Maria Grazia Calandrone, Giardino della gioia

Un’anticipazione da Giardino della gioia, la raccolta di Maria Grazia Calandrone pubblicata per “Lo Specchio” Mondadori. Di seguito cinque poesie.

Siccome nasce
come poesia d’amore, questa poesia
è politica.

tutta la vita è stata un esercizio per tornare
al tuo corpo
caldo come la terra

eppure scrivo della solitudine

di cocci d’osso
in conche di sabbia
scavate
con gli occhi delle scimmie che cercano riparo

corpi come scodelle rovesciate
i catini del cranio colmi di cielo

[…]

*

a volte mi abbracciavi
come si cerchiano i palazzi
quando si crepano

e la casa era piena del sibilo della corrente industriale e del tuo odore
di tiglio e di marina
ventilata

[…]

*

con i capelli neri come grano, tesa
all’infiorescenza
come l’agave, eri così più alta

di te stessa, più alta
della tua vita

10-16 aprile 2014

***

La città canta

Taci, amore che ridevi
per la gioia di vederla apparire
dal fresco del portone nei mattini di giugno
aperti come campane.

Tace la piazza dell’alimentari
dove nessuno conosce la ragazza
vestita d’azzurro
con il suo amore nuovo.

Amore di campo e di panchina, chiaro
che scoppia all’improvviso
nel silenzio d’aprile, improvviso e chiaro.

*

La prima volta hai preso la parola
sulla rampa dell’Eurospin. Fu un tardo pomeriggio
di primavera, l’energia nucleare risuonava
dalle condotte idriche, girava attorno ai pali come un vento
che faceva cantare la città.

Un costone calcareo crolla nell’Adriatico. Sembra
che dalla spiaggia delle Due Sorelle sia salita per giorni
una corda di fumo. Una sequenza di simboli, una discarica.

*

Siedi fra i tigli aperti come stelle
nella notte di giugno
e taci col tacere delle bestie, con il muso
sfiora la terra, brucia nell’erba come la pietra e taci con amore.

Sarajevo, 12 dicembre 2017

***

Poesia-sudario per Genova 14 agosto 2018

Il sudario si chiama sudario
perché assorbe gli umori
dei morti. Viene deposto
sul volto, per nascondere allo sguardo dei vivi
il lavorio della morte
nei lineamenti amati, le enfiagioni
e lo scavo finale, la riduzione all’osso, che riporta
la materia conclusa di un corpo nel non finito dell’altra
materia, all’indistinto delle zolle e degli astri.
Il sudario è deposto per pudore
sul volto, perché quel volto smetta di finire
sotto i nostri occhi. Così vorrei
che le parole, poiché non possono asciugare davvero
neanche una goccia
del vostro sangue, ricordassero almeno
la vita, il celeste profondo
o la rosa canina fra i paranchi
che vi ha fatto sorridere
per la sua ostinazione d’essere viva
nel cantiere perpetuo del porto
luminoso di sole morente
o l’altro sole, la grandezza radiale dell’alba
sollevata tra guizzi di reale come un rinascimento.
Mondo contemporaneo che vai a morire
tra i gabbiani delle periferie,
sotto la rotazione della Via Lattea come una verde insonnia dell’universo
che non ci guarda, mondo che sei questo infinito esistere che non contempla
i mortali, senza nome e cognome torneremo cose
tra le cose, senza involucri e senza nostalgia ritorneremo
all’indifferenziato delle stelle. Ma adesso, adesso
che siamo vivi

Roma, 15 agosto 2018

***

MadreAlfa

Eri una ragazzina di campagna che si faceva bella coi vestiti neri e gli orecchini.
Prima di te, filtravano le luci da acquario dei corridoi dell’ospedale.
Poi, il tuo corpo sboccava dal buio e portava ogni cosa che al mondo
c’è da sapere.

Facevi la donna di servizio nella Milano dell’immigrazione. Quando arrivavi
a notte alta, forse ancora una volta sconfitta, chi dice «io»
in questa poesia, percepiva di te
solo i frammenti di proprio interesse,
gli occhi lavati come gocce d’ambra e il seno illeso.

