro: “Non faceva differenza che contassi o meno, avrei potuto contare fino a ventiquattro. Liston era nel mondo dei sogni”.
Fu la volta che il fotografo Neil Leifer, da bordo ring, prese l’immagine che sarebbe diventata la più celebre di Ali, quella davanti all’avversario steso. Nel medesimo istante dello scatto germogliavano le teorie più macchinose per spiegare l’esito del match, mentre nell’arena che l’ospitava a Lewiston, cittadina del Maine, alcuni gridavano “Fix!” per denunciare l’ipotetica combine.

Mezzo secolo non ha però portato a una verità definitiva ed è sensato non aspettarla più. Una congettura riguardò la mafia, che allungava le mani sul mondo della boxe e avrebbe imposto a Sonny Liston già di perdere la prima sfida del ’64 contro Cassius Clay, il quale dopo quell’incontro annunciò l’adesione alla NOI, Nation of Islam, e assunse il nome di Muhammad Ali. La Nation nei mesi successivi fu dilaniata dall’uscita di Malcolm X, che pagò la clamorosa rottura con la morte: gli avrebbero sparato il 21 febbraio ’65 e i suoi seguaci giurarono di farla pagare ad Ali, rimasto fedele al leader Elijah Muhammad.
L’Fbi, temendo un agguato in occasione della rivincita di Liston il 25 maggio, dispose la sorveglianza dei pugili, il presidio dell’arena e la blindatura delle postazioni sotto il ring. La seconda congettura riguardò dunque la pura e semplice paura di Liston, che avrebbe risolto di finire subito al tappeto per diminuire i rischi di un attentato. Vuole invece una terza ipotesi che esponenti della Nation of Islam, la quale contribuiva con una scorta supplementare alla protezione di Ali, ingiungessero a the Bear di perdere minacciando di morte i familiari.

“Perché ha ceduto così presto? Credo che le pressioni esercitate contro di me, l’Fbi, le voci d’assassinio, i poliziotti armati di fucile, abbiano finito per influire su Liston. Era probabilmente convinto che qualcuno volesse davvero sparare. Credo che, guardandosi attorno dal ring e vedendo tutti quegli scudi blindati, abbia pensato che avessero davvero deciso di uccidermi”. Questa fu la versione che avrebbe dato Ali dieci anni dopo, nel libro autobiografico Il più grande – La mia storia. Il suo carattere rimane tutto concentrato nella frase aggiunta in coda, virata al tempo verbale del presente: “Ma io mi muovo talmente in fretta che non riuscirebbero mai a centrarmi. E in questo caso, mancando me, potrebbero colpire lui”. Certo è che nel ’75, dieci anni dopo il match e dieci prima del morbo di Parkinson, Ali si è totalmente riappropriato di quel pugno che sul momento non gli parve suo: “So solo d’averlo colpito con tanta forza da mettere knock-out chicchessia”.
Il phantom punch asseverato dall’autore riprende la consistenza semplice di un gancio d’ossa e carne portato con maestria. A nessun gesto fatale dello sport sarebbe lecito assegnare valore venale, ma in questo caso è possibile prezzare la suggestione: il guantone che contenne il pugno è stato battuto all’asta per oltre un milione di dollari a New York nel febbraio scorso.
Ali è tornato sulla questione nel corso degli anni. Enunciò la spiegazione più bella nel film documentario Quando eravamo re, perché è quasi compitata per farla intendere ai profani o ai bambini: “Da quando il pugno è partito sono passati quattro centesimi di secondo… un battito di ciglia, il flash di una macchina fotografica. Dividi un secondo in cento parti: quattro centesimi sono come un contatore che va velocissimo… è un attimo, passano in un attimo. Guardate il filmato con gli occhi spalancati e molto vicini alla tv. Quando sto per colpirlo, tenete gli occhi aperti e concentratevi, altrimenti non lo vedrete”.

S’utilizzano da sempre schemi simbolici o convenzionali per catalogare gli uomini secondo certe rispettive inclinazioni: dai segni zodiacali ai tipi psicologici junghiani. La storia del pugno fantasma oppone due categorie: chi propende per l’efficacia quasi metafisica di un gesto magistrale e chi tende al culto scettico del complotto, dei trucchi elucubrati dalle umane trame. Per i secondi, la spiegazione non provata ma probabile della sfida Ali-Liston resterà la mafia, o la minaccia dei Musulmani Neri.
Eppure, per paradosso accade che il negazionismo cartesiano risulti più superstizioso del poetico possibilismo, se a questo la tecnica offre buone ragioni. “Conoscendo i mezzi animaleschi di Liston, molti hanno dubitato di quel pugno. Però trascurano la grandezza di Ali” dice il maestro di boxe Domenico Brillantino, anima della palestra Excelsior a Marcianise e allenatore di numerosi campioni. “Un pugno come quello può sicuramente mandare al tappeto – suggerisce – se è portato con la giusta scelta di tempo, come avvenne allora, con il bersaglio che andava verso il colpo. S’aggiungano la velocità e la precisione di Ali, che erano micidiali. E’ che ci sono certi colpi che nessun pugile può sopportare: Tyson sembrava indistruttibile, ma a Tokyo fu messo ko da uno sconosciuto Buster Douglas. In più, Liston non era quello di una volta, ma un uomo consumato dal cattivo stile di vita, che sarebbe morto cinque anni dopo per overdose di eroina”. Brillantino ricorda per precisione e velocità alcuni pugili italiani del passato, tra cui Giovanni Parisi, che proprio con un “pugno invisibile” mise al tappeto al primo round il romeno Daniel Dumitrescu e conquistò l’oro dei pesi piuma all’Olimpiade di Seul nell’88. O Valerio Nati, peso gallo romagnolo, un mingherlino senza paura specializzato nel montante sinistro al fegato, tecnica poco appariscente ma devastante per chiunque.

