Natalie Diaz, When My Brother Was an Aztec

I testi qui presenti provengono dal primo libro di Natalie Diaz, When My Brother Was an Aztec (Copper Canyon Press, 2012). Traduzioni a cura del Laboratorio di poesia Monteverdelegge che da nove anni lavora presso la bibliolibreria Plautilla c/o CSM Cantiere 24, ASL Roma D (Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Jane Wilkinson). 

Natalie Diaz è nata nel villaggio di Needles nella Riserva indiana di Fort Mojave in Arizona. È membro della tribù di Gila River; insegna scrittura creativa all’Arizona State University e dirige il programma di recupero della lingua Mojave. Per i suoi scritti ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Il suo secondo libro, Postcolonial Love Poem, è uscito a marzo 2020 (Graywolf Press.).

In When My Brother Was an Aztec c’è una prima poesia che fa da introduzione alle tre sezioni successive. Diaz racconta la Storia del suo popolo attraverso le storie quotidiane. Nella prima sezione la poetessa torna col ricordo a quando da piccola ha improvvisamente capito di essere ‘diversa’ dai ‹‹bambini bianchi›› (Why I Hate Raisins). Mentre la memoria della bambina che spia la nonna dalla fessura della porta (A Woman With No Legs) ha la funzione mitopoietica di portare il lettore vicino al passato e al presente dei nativi americani. Nella seconda sezione Diaz descrive le false esaltazioni e i terrori suscitati nel fratello dalla dipendenza da droga e metadone (Black Magic Brother e My Brother at 3 A.M.). Il testo scelto dalla terza sezione racconta uno dei tanti episodi di guerra che hanno reso impossibile al fratello, e ai tanti come lui, il ritorno a una vita ‘normale’ (Why I Don’t Mention Flowers When Conversations with My Brother Reach Uncomfortable Silences). Mentre lei, la sorella, è riuscita ad affrancarsi con lo studio, lo sport (è stata campionessa di basket) e la scrittura, il fratello, entrato nell’esercito, torna a casa distrutto e muore per overdose. Nei testi di Diaz c’è dolore e c’è rabbia, mai rassegnazione. Per lei ricordare vuol dire scrivere per immagini realistiche, rappresentative del suo popolo che non solo non è stato cancellato ma è sempre più pronto a riaffermare e combattere per la propria identità. (M.A.B.)

 

Perché odio l’uvetta

Sono solo bocca e pancia
a soffrire la fame e la sete?

Mencio

Amore è una libbra di uvetta appiccicosa
pressata in scatole del governo
bianche e nere il giorno in cui non avevamo
più provviste. Dissi alla mamma che avevo fame.
Mi passò tutta la scatola lucente.
USDA impresso sul lato come un pugno.
La divorai in dieci minuti. Troppa
troppo in fretta. Non ci volle molto
prima che quei vecchi acini si piazzassero come argilla
nera in fondo alla mia pancia
che cominciò a gonfiarsi e a dolere.

Mi lagnai, Odio l’uvetta.
Volevo solo un panino come gli altri bambini.
Beh c’è solo questo
, sospirò mia madre.
E quali altri bambini?
Tutti tranne me
, le dissi.
E lei, Vuoi dire i bambini bianchi.
Vuoi essere una bambina bianca?
Peggio per te perché tu sei figlia mia
.
Piagnucolai, Però ai bambini bianchi danno un panino.
Però ai bambini bianchi non gli viene la cacarella
.

A quel punto mi diede un ceffone. Mi lasciò
a tenermi la bocca e la pancia—
divorata dalla vergogna.

Odio ancora l’uvetta,
ma non per le file tortuose
che facevamo per averla—
tutto intorno e dentro la palestra della tribù.
Non per le scomode scatole di cartone
in cui la portavamo a casa. Non per la cacarella
o per come mi aveva fatto gonfiare la pancia.
Odio l’uvetta perché ora so
che anche mamma aveva fame quel giorno,
e io avevo mangiato tutta l’uvetta.

 

Why I Hate Raisins

And is it only the mouth and belly which are
injured by hunger and thirst?

Mencius

Love is a pound of sticky raisins
packed tight in black and white
government boxes the day we had no
groceries. I told my mom I was hungry.
She gave me the whole bright box.
USDA stamped like a fist on the side.
I ate them all in ten minutes. Ate
too many too fast. It wasn’t long
before those old grapes set like black
clay at the bottom of my belly
making it ache and swell.

I complained, I hate raisins.
I just wanted a sandwich like other kids.
Well that’s all we ‘ve got, my mom sighed.
And what other kids?
Everyone but me
, I told her.
She said, You mean the white kids.
You want to be a white kid?
Well too bad ‘cause you ‘re my kid.

