Quattro righe sulla similitudine – Le forme della poesia /1

Nei primi anni Ottanta, quando cominciavo a scrivere i libri che poi ho pubblicato, a dominare in poesia era sostanzialmente la metafora; si può anzi dire che metafora e poesia tendessero idealmente a identificarsi. Il linguaggio poetico appariva come una sistematica  trasfigurazione della realtà, una sua metodica deformazione “creativa”. Attraverso la metafora, le cose più lontane trapassano l’una nell’altra, si smembrano, si mescolano e si fondono magicamente, senza mediazione, perdono il loro senso ordinario, dando luogo a una dimensione fantastica e –spesso- indecifrabile, oscura. Questa oscurità cominciava a inquietarmi, a insospettirmi. Il gioco mi sembrava troppo facile, troppo arbitrario. E’ anche a partire da questo disagio che mi sono riavvicinato a una figura marginale e un po’ desueta: la similitudine.

Nella similitudine, un pezzo di mondo viene evocato per “chiarirne” un altro. Anche qui, la chiave è l’analogia, la somiglianza, ma –questa la differenza decisiva- tra i due elementi accostati c’è un come (o qualcosa di equivalente) che ne dichiara e ne esplicita il rapporto: questo (ciò che va “spiegato”) è simile a quest’altro, che forse può aiutarci a capirlo meglio.

Nella metafora, che vuol presentarsi come un superamento di quel rudimentale come, il mondo viene offuscato, se non addirittura rimosso, da un intreccio complesso e sotterraneo di “campi semantici”; in ciascun elemento della similitudine, invece, il mondo è lì, intero. Il mondo si specchia nel mondo. Il mondo è simile.

Nel suo Discorso su Dante (1933) Osip Mandel’stam dedica pagine piene di ammirazione alle similitudini dantesche, efficaci –a suo dire- “proprio perché tutt’altro che indispensabili” e “mai dettate da una meschina necessità logica”. Nella sottolineatura apologetica del poeta russo emerge, indirettamente, la diffidenza che un certo gusto novecentesco nutre per questa figura: apprezzarla è possibile solo a patto di neutralizzare quella che appare come la sua funzione “servile”, di artificio retorico che farebbe da supporto a istanze “logiche”, sostanzialmente impoetiche. Per Mandel’stam, e per molti poeti del Novecento, è difficile accettare l’idea di una parola poetica che abbia come fine –prima ancora del risultato estetico- la più fedele adesione alle cose, agli eventi, alle forme del mondo. L’idea di realtà che questa adesione implica appare probabilmente troppo semplice, troppo ingenua, al secolo del sospetto e del disincanto.

Commentando la celebre similitudine che nel canto XVI dell’Inferno (“Quante ‘l villan ch’al poggio si riposa…”, vv.25-33) raffigura l’ottava bolgia a partire da una scena agreste attraverso l’accostamento tra lucciole e fiammelle infernali, Mandel’stam chiede ai lettori: “provate a indicare dove sia qui il primo e il secondo membro […], quali siano i due termini comparati, dove sia la cosa principale e dove quella secondaria che serve a chiarire la prima”.

La presunta funzione “servile” della similitudine è contraddetta, qui come in altre occasioni, dalla evidenza e dalla vitalità che il “secondo membro” può assumere fin quasi, a volte, ad oscurare il primo, a farcelo dimenticare.

Se portiamo fino in fondo la riflessione suggerita da Mandel’stam, ci troviamo di fronte a un carattere poco evidente della similitudine: chi ricorre a questa antica figura, fa appello a un’esperienza comune. La similitudine è possibile solo a partire dall’idea che gli uomini abbiano un bagaglio di esperienze condivise. E’ come se il poeta dicesse segretamente al lettore: anche tu sei un uomo, anche tu conosci quello che chiamiamo mondo, anche tu hai visto le lucciole brillare in una notte d’estate. In questo appello, io avverto una tensione che trascende la macchina retorica. Il paragone non è un espediente servilmente “logico”: muove dalla promessa di una possibile comunità, di una comunicazione che sta al di là di ogni tecnica letteraria e di quella che chiamiamo “informazione”. Con la metafora, il poeta si sottrae ai suoi simili; attraverso la similitudine, cerca la poesia nell’esperienza che un individuo fa del mondo, in vista di una sognata condivisione.

(11 gennaio 2015)

Immagine: Art & Language, Portrait and a Dream XI, 1968-2011.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

2 comments

  1. anna maria carpi says:

    Io sono assolutamente d’accordo con l’idea che la similitudine non è una decorazione, o anche, se si vuole, ma la sua forza, se la usi, è il suo appello a sensazioni-emozioni comuni.

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