La velocità, che altrove ostenta se stessa, negli sport da combattimento e nelle discipline marziali più spesso si nasconde. Si distende innanzi agli occhi nell’atletica leggera mentre inganna lo sguardo nella boxe, al punto che di una tecnica può rimanere appena l’idea, l’effetto su chi l’ha ricevuta, il rumore dei corpi. “Ho sempre avuto la sensazione che quel pugno di Ali fosse un pugno metafisico, quasi come disegnato” dice la giornalista Emanuela Audisio, cui mai è sfuggita l’alea del non visto che si condensa nello sport e quella sera si raggrumò in un colpo. “Quel match segna il decollo di Ali – osserva – e la sua liberazione dagli schemi del passato. Tutti i pugili che in futuro lo batteranno saranno simili a Liston, brutali, picchiatori. Non fu solo un pugno fantasma, ma il pugno al fantasma che lo avrebbe inseguito per tutta la vita insidiando la sua tecnica e la sua leggerezza: intendo il demone della forza bruta e brutta, del combattente grezzo e violento”.

Fra coloro che The Greatest ispirò, c’era un ammiratore venuto dalla Cina. Bruce Lee, alla ricerca di una strada e di una gloria negli States degli anni Sessanta, “acquistò nastri di pugilato professionale, specialmente quelli che avevano per protagonista Muhammad Ali” riferisce la moglie Linda nella biografia del Piccolo Drago. “Passava e ripassava le scene alla moviola, studiando le tecniche di combattimento per formulare nuove idee da usare nei suoi film”. Bruce rubò ad Ali il footwork (ma pure certa mimica facciale), che integrò ai movimenti del Wing Chun appreso a Hong Kong per elaborare la personale soluzione dello ‘stile senza stile’: il Jeet Kune Do. Non credette ad alcuna conspiracy theory circa l’incontro con Liston, conoscendo di quale potenza siano capaci la velocità e il sogno. Tuttora gli emuli del Piccolo Drago rivedono spezzoni dei suoi allenamenti e dei film in slow motion, per individuare gesti che l’occhio non cattura alla velocità normale.
Nella scuola cantonese di Kung Fu chiamata Hung Ga, o pugilato della tigre e della gru, un celebre maestro ha tramandato la tecnica del Calcio senz’ombra, portato all’inguine dell’avversario assieme a un pugno al volto con rapidità tale da riuscire invisibile.

Frequentando ring e tatami s’apprendono i confini dello sguardo. Di questo racconta l’incipit di Gladiatori, il libro di Antonio Franchini dedicato a splendori e miserie dei fighters contemporanei: “Perfino lo spettatore attento non sempre vede il colpo definitivo, quello che abbatte l’uomo. Ti sei distratto un attimo e uno dei due già sta per terra e se a casa il televisore ti rimanda il ralenti da tutti i lati, fino alla noia, a bordo ring invano ti guarderai interrogativo intorno: il clamore della folla non restituisce il gesto, il momento che tu ti sei perso. Come l’ha perso, con maggior danno, colui che adesso brancola al suolo”.
In certi colpi fantasmatici e tremendi si celano i misteri dell’arte, del caso favorevole o dei morti maestri titolari di segreti, che il combattente medium riporta col suo corpo fugacemente in vita. Robert E. Howard, nel racconto Lo spirito di Tom Molyneaux, fa vincere così il pugile Ace Jessel contro il campione Mankiller Gómez, con una preveggenza letteraria che lascia intuire come Ali-Liston fosse alla fine uno scontro fra archetipi. Ace è il nero gentile, “alto, slanciato e ben proporzionato, con muscoli lunghi e levigati, uno sguardo limpido e un’ampia fronte”. Mankiller Gómez “in confronto appariva tozzo, benché fosse un metro e ottantotto. Mentre i muscoli di Jessel erano lisci come grossi cavi, i suoi erano nodosi e sporgenti”. Quando questo bestiale combattente sta avendo la meglio, Ace con gli occhi chiusi per il sangue e martoriato dalle botte riceve il soccorso soprannaturale del suo idolo: il fantasma del campione Tom Molyneaux lo possiede e tira per suo tramite lo stesso pugno portato da Ali: “L’ultimo colpo, un destro che avrebbe abbattuto una quercia e che di fatto abbatté Mankiller Gómez, non fu sferrato dal solo, forte braccio di Ace, ma anche da una traslucida mano nera che gli stringeva il polso”.

Prima dell’incontro, Ali raccontò al giornalista Mort Sharnik di Sports Illustrated che aveva sognato di mettere al tappeto Liston con un destro al primo round. Dopo il match, Sharnik torna e gli domanda: “E’ il sogno che è stato il padre dell’incontro o è l’incontro che è stato un sogno?”.
“Il sogno è stato il padre”, risponde Ali.
Succede nella vita, nello sport, nella scrittura. Quando le cose arrivano dal cielo dei fantasmi, dalla soffitta inesplicabile dei sogni, possono imporsi alla durezza della terra, all’Ugly Bear che ti fronteggia, ai pronostici sicuri. Perché questo avvenga chi può spiegarlo.
So soltanto che è vero.

 

Mario de Laurentiis (Napoli 1969 – Segrate 2666).


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