I cried, At least the white kids get a sandwich.
At least the white kids don’t get the shits.

That’s when she slapped me. Left me
holding my mouth and stomach—
devoured by shame.

I still hate raisins,
but not for the crooked commodity lines
we stood in to get them—winding
around and in the tribal gymnasium.
Not for the awkward cardboard boxes
we carried them home in. Not for the shits
or how they distended my belly.
I hate raisins because now I know
my mom was hungry that day, too,
and I ate all the raisins.

 

Una donna senza gambe

per Lona Barrackman

Fa solitari su vassoi da TV con mazzi di vecchie carte da casinò…..Scambia
i vestiti con camicie da notte scolorite lunghe & larghe come fantasmi…..Beve
acqua & Coca-Cola Light da bicchieri azzurri con cannucce pieghevoli…..Fa il bagno
due volte a settima…..Viene lasciata cadere sulle piastrelle verdi della sua casa popolare
mentre le figlie cercano di cambiarle le lenzuola & una bambina sbircia da
una fessura della porta…..Non partecipa a funzioni religiose danze cakewalk o alle sfilate delle festività indiane………..Fa scivolare le sue vecchie scarpe sotto le gambe di
tavoli & sedie di legno Vive da anni & anni in letti & carrozzelle col marchio
“Needles Hospital” in stencil bianco…………..Sogna di giocare a calcia-il-
barattolo in vicoli ciechi asfaltati sotto il ronzio cupo di lampioni
sul punto di esaurirsi Chiede ai pronipoti di fare le corse da un capo all’altro della stanza
più svelti che possono & tutto il tempo grida eccitata
Più svelti! Più svelti!…………..Non riesce a ricordare di avere fatto tuffi carpiati o a bomba
o di avere infranto la superficie del fiume Colorado…..Non riesce a dimenticare di essere stata rinchiusa negli sgabuzzini della vecchia scuola indiana……Ancora piange raccontando come pisciava nel letto…..Come la maestra bianca la avvolgeva nelle sue
lenzuola bagnate & la faceva restare in piedi nell’atrio tutto il giorno perché gli altri ragazzini indiani vedessero………Riceve visite da predicatori nazareni infermieri
dei servizi socio-sanitari & guaritori di Parker che battono insieme
pietre & bastoncini & le sputano addosso saliva magica…..Tamburella con le dita
il ritmo a due tempi delle Danze degli Uccelli…..Impreca in
mojave qualche mattina….Prega in inglese quasi ogni notte…..Mi ha detto
di fare attenzione all’uomo bianco chiamato Diabete che è là fuori
da qualche parte e porta sotto il braccio le sue gambe infilate in buste rosse per rifiuti
a rischio biologico……..Mi chiede di strofinarle le gambe che non ci sono più così io
faccio finta premendo le mani nelle lenzuola vuote ai piedi
del letto………Sente di avere perso parte della memoria la parte che le gambe conoscevano
meglio come terra……..Le sue rotule mancanti sono ossa lucenti conficcate
nella mia gola

 

A Woman with No Legs

for Lona Barrackman

Plays solitaire on TV Trays with decks of old casino cards…..Trades
her clothes for faded nightgowns long & loose like ghosts…..Drinks
water & Diet Coke from blue cups with plastic bendy straws…..Bathes
twice a week…..Is dropped to the green tiles of her HUD home while
her daughters try to change her sheets & a child watches through
a crack in the door…..Doesn’t attend church services cakewalks or
Indian Days parades…..Slides her old shoes under the legs of wooden
tables & chairs Lives years & years in beds & wheelchairs stamped
“Needles Hospital” in white stencil…..Dreams of playing kick-the-
can in asphalt cul-de-sacs below the brown hum of streetlights about
to burn out…..Asks her great-grandchildren to race from one end of
her room to the other as fast as they can & the whole time she whoops
Faster! Faster!……..Can’t remember doing jackknifes or cannonballs
or breaking the surface of the Colorado River…..Can’t forget being
locked in closets at the old Indian school…..Still cries telling how
she peed the bed there How the white teacher wrapped her in her
wet sheets & made her stand in the hall all day for the other Indian
kids to see……Receives visits from Nazarene preachers Contract
Health & Records nurses & medicine men from Parker who knock
stones & sticks together & spit magic saliva over her…..Taps out
the two-step rhythm of Bird dances with her fingers…..Curses in
Mojave some mornings…..Prays in English most nights…..Told me
to keep my eyes open for the white man named Diabetes who is out
there somewhere carrying her legs in red biohazard bags tucked
under his arms…..Asks me to rub her legs which aren’t there so I
pretend by pressing my hands into the empty sheets at the foot of
her bed…..Feels she’s lot part of her memory the part the legs knew
best like earth…..Her missing kneecaps are bright bones caught in
my throat

 

Mio fratello alle 3 di notte

Era seduto a gambe incrociate e piangeva sugli scalini
quando mamma girò la chiave e aprì la porta d’ingresso.
Oh Dio, disse lui. Oh Dio.
Vuole uccidermi, mamma.

