Postille

Postille (tempi, luoghi e modi del contatto) di Gianluca D’Andrea (L’Arcolaio, 2017), con prefazione di Fabio Pusterla, è un percorso antologico attraverso alcuni testi campione, annotati, della poesia del Novecento. Pubblichiamo le parti su Milo De Angelis, Andrea Zanzotto, Antonella Anedda, Amelia Rosselli, Eugenio Montale.

MILO DE ANGELIS: UNA POESIA DA INCONTRI E AGGUATI
(Mondadori, 2015)
(28/06/2015)

Il tempo era il tuo unico compagno
e tra quelle anime inascoltate
vidi te che camminavi
sulla linea dei comignoli
ti aprivi le vene
tra un grammo
e un altro grammo
bisbigliavi l’inno dei corpi perduti
nel turno di notte
diceva cercatemi
cercatemi sotto le parole e avevi
una gonna azzurra e un viso
sbagliato e sulla tua mano
scrutavi una linea sola e il nulla
iniziò a prendere forma.

POSTILLA:
Certo è il tempo della fine a interrompere ancora il flusso. «Anime inascoltate», «corpi perduti» e una notte che s’inten– sifica e copre le parole. I personaggi sono spettri, ombre che giungono da una realtà a stento percepibile, «una gonna az-zurra e un viso» sono segnali più che dati concreti (e, infatti,lo stesso viso è «sbagliato», come in tensione verso una alte-rità ignota). Eppure dalla ricerca scabra, un male si annun-ciava – «ti aprivi le vene / tra un grammo e un altro gram-mo» –, piano emerge una nuova possibilità: «sotto le parole» il minimo disegno si allunga «e il nulla / iniziò a prendere forma».

ANDREA ZANZOTTO: UNA POESIA DA METEO
(Donzelli, 1996)
(12/09/2015)

Leggende
Nel compleanno del maggio
«Tu non sei onnipotente»
dice la pallida bambina

*
Polveri di ultime, perse
battaglie tra blu e verde
dove orizzonti pesano sulle erbe

*
Lievi voci, api inselvatichite –
tutto sogna altri viaggi
tutto ritorna in minimi fitti tagli

*
Forse api di gelo in sottili
invisibili sciami dietro nuvole –
Non convinto il ramoscello annuisce

*
Voglie ed auguri malaccetti,
viole del pensiero
sotto occhi ed occhi
—————— quando maggio nega

*
Il bimbo – grandine, gelido ma
risorgente maggio,
«Non sono onnipotente»
batte e ribatte sui tetti

*
«Mai più maggio» dicono
in grigi e blu
segreti insetti grandini segrete

*
Mai mancante neve di metà maggio
chi vuoi salvare?
Chi ti ostini a salvare?

*
Come, perché, il più cupo
maggio del secolo – cento
anni d’oscurità in un mese?

*
Acido spray del tramonto
Acide radici all’orizzonte
Acido: subitamente inventati linguaggi

1985

POSTILLA:
Mistero del tempo, cronologico, atmosferico? Come sempre cupezza e luce in Zanzotto s’innestano sulla riflessione della “propria” contemporaneità.
C’è, in principio il tentativo del racconto, l’atmosfera del mu-tamento (climatico?) e l’azione “acida” è quella dell’uomo cui spetta un finale arrembante: anafore e climax a seguire, a perseguitare l’orrore dell’azione distruttiva, in bilico tra l’ibri-dazione («Acido spray del tramonto», spray che traccia l’an-nientamento del tramonto o tramonto che si trasforma nel nuovo scenario del negativo?) e l’innovazione che è conse-guenza di un’evoluzione, un diverso attraversamento («Acide radici all’orizzonte»). E infatti l’«acido», sema di dissoluzione, si apre a immediate trasmutazioni, invenzioni, nuovi «lin-guaggi».
L’ultimo Zanzotto, quasi ingabbiato tra vecchio e nuovo mondo, manifestando disprezzo estremo per l’abrasione eti-ca effettuata dall’azione antropica e dal moderno, insinua la speranza che qualcosa riemerga dalle macerie. Per questa speranza «tutto sogna altri viaggi / tutto ritorna in minimi fitti tagli», tutto può ripresentarsi come leggendarie «api digelo» o favola assoluta del «ramoscello» che, per quanto «non convinto», «annuisce».
La parola si era spezzata e adesso acconsente al nuovo rac-conto, disponendosi, così, in sordina, all’alterazione del tem-po.

