Seconda creazione – Poeti tedeschi contemporanei /4

da | Dic 22, 2015

Quattro poesie da Skizze vom Gras, traduzione di Anna Maria Carpi.

Schizzo sull’erba

Era l’anno in cui soppressero il Ministero per le piante
in quanto la terra non ospitava più un numero di speci che
valessero l’investimento. Al ministro e ai suoi collaboratori
furono assegnati trasporti e tecnologia, il settore
che cresceva più rapidamente dell’organico.

Gli ultimi giardini reali furono i verticali.
Richiedevano un’accurata costruzione e
molta cura, un hobby costoso
che solo in pochi si potevano permettere. Per fortuna
restarono di moda per un pezzo e quando poi a un tratto
non lo furono più, praticamente dalla sera alla mattina,
gli architetti presero a sperare in un comeback.

Quando su tutto sarà cresciuta un po’ d’erba, sostenevano,
per ipotesi in una decina d’anni, al massimo
una generazione, tutti torneranno
a invocarli. Così essi trasmisero i loro
progetti ai figli col monito
che non sempre è necessario
ricominciar daccapo,
“noi siamo venuti dal nulla”, dicevano, “ma voi avete noi”.
I figli scossero la testa
e tornarono ai loro video.

Era un’epoca di dissoluzione. Erba era la parola chiave,
a continuare a crescere restava però solo un’erba particolare
dai nomi impronunciabili, detta perciò semplicemente [“l’erba”;
gli architetti la divizzarono. Le loro vite orbitavano
intorno all’erba, i costruttori erano puri sovvenzionatori,
solo in pochi capivano che cosa c’era in atto.
L’infanzia dei maschi collegata
all’odore dell’erba. Nell’odore pareva risiedesse
ogni bene, uova pasquali,
coperte per le gite, vergini, future madri
sui cui volti già c’era il bagliore
dell’attesa.

A casa alla parete tenevamo
la grande riproduzione di un prato,
le fanciulle di Henry Darger corrono nell’erba su una [rivista illustrata,
bimbe nude, armate, ibride creature.
Non hanno l’aria infelice. Quante volte ho sostato
stupita, quand’ero bambina,
davanti al quadro.
La vita è esser feriti. Ogni corpo entra
presto o poi in contatto con del materiale
che lo fa invecchiare: amore, sole, tempo.
Eppure con gli anni pretende sempre di più,
si comincia a formare una complicato disegno
di nostalgia e di soddisfazione,
una piccola giungla
di tutto ciò che la natura escogita, configura
e fa crescere. Di tanto in tanto lo attraversa
un cinico indigeno
che tu hai da qualche parte conosciuto. Di tanto in tanto
tu lasci entrare un turista,
ma questo è tutto. E basta e avanza.

Io sono la figlia dell’architetto.
Anche sulla mia scrivania sono appesi
dei ricami con dei motti quali
“L’erba è il più soave dei possessi”,
“Cespo è la parola più bella”.
Io sono d’accordo, io ci credo.
L’erba è una pianta onesta,
incapace di vivere in altre latitudini.
L’erba apprezza lo spazio che le diamo.
Questa riconoscenza è muta, ma
non proprio senza parole: trova
chi la ospita. In nome suo certi poeti
esprimono con grazia sottovoce
delle cose vere: come il ronzio delle api
che in una poesia della Dickinson
rimpie i cieli della nostra fantasia.

Io sono le figlia dell’architetto. Io vedo il caso
e mi figuro come vede me il caso e ride
dei miei capelli tinti di giallino e del fatto che a me
non venga in mentre un colore fuori della comune [tavolozza.
Rosso, biondo, anche viola è possibile. Verde. E poi?
Tutto ha i suoi limiti. La convenzione s’infrange
all’interno della convenzione,
le discusssioni sul realismo sono
diventate obsolete, poiché noi trattiamo tutte le realtà
in modo uguale,
ugualmente male.

Stupefacente che l’erba non se ne abbia a male.

Verde è calore. Ogni stelo viene prima o poi
calpestato ma si risolleva. Ci sono le prove
nell’erba, si può conservarle, osservarle dappresso.
Un picnic lascia tracce,
resti di uova, plastiche, fogli d’alluminio.
Aveva tutto un posto, poi via, poi la ricrescita.
Per un po’ l’erba dov’era la coperta restò schiacciata,
e si erano portati via tutti i quadrifogli.