Quando mamma girò la chiave e aprì la porta
alle 3 stava in camicia da notte, papà dormiva.
Vuole uccidermi, le disse,
guardandosi dietro le spalle.

Le 3, lei in camicia da notte, papà che dormiva,
Che c’è? Chiese. Chi ti vuole uccidere?
Lui si guardò dietro le spalle.
Il diavolo. Guardalo, laggiù.

Lei chiese, Di che ti sei fatto? Chi ti vuole uccidere?
Il cielo non era nero né azzurro ma del verde di una notte morente.
Il diavolo, guardalo, laggiù.
Indicò la casa all’angolo.

Il cielo non era nero né azzurro ma del verde morente della notte.
Le stelle avevano chiuso gli occhi o rinfoderato i coltelli,
Mio fratello indicò la casa all’angolo.
Le labbra tremanti e piagate.

Le stelle avevano chiuso gli occhi, rinfoderato i coltelli.

Oh Dio vedo la coda, disse. Oh Dio, guarda.
Mamma trasalì vedendo le piaghe.
Sbuca da dietro la casa.

Oh Dio, la vedi la coda, disse. Guarda quella stramaledetta coda.
Era seduto a gambe incrociate e piangeva sugli scalini.
Mamma alla fine la vide, una visione infernale, mio fratello.
Oh Dio, oh Dio, disse.

 

My Brother at 3 A.M.

He sat cross-legged, weeping on the steps
when Mom unlocked and opened the front door.
O God, he said. O God.
He wants to kill me, Mom.

When Mom unlocked and opened the front door
at 3 a.m., she was in her nightgown, Dad was asleep.
He wants to kill me, he told her,
looking over his shoulder.

3 a.m. and in her nightgown, Dad asleep,
What’s going on? she asked. Who wants to kill you?
He looked over his shoulder.
The devil does. Look at him, over there.

She asked, What are you on? Who wants to kill you?
The sky wasn’t black or blue but the green of a dying night.
The devil, look at him, over there.
He pointed to the corner house.

The sky wasn’t black or blue but the dying green of night.
Stars had closed their eyes or sheathed their knives.
My brother pointed to the corner house.
His lips flickered with sores.

Stars had closed their eyes or sheathed their knives.

O God, I can see the tail, he said. O God, look.
Mom winced at the sores on his lips.
It’s sticking out from behind the house.

O God, see the tail, he said. Look at the goddamned tail.
He sat cross-legged, weeping on the front steps.
Mom finally saw it, a hellish vision, my brother.
O God, O God, she said.

 

Mio fratello Magia Nera

A mio fratello l’ombra svolazza sulle spalle, un mantello da mago.
Il mio ciarlatano personale scintillante di polvere magica e carico
di trucchi e imbrogli.

Una vagonata di culi osceni, di ex belle ragazze,
va dietro al mio uomo mago come una coda ciancicata
per aiutarlo a inscenare i suoi trucchetti.
Lui le chiama le sue Adorate, le sue Sim Sala Bimbe, se le rigira,
le schiaffa tutte dentro tubi duri e roventi come cannoni e Wham Bam
Ala-Kazam! in un turbinio le riduce in fumo.
A volte gli fa sparire i denti poi punta la bacchetta spezzata verso
il cielo stellato del deserto, Voilà! Eccoli là!
e le ragazze ridacchiano, scoprendo gengive al neon e gole violacee.

Mio fratello. Il mio mago.
Professionista consumato, è affidabile—si esibisce ogni giorno,
ogni notte, in salotto, un’eterna matinée, un perenne ultimo show da sciamano:
Venghino, signori, venghino! Ecco a voi lo spettacolo
del Principe dei Prestidigitatori.

Come pezzo forte (rullo di tamburi, prego) estrae animali da un buco nella patta—
pensavate dicessi cilindro, ma non conoscete la magia nera di mio fratello—
e quegli animali lo amano come i primi animali amarono Dio
quando diede loro il nome.

Mio fratello. il nostro eterno bis—
confonde mio padre con sciarpe di seta rossa e poi lo sega in due
con un coltello da bistecca. Ora abbiamo due padri,
uno che piange ogni volta che sente la parola Oplà!
L’altro che di notte trascina i piedi lungo il corridoio.
Nessuno dei due ha più uno stomaco da bistecca.
Anche mia madre è finita da qualche parte
in una delle tasche dello smoking più blu di mio fratello:
Abracadabrantesque!