ANTONELLA ANEDDA: UNA POESIA DA NOTTI DI PACE OCCIDENTALE
(Donzelli, 1999)
(21/11/2015)

Notti di pace occidentale: VII

Cosa rende cimitero il cimitero di una città bombardata.
Quale contrasto tra i vivi e i morti, che vento
e luce di memoria – luce marina – dagli affreschi di Pisa.

Questa non è un’elegia
qui solo un viso si abbassa sulla pietra
reso adulto dal fuoco
una voce di terra eppure senza eco:

«Non ho nessuno tra queste tombe, nessuno
da chiamare per nome, perciò mi chino
sterro una radice, ricordo
che i miei morti dormono
battezzati ed ebrei
resi uguali dal fuoco
in astucci di sassi, di candele».

POSTILLA:
Il luogo è il «qui», la “nostra” parte di mondo e gli affreschi del Camposanto di Pisa sono un chiaro rimando alla dissoluzione. Il Trionfo della Morte di Buonamico Buffalmacco, ma ancora di più il luogo specifico, il cimitero, che è anche tra-slato. Metonimia, infatti, è Pisa bombardata nell’agosto del ’43, proiezione di un posto che si espande nella coscienza: Europa, «Occidente circondato da guerre apparentemente» – negli anni ’90 – «concluse» (così Anedda in nota al libro da cui è estratto il testo); infine morte e assenza che si accom-pagnano al luogo. Segnali di una devastazione esterna che s’insinua nell’intimo del soggetto, e lo svuota. Forse per que-sto il testo è come spezzato, c’è un preambolo (le prime due strofe) in cui la presenza del mittente è ancora manifesta, an-che se l’osservazione è già memoria, «Quale contrasto tra i vivi e i morti, che vento / e luce di memoria», ma senza compianto, «Questa non è un’elegia / qui solo un viso si ab-bassa sulla pietra / reso adulto dal fuoco», fino a proiettarsi in una voce aliena (chi parla?) che conclude l’ultima strofa. In quello che sembra un monologo, la memoria si trasforma in voce che parla forse solo a se stessa, vacanza del destina-tario. La sermocinatio introduce un fantasma, l’ombra di un luogo in attesa (il “nostro” Occidente, la casa, l’identità) di elaborare il lutto della sua scomparsa.

AMELIA ROSSELLI: UNA POESIA DA SERIE OSPEDALIERA
(Il Saggiatore, 1969)
(23/01/2016)

Questo giardino che nella mia figurata
mente sembra voler aprire nuovi piccoli
orizzonti alla mia gioia dopo la tempesta
di ieri notte, questo giardino è bianco
un poco e forse verde se lo voglio colorare
ed attende che vi si metta piede, senza
fascino la sua pacificità. Un angolo morto
una vita che scende senza volere il bene
in cantinati pieni di significato ora
che la morte stessa ha annunciato con
i suoi travasi la sua importanza. E nel
travaso un piccolo sogno insiste d’esser
ricordato – io son la pace quasi grida
e tu non ricordi le mie solenni spiagge!
Ma è quieto il giardino – paradiso per scherzo
di fato, non è nulla quello che tu cerchi
fuori di me che sono la rinuncia, m’annuncia
da prima doloroso e poi cauto nel suo
crearsi quel firmamento che cercavo.

POSTILLA:
Ancora il luogo della ripetizione. Allarmi stilistici, quasi eco-lalie. Linguistiche e mnestiche. Il campo della “letterarietà” invaso da evidenze leopardiane («Questo giardino che nella mia figurata / mente…», «Sempre caro mi fu quest’ermo col-le») e montaliane («l’angolo morto»), interna l’orizzonte che si abbevera continuamente di se stesso. È il soggetto a ruota-re e avvoltolarsi in cerca di un “oltre”, ancora. Figure etimo-logiche, “giardino/paradiso”, cioè recinti dai quali, come una specie di espiazione, si desidera il “firmamento”. La gabbia è l’abuso di senso, «Un angolo morto / una vita che scende senza volere il bene / in cantinati pieni di significato». Resta un «piccolo sogno», una feritoia da cui immaginare il “ricor-do” di una “solennità” estinta. L’ultimo respiro della poesia è nel luogo immaginifico della sua scomparsa, insofferenza in esubero.

