Un esilio perfetto

Cinque poesie da Un esilio perfetto. Poesie scelte 2000-2015 (Feltrinelli, 2015).

Da Nella costanza (2003)

Nascita di una stanza

Come si popolano le stanze dell’uomo,
un giorno s’aggiunge una sedia di legno scuro,
poi un acquario,
col pesciolino dell’ultima abitazione,
una pianticella sulla mensola alla finestra,
e sul pavimento un tappeto
acquistato per caso un sabato, al mercatino delle pulci.
Si dispongono i libri, ben sapendo che è un fronte
steso contro l’ospite.
Il lavabo quasi sparisce tra tubetti di dentifricio,
spazzolini, bicchieri e flaconcini vari.
I consumi hanno la loro estetica, stanno
al tavolo come guardie incanutite di merende trascorse,
un barattolo vuoto, che lascia intuire una crema di [nocciola,
due bucce d’arancia mai spostate, per il profumo
gratuito che suggeriscono alla mente.
Le candele hanno una funzione doganale,
segnano il passo del tempo, scovano il maltolto.
La stanza del mio nuovo vicino è più o meno simile,
ha compiuto tre anni, sarà presto abbandonata.

La mia è ancora bianca, vi abito da poco,
è una porzione ospedaliera del sonno, illuminata
da una lampada da studio e da qualche candela alle prime [armi.
I miei libri stanno secchi sulle mensole, parlano
di una malattia achabiana, ancora non risolta.
La scrivania è crudelmente – e così la lascio – alla finestra,
vedo luci intermittenti accendersi nel palazzo vicino.
La finestra è una pupilla, io il liquido oculare.
Dall’altra parte, studiano, litigano, s’amano, mangiano,
li lascio fare, non intervengo, ho deciso un piano d’azione
svizzero, non mi tireranno fuori di qui,
non prima che la mia stanza abbia preso un aspetto più [umano.

***

Da L’invasione dei granchi giganti (2010)

Dersu Uzala

Avrei voluto conoscerlo, Dersu il gol’d, e forse
lo conobbi davvero, nel tempo
in cui una pagina era una mappa, geografia,
rilievo, in cui l’orma sussurrata di una tigre
era al tatto presente, sulle lenzuola,
e le colline, le foreste, i laghi emergevano
dal grigio-verde dei riflessi d’abat-jour.
Seguii Arsen’ev come uno zio, un capitano
di famiglia, amavo la sua indecisione, la delicatezza
del suo pensiero pietroburghese, strofinato
sulle cortecce di betulla e rimescolato
nel tè campestre, tra zanzare e scoiattoli.

Più penetravo nella tajga, più freddi
ionizzavano i fucili-scopa sotto il braccio
e dei miei zaini elementari facevo bisacce,
accampando nelle radure smeraldo
della mia stanza giochi, comprovando la zoologia
del Lago Chanka e la flora del Sichote-Alin’
sulle epifanie dell’Ovest Ticino, le caccole di mosca
e la sensualità dei lombrichi.
Dersu mi avrebbe amato, come amò Arsen’ev,
ed io amavo lui, l’intuìto odore di ginseng,
il naso pasciuto del cacciatore
e l’organizzazione toracica del viandante.

Erano gli anni dei libri ocra,
con foto di trasposizioni
hollywoodiane, Tom Jones, Michele Strogoff
e La figlia del capitano.
Ma nessuno amai più di Dersu Uzala,
quel perdersi a guisa di moscerino
sui caratteri dell’edizione Mursia
godendo la grafica omogeneizzata delle appendici,
le riproduzioni, allora inattuali,
della pellicola di Kurosawa,
e la foto di quarta, con un bosco di betulle e larici,
cavalli al pascolo sotto il plumbeo
e l’infinito dietro la cornice.

“Guarda, capitano, Amba… Dietro noi camminare.
Molto male. Traccia freschissima. Essere qui minuto fa”.

***

Da L’impronta (2014)

Tra arance e filosofi

Nel nostro sangue schiarito dal mare
nelle nostre ginocchia sefardite
nel destino boreale del piede

nell’archivio vivente del tuo lascito
nell’entusiasmo del mio dito indice
nel profumo di Zambia e dopobarba

nell’intuito dei fratelli, negli occhi
delle mie figlie ti rivedo padre
a tuo agio in contemplazione e sorrisi

in quelle dissimulate esegesi
del dopocena, tra arance e filosofi,
quando a inquieti adolescenti sbucciavi

il codice futuro:
siate esatti nell’anima, imperfetti
nell’aderire, audaci nell’attesa.

***

Un esilio perfetto (poesie inedite)

Un esilio perfetto

Ricordo una febbre a nord di Lione,
dove le colline voltano al Golfo
le loro spalle di latte e smeraldo,
la portiera di un’auto (che dava poca
solitudine) e una cascina a traliccio
sulla cresta di un dosso platonico.

Quando passammo i cancelli della corte,
un popolo di mani e voci antiche
come un salmo si prese cura dei margini
devastati delle nostre anime.
Noi eravamo l’immagine di un esilio perfetto
e la nostra dimora una cellula d’eternità.

*

Sotterfugio

L’estate ci colse sulla terrazza
della tua prima vita,
scalzi, di sotterfugio.
Coi raggi di sole facemmo calici
in cui versare lenti
il distillato che geme dal fondo.

Per ingannare l’udito del mondo
portammo un’ora d’oceano
nella stanza, oloturie,
meduse e capodogli, nel breve
spazio di una voce, tra le Galapagos
e l’Antartide, a sud dei nostri piedi.

Immagine: Katharina Grosse, Installazione alla 56 Biennale di Venezia.

26/01/2016
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