Paradossalmente e con affanno

LA SCIOSTRA da Paradossalmente e con affanno (1963-1968) di Maurizio Cucchi, riedito da Einaudi (2017).

LA SCIOSTRA

E allora ho pensato a un personaggio, con un bisogno crescente di viva frugalità, di ritrovata manualità a contatto diretto con le cose. Cosí ne ricordavo l’ambiente e le occupazioni:

Attorno, nei pochi metri quadri,
operazioni al sole.

Con cura elementare alle patate, i pomodori.
Muovendo col badile, dissodando
osserva con ribrezzo il guizzare di grossi lombrichi,
rossi, disperati. Non lontano le fragole
mature, spettacolari in primavera, e ciuffi interi,
grappoli
dolcissimi di ribes, a confine…

Forse un solitario, ma che esige un senso, un senso vivo, strenuo, verso il pieno utilizzo reale delle risorse, per ogni sua piccola azione, persino per ogni minuzia del suo elementare operato. Elementare, appunto, ma non di meno necessario, necessario… e rispetto al quale si aspettava il conforto di un frutto. Per carità, niente campagna, o ritorno alla natura, quella feroce pianta carnivora. Mi piace ancora pensarlo, vedermelo davanti, Giuseppe (questo il suo comunissimo nome), e ammirarlo in un ritrovato mondo quasi arcaico, o quasi senza tempo, dove la routine diventa un privilegio e si realizza in momenti come questo:

Il tavolo ben piú che grezzo: assi
male inchiodate, piuttosto; ruvide, percorse
da formiche, maggiolini,
per le giunture, sulla panca. Sotto,
alla rinfusa, arnesi da lavoro, bustine di sementi,
il setaccio, qualche cassetta, barattoli incrostati.

Rudimentali recipienti d’acqua, grosse tolle
per le mani, le verdure, senza vergogna
per i pochi moschini galleggianti…

Sul fianco, tra i badili, le vanghe,
la carriola, una catasta di legna, quindi
lo schifo di pomodori spappolati,
quasi ormai muffi, putridi, infestati
da mosconi, zanzare, vespe ronzanti:
“Certo non li lascia in fermento per la salsa –
dici, – in quello stato autentico veleno; forse
per il concime”. La vista, comunque,
davvero sconcertante, viscida…

Giuseppe, per gli amici “El Pinín”, e un desiderio di ruvida serenità, per qualcuno rudimentale o selvaggia.
Non so perché, ma comincio a infastidirmi di tutto ciò che è lí per niente, che non ha, insomma, una stretta utilità concreta. E che, s’intende, non ha neppure un requisito di bellezza. Perché, dopo tutto, proprio la bellezza… la bellezza disinteressata… Ma asciutta, ardua, priva di leggiadre soste ornate, decorate. Sí, Homo æsteticus, se si può dire, e non il solito infelice Homo oeconomicus.

Perché non è economico il reale,
mentre cerchiamo in un estremo
patetico conato di ricrescere
verso l’abisso, ottusi, scossi
dalla sacra idiozia della moneta.
Mi basta, minimale e individuo
come sono, la piú modesta
resilienza del soggetto.

Immagine, Bruno Munari.

27/10/2017
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