E’ il tempo dopo i giardini verticali.
La speranza va in orizzontale.

L’erba sa che il verde è il colore del dolore.

*

Seconda creazione

Come ce la facciamo non ha importanza.
Era dall’ultima estate che indagavamo, già vicini
alla meta. Mancava un ultimo passo.
Io tremavo dicendo: un mammut nano porterà
a spasso nostro figlio, tigri siberiane proteggeranno
le nostre figlie. I giorni saranno uguali,
noi a frantumare i cervelli dei grandi mammiferi: estatici,
trasognati, pieni di ammanchi. Duecento miliardi
di cellule nervose, sciolte, ancorate fra loro come
barche in mare aperto. Cervello, anima e sensi
salpano assieme, flotta in formazione.
Chiamala guerra, chiamala follia. E’ la libertà
dell’amore: di creare dei nuovi esseri,
di metterceli accanto. E’ la libertà
della nostra specie, di fare altre specie.
Dio ci ha donato un principio costruttivo.

*

Ultima della mia specie

Non mi fa più bene.
La violenza mi ha cambiata.
Il mio corpo è diventato freddo come la zanna di una [leonessa;
il mio spirito passa in rassegna le mie possibilità.
Se mi branchi mi difenderò
ancora prima che tu mi faccia voglia.

Tu dici che una come me non ti sfugge.
Nessuno ti sfugge, meno che mai io.
Questa non dovrebbe essere una minaccia.
Io non contraddico.
Tu hai ragione,
ma a volte le cose cambiano,
semplicemente perché diventano vecchie e fragili come le [ossa.

Qui in stanza è silenzio, un silenzio
percorso dal ronzio del computer.
Io in spirito passo in rassegna le mie possibilità.
Probabile che io sia l’ultima della mia specie,
l’ultima che sa amare,
intorno a me c’è solo la tua assenza
e la possibilità internet.

Ci sono porte dentro il silenzio
e non mi fa meraviglia,
più porte che a casa dei miei,
anche questo me l’aspettavo
perché divento migliore e in me cresce il gioco.

Il mio spirito è presente e prudente
e ben conscio di essere stato
messo alla prova da se stesso.
Gli sembra impossibile.
Ma io non gli vengo in aiuto.

Ed ecco, improvvisa, la paura –
che devo fare
se tu nemmeno più mi tormenti?

Se non devo più aspettare,
aspettare come un gatto coccolato,
aspettare come una signora profumata,
aspettare come se la chiave del paradiso
pendesse fra le tue zampe,
aspettare un amore, mezzo
infante mezzo fascista.
Aspettare finché non mi distraggo.

Una porta conduce nel XVIII secolo, una nel domani,
in un’altra stanza è notte, lo sai?
immorale, corrotta, solo istinto per uomini e donne.
Là tutti i vivi
sono cani randagi
abbaianti all’oscurità.

Io ricado su quattro zampe,
felice
perché finalmente non sono sola.
Ma ci sono altri cani,
grossi, sani, con tutto, medaglie e collari,
che mi latrano contro.

Quando vien notte e tu non ci sei,
tu getti innumeri ombre nelle notti del futuro.
Già ora a volte le sento.
Come sono fredde.

E’, tu mi dici,
perché tu
a) mi ami ancora,
b) al di fuori di questa stanza
non sei più una leonessa.

*

Saltimbanchi

Picasso: Le repas frugal (1904)
La suite des saltimbanques (1904-1905)

Noi di città vi aspettiamo. Piagnucolano i bimbi,
non prendon sonno, vogliono vedere i giochi di prestigio.
Colombe che spariscono sotto un telo, ballerini
con serpenti al collo come foulards.
E trombe, sì, strumenti luccicanti,
uomini e bestie li intendono,
i corpi si mettono a tempo di musica.
Ragazzi e ragazze vengono poi al carro
a salutare col bicchiere in mano. Per i vostri cavalli le [carote.
Per il pallido e zitto schimpanzé abbiamo delle mele.

Che altro possiamo fare?
La compassione vi espellerebbe dalla città.
E noi vi vogliamo tutti troppo bene.
Eppure è triste come certe volte
ve ne stiate seduti in fondo alla taverna.
Tu, uomo, hai tua moglie in braccio
e… No, non si ha davvero l’impressione
che siate sazi.

Immagine: Pascual Sisto, En plein air.

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Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).


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