EUGENIO MONTALE: UNA POESIA DA DIARIO DEL ’71 E DEL ’72
(Mondadori, 1973)
(25/05/2016)

A questo punto
A questo punto smetti
dice l’ombra.
T’ho accompagnato in guerra e in pace e anche
nell’intermedio,
sono stata per te l’esaltazione e il tedio,
t’ho insufflato virtù che non possiedi,
vizi che non avevi. Se ora mi stacco
da te non avrai pena, sarai lieve
più delle foglie, mobile come il vento.
Devo alzare la maschera, io sono il tuo pensiero,
sono il tuo in-necessario, l’inutile tua scorza.
A questo punto smetti, strappati dal mio fiato
e cammina nel cielo come un razzo.
C’è ancora qualche lume all’orizzonte
e chi lo vede non è un pazzo, è solo
un uomo e tu intendevi di non esserlo
per amore di un’ombra. T’ho ingannato
ma ora ti dico a questo punto smetti.
Il tuo peggio e il tuo meglio non t’appartengono
e per quello che avrai puoi fare a meno
di un’ombra. A questo punto
guarda con i tuoi occhi e anche senz’occhi.

POSTILLA:
S’interrompe il dialogo con l’ombra? Più probabilmente è la dialettica il rischio, la possibilità della comunicazione con un’alterità inconoscibile. Svestiti i panni metafisici della rela-zione – la lirica è il postumo di una sbornia plurisecolare? – tu e io coincidono nella tensione spettrale, o meglio nella fit-ta rete di un nuovo velamento: l’attuale dispositivo relaziona-le (offerto proprio da una rete) tanto fantasmatico quanto collettivo. Ecco perché la chiusa – «guarda con i tuoi occhi e anche senz’occhi» – agisce come un nuovo annuncio, pre-supposto indispensabile per chi – come noi? – obnubilato dalla matassa di un reale che non concede spazio, se non il-lusorio, all’identità, deve ritrovare la forza di esperire il mon-do. Esperire, già, perché lo sguardo non sembra più suffi-ciente a orientarsi nel groviglio spaventoso dei nuovi paesag-gi relazionali.
Interpretazione postuma di un testo posteriore, che non vuole considerare i virtuosismi interni e ama prolungare il senso, deformandolo. Un senso che, nella sua gravità, apre spiragli a una diversa percezione: «sarai lieve / più delle fo-glie, mobile come il vento», per cui è il soggetto che scopre nell’angoscia – scomparsa ogni paratia metafisica – della sua solitudine l’unica effettività, la trasformazione ineluttabile che lo agisce in quanto essere di materia.
Oggi sappiamo quanto ancora distante sia la possibilità di camminare «nel cielo come un razzo», perché l’orizzonte è assai più ristretto e quasi concentrato su un’individualità im-plosa, ma il «lume» di altre prospettive balugina, e proprio dagli strascichi di quell’ombra che Montale finge di annienta-re, ma che rende in fin dei conti più viva, facendole parlare di un distacco che la lega più profondamente al soggetto, alla sua assenza. Nella potenza che si apre fuori dalla coscienza degli uomini, o meglio, fuori dalla coscienza di essere uomi-ni. Perché non «è solo un uomo» l’essere futuro ma, ribaltata definitivamente ogni trascendenza, è l’essere nella sua poten-zialità metamorfica, come se la trasfigurazione fosse solo una vicenda comune (e forse lo è: la mutazione di un gene o lo spostamento immane e impercettibile di onde gravitazionali), la storia quotidiana che il nostro sguardo si ostina a non co-gliere, nel suo strabismo impaurito e, con ogni probabilità, autoimposto.

immagine: Susan Hiller, After Duchamp, 2017-2017.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).