Margaret Atwood, Brevi scene di lupi

Pubblichiamo in anteprima una scelta di testi dalla prima antologia italiana di poesie di Margaret Atwood, Brevi scene di lupi, a cura di Renata Morresi, edito da PontealleGrazie, che abbraccia tutta la produzione poetica della Atwood, dal 1966 al 2020.

 

da The Animals in That Country (Gli animali di quel paese, 1968)

It is Dangerous to Read Newspapers

While I was building neat
castles in the sandbox,
the hasty pits were
filling with bulldozed corpses
and as I walked to the school
washed and combed, my feet
stepping on the cracks in the cement
detonated red bombs.

Now I am grownup
and literate, and I sit in my chair
as quietly as a fuse

and the jungles are flaming, the under-
brush is charged with soldiers,
the names on the difficult
maps go up in smoke.

I am the cause, I am a stockpile of chemical
toys, my body
is a deadly gadget,
I reach out in love, my hands are guns,
my good intentions are completely lethal.

Even my
passive eyes transmute
everything I look at to the pocked
black and white of a war photo,
how
can I stop myself

It is dangerous to read newspapers.

Each time I hit a key
on my electric typewriter,
speaking of peaceful trees

another village explodes.

 

È pericoloso leggere i giornali

Mentre costruivo accurati
castelli nel recintino di sabbia
le fosse scavate alla svelta si riempivano
di cadaveri spinti dai bulldozer
e mentre andavo a scuola
pettinata e linda, i miei piedi
sulle crepe dell’asfalto
detonavano bombe vermiglie.

Ora sono adulta
e alfabetizzata, e siedo sulla mia sedia
placida come un fuso

e si incendiano le giungle, il sotto-
bosco si fa pesante di soldati,
i nomi sulle mappe
complicate salgono in fumo.

Sono io la causa, sono una massa
di giocattoli chimici, il mio corpo
è un congegno mortale,
mi protendo con amore, le mie mani diventano pistole,
le mie buone intenzioni sono del tutto letali.

Persino i miei
occhi passivi trasmutano
tutto ciò che guardo in una foto
di guerra in bianco e nero
come
posso fermarmi?

È pericoloso leggere i giornali.

Ogni volta che batto un tasto
su questa macchina elettrica
per parlare di un placido albero

esplode un altro villaggio.

 

*

da The Journals of Susanna Moodie (I diari di Susanna Moodie, 1970)

The Double Voice

Two voices
took turns using my eyes:

One had manners,
painted in watercolours,
used hushed tones when speaking
of mountains or Niagara Falls,
composed uplifting verse
and expended sentiment upon the poor.

The other voice
had other knowledge:
that men sweat
always and drink often,
that pigs are pigs
but must be eaten
anyway, that unborn babies
fester like wounds in the body,
that there is nothing to be done
about mosquitoes;

One saw through my
bleared and gradually
bleaching eyes, red leaves,

the rituals of seasons and rivers

The other found a dead dog
jubilant with maggots
half-buried among the sweet peas.

 

La doppia voce

Due voci
a turno usavano i miei occhi:

Una era forbita
dipingeva ad acquerello
usava un tono pacato parlando
di montagne o cascate del Niagara,
componeva versi edificanti
e si commuoveva per i poveri.

L’altra voce
aveva un altro sapere:
che gli uomini sudano
sempre e bevono spesso,
che i porci sono porci
ma vanno mangiati
comunque, che i bambini non nati
marciscono come ulcere nel corpo
che non c’è niente da fare
per le mosche;

Una vedeva attraverso i miei
occhi appannati, ogni giorno più
sbiaditi, foglie rosse,

i rituali delle stagioni e dei fiumi

L’altra trovò un cane morto
una festa di larve
mezza sepolta tra i piselli dolci.

 

*

da You Are Happy (Sei felice, 1974)

There Is Only One of Everything

Not a tree but the tree we saw,
it will never exist, split by the wind
and bending down
like that again. What will push out of the earth

later, making it summer, will not be
grass, leaves, repetition, there will
have to be other words. When my

eyes close language vanishes. The cat
with the divided face, half black half orange
nests in my scruffy fur coat, I drink tea,

fingers curved around the cup, impossible
to duplicate these flavours. The table
and freak plates glow softly, consuming themselves,

I look out at you and you occur
in this winter kitchen, random as trees or sentences,
entering me, fading like them, in time you will disap¬pear

but the way you dance by yourself
on the tile floor to a worn song, flat and mournful,
so delighted, spoon waved in one hand, wisps of roughened hair

sticking up from your head, it’s your surprised body,
pleasure I like. I can even
say it, though only once and it won’t

last: I want this. I want
this.

 

Si dà di ogni cosa una cosa soltanto

Non un albero ma l’albero che vedemmo,
non esisterà mai, spazzato dal vento
e piegato verso il basso
in quel modo. Ciò che incalzerà la terra

più avanti, e ne farà estate, non sono
erba, foglie, ripetizione, dovranno
esserci altre parole. Quando i miei

occhi si chiudono, la lingua scompare. Il gatto
con la sua faccia divisa, mezza nera e mezza arancio
s’accuccia nel mio cappotto malconcio, bevo il tè,

le dita seguono la curva della tazza, impossibile
duplicare questi sapori. Il tavolo
e i piatti più strani rilucono piano, consumano sé stessi,

volgo lo sguardo verso te e tu accadi
in questa cucina d’inverno, casuale come gli alberi o le frasi,
entri in me, sfumi come loro, col tempo sparirai,

ma il modo in cui balli da solo
sulle piastrelle al ritmo di una vecchia canzone, mono¬tona e triste,
così contento, agitando il cucchiaio nella mano, ciuffi di capelli arruffati

dritti sulla testa, è il tuo corpo
sorpreso, il piacere che mi piace. Riesco persino a dirlo,
anche se una volta sola e non

durerà: voglio questo. Voglio
questo.