Il pubblico siamo noi—abbiamo i biglietti per provarlo—
e siamo qui da anni, in sedili di velluto color ferita,
in attesa che cada qualcosa,
forse il sipario, forse il crocifisso sul muro,
o, forse, le belle colombe bianche che mio fratello ha fatto sparire—
Ora le vediamo, ora no—
gli cadranno dalle maniche come angeli—
proprio davanti ai nostri occhi.


Black Magic Brother

My brother’s shadow flutters his shoulders, a magician’s cape.
My personal charlatan glittering in woofle dust and loaded
with gimmicks and gaffs.

A train of dirty cabooses, of once-beautiful girls,
follows my magus man like a chewed tail
helping him perform his tricks.
He calls them his Beloveds, his Sim Sala Bimbos, juggles them,
shoves them into pipes packed hot hard as cannons and Wham Bam
Ala-Kazam! whirls them to smoke.
Sometimes he vanishes their teeth then points his broken wand up
into the starry desert sky, Voilà! There they are!
and the girls giggle, revealing neon gums and purple throats.

My brother. My mago.
The consummate professional, he is dependable—performs daily,
nightly, in the living room, a forever-matinee, an always-late-shaman-show:
Come one, come all! Behold the spectacle
of the Prince of Prestidigitators.

As the main attraction (drumroll please) he pulls animals from a hole in his crotch—
you thought I’d say hat, but you don’t know my black magic brother—
and those animals love him like the first animals loved God
when He gave them names.

My brother. Our perpetual encore—
he riddles my father with red silk scarves before sawing him in half
with a steak knife. Now we have two fathers,
one who weeps anytime he hears the word Presto!
The other who drags his feet down the hall at night.
Neither has the stomach for steak anymore.
My mother, too, is gone somewhere
in one of the pockets of my brother’s bluest tuxedo:
Abracadabrantesque!

The audience is we—we have the stubs to prove it—
and we have been here for years, in velvet chairs the color of wounds,
waiting for something to fall,
maybe the curtain, maybe the crucifix on the wall,
or, maybe the pretty white doves my brother made disappear—
Now we see them, now we don’t—
will fall from his sleeves like angels—
right before our very eyes.

 

Perché non parlo di fiori quando le conversazioni con mio fratello raggiungono silenzi imbarazzanti

Perdonatemi, guerre lontane, se porto
fiori a casa.

Wislawa Szymborska

Sui monti del Kashmir,
mio fratello sparò a molti uomini,
fece saltare crani da pelli scure,
tinse di cremisi la sabbia bianca del deserto.

Cosa dire a un uomo
che ha attraversato un mondo come questo
ed è stato tradito
dalle sue mani e dai suoi occhi?

C’erano fiori laggiù? chiesi.

Ecco cosa mi disse:

In un villaggio, molti uomini
avvolsero una donna in un lenzuolo.
Non lottò.
I piedi nudi trascinati nella polvere.

La stesero sulla strada
e la lapidarono.

Il primo uomo fu suo padre.
Tirò due pietre di fila.
Suo fratello si era riempito le tasche
di pietre durante il cammino.

La folla era uno sciame
di api disturbate. La raffica
di pietre contro il corpo
soffocava i suoi lamenti.

Il sangue esplose attraverso il lenzuolo
come una chiazza di violette,
cento rose in fiore.

 

Why I Don’t Mention Flowers When Conversations with My Brother Reach Uncomfortable Silences

 

Forgive me, distant wars, for bringing
flowers home.

Wislawa Szymborska

In the Kashmir mountains,
my brother shot many men,
blew skulls from brown skins,
dyed white desert sand crimson.

What is there to say to a man
who has traversed such a world,
whose hands and eyes have
betrayed him?

Were there flowers there? I asked.

This is what he told me:

In a village, many men
wrapped a woman in a sheet.
She didn’t struggle.
Her bare feet dragged in the dirt.

They laid her in the road
and stoned her.

The first man was her father.
He threw two stones in a row.
Her brother had filled his pockets
with stones on the way there.

The crowd was a hive
of disturbed bees. The volley
of stones against her body
drowned out her moans.

Blood burst through the sheet
like a patch of violets,
a hundred roses in bloom.

 

 

 

From When My Brother Was an Aztec. Copper Canyon Press, 2012. Copyright © 2012 by Natalie Diaz. Reprinted by permission of Copper Canyon Press. Traduzioni a cura del Laboratorio di poesia Monteverdelegge (Maria Adelaide Basile, Marta Izzi, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Jane Wilkinson).