Dicevi «Un giorno saprai», oppure «Non ti preoccupare
di sapere», ma certamente il tono ti tradiva. Non so altro che questo non sapere.
L’indagine fallisce. Sono carne
che si rigenera ogni sette anni e, senza volontà
che non sia il voler vivere di ogni singola
cellula, cancella a fondo. Incluso il pianto di una concubina
di ventinove anni, che il mondo ha spinto in acqua. È stato a causa della solitudine
di ogni animale, è stato allora, mentre
ti allontanavi, che ho preso la decisione (politica, ontologica) di avere fiducia.

Guarda cos’è successo alla mia vita. Avevo la bontà degli animali
trascinati in guerra. Tanta gente bellissima
ci ha divise. Nessuno
ha mai voluto farmi veramente male. Ma lo hanno fatto, perché anche loro erano morti tutti
da tanto, dopo una gioia un po’ stenta, ma comunque gioia. I benpensanti
sono armi spianate, uccidono anche i morti. Si tratta di fascismo naturale, quella che chiamano «normalità».

Dopo che mi hanno tirata su dall’acqua del fiume mi hanno portata a casa
su un autobus di linea, tanta fu la vergogna. Dai finestrini ho visto
l’arsa bellezza delle mie montagne allontanarsi
come la superficie di una stella, ho conosciuto
la crudeltà del paesaggio
e la crudeltà del perdono.

Sopra i corpi trascinati in guerra
resiste una mancanza di confine, bianca
come le suole dei bambini.

***

Rosso Roma

1. Metafora del bosco visto dal fuoco

La realtà no, la realtà copia il mondo
in modo approssimativo. Un’ampollosità solida come il nulla. Il nulla
rassicura. Il nulla dato
per scontato. Dove non c’è niente
e nessuno, ecco. Le volte che tu ridi.

Uno sguardo metallico sul terrapieno
diventato un prolungamento del paese nella bocca d’acqua. Lago d’inverno, fitto come piombo.
L’odore di legna bruciata delle capre
tra i serpenti del grano.
Non manco di nulla.

L’avanzata dell’erba sulla pastafarina terrestre
consegnata all’alterno futuro, quando faticheremo a riconoscere i corpi
degli esseri amati, il predicato dei nomi e quegli strani accumuli di evi dove ora ascoltiamo
un bramito di cervi selvatici nel sottobosco.

La terza decade della Bilancia
come un soffio sul grano. Non so
se sono felice, con te. È oltre ancora. Vedo un corpo sincero come un astro nell’inganno del mondo.

Quale sì, quale no, quale equidistanza
di oro marcescente
sulla massicciata. Spighe a perdita d’occhio in questa verde
campagna, bella come ogni corpo. L’arco di ebollizione dei motori
rappresenta un possibile stato di allarme
per la zona a ridosso dei limoni, dove abbiamo disposto
coperture invernali e osserviamo
un sistema di nuvole
inadeguato alla stagione, che risplende
come un’incrostazione luminosa. Suono di rotative
dalla trebbiatura, terra gialla stampata dagli aratri
e cotture di mosto. La partitura non è in suoni reali. La realtà è così piccola.

2. corsivi di Anna

Tra i residui della lavorazione del metallo
trasformiamo in poesia le materie povere
con il cuore a martello
e il viso
di chi apre la porta
in un giorno di festa
mentre sfilano tamburelli e trombe con i nastri
e zucchero filato e la strada di sempre sembra
grandissima, finalmente viva.
La realtà è così grande.

Ci sono le rondini, le ciliegie, l’aria, il purè, gli abbracci, i gatti, il pane caldo, i binari che brillano al sole, portare il formaggio alla volpe di Villa Pamphili, i libri, i baci, le polpette, il ronzio di una bicicletta azzurra che fila
nell’aria ferma dell’estate, le case degli amici, il sole quasi obliquo sulla vendemmia, il silenzio degli stabilimenti semivuoti dentro il peso d’arancia matura
del pomeriggio, l’acuto di rondine
in fondo al grido dei bambini e l’odore dei tigli in pieno giugno a San Saba. Per ciò vale la pena essere nati.

 

Immagine: Foto di Dino Ignani.