Lyra

Da poco usciti nella collana “Lyra giovani” a cura di Franco Buffoni per Interlinea, i due libri di Maria Borio, Trasparenza, e Jacopo Ramonda, Omonimia. Pubblichiamo una selezione da ciascuna raccolta.

da Maria Borio, Trasparenza

Accoglienza

I

Si raccontano, una faccia nell’altra.
C’è il pane fresco sul banco, asciutto,

il suono di cose toccate. Dispone
pezzi in fila – le mani sembrano terra,

le unghie sono tagliate fin dentro la carne.
Le storie scomposte in sagome

fanno corto circuito. Attraverso
il vetro appare reale solo la forma

delle magliette made in china.
Come dire posto per accoglienza?

Il cielo preme su tutti, scivolano fuori
dalle magliette i corpi.

II

Parlare, sentire: entriamo, compriamo
due chili di pane – parlare, sentire

le mani calde, gli occhi geologici. Sembra
di attraversarsi, noi nella mattina soli

dal banco al vetro alla strada…
Le aste traslucide attraverso i vetri

sono rami – e il vento
le apre, li chiude.

III

Il nome inizia con la a e finisce con la h
suona una cosa calda, di lievito

ed è vero – la distanza esiste meno
di prodotti che di etnia. La cosa esplode.

Il vento comprime tutti,
finisce con la h, come si soffia.

IV

Sembriamo serpenti, curve, lingue mescolate.
Passiamo attraverso un posto immaginario.

È una sfida, come il ragazzo della favola
nascondeva la volpe tra ascella e fianco.

Il cielo preme su tutti, le solitudini esplodono.
Il posto intorno è vero – i serpenti solo suono.

*

Del bene

proviamo a scandire i ritmi come fossero puri: le leggi, una tavola separa un’altra. La società, i codici, certo. Ma solo fantasmi resistono a temperature glaciali e al compromesso nei ritmi del giorno le persone diventano realmente strumenti – la sopravvivenza rende ladri. I ladri sopravvivono, nel caso si appoggiano ai codici. La giustizia fredda sulle tavole.

Di un bene,
contrario, come si crea

nelle regioni interne, quando una via è aperta: cigolano i vetri della fabbrica dismessa, ansie acquattate, regole acquattate, un flusso solitario fa commuovere, si rimpicciolisce il dna del mondo in amore per frammenti – il dubbio, un calore…

Del bene,
allora, che vuole corrodere

Del bene che così
cerca di salire

guardare la storia scritta e gli affetti anonimi in onde, come onde di acqua e aria, alte, placate, poi sorrette da energia nuova. Ma energia è parti contrarie, le galassie: pesi contrapposti. Gli affetti tornano nascosti sotto le tavole…

Del bene che fa flussi
e istanti:

la terra e il mare, gli strumenti che curano il corpo, gli strumenti che uccidono il corpo, e piccoli affetti sbucati dal nido interno, frammenti di spazio uscendo da noi fuori, sempre meno umani fuori, nell’etere lavati dalle prime improvvise calde qualità…

Del bene infine tra te e me
senza che io tu, tu io

possiamo almeno per un momento capire chi tu, chi io. Apparire nella strada interna l’uno dell’altro. Ma l’esperienza mescola freddamente, l’esperienza come l’energia. Una luce cosmica, di ghiaccio, velocissima circoscrive la lotta interna

e l’affetto abbaglia per disincanto.

*

Dorsoduro

I

Le case sull’acqua avranno solidità
ma gli occhi intorno non sono umani.

Tra atmosfera e atmosfera tutto si trasforma.

Un suono umano è disumano.

III

Il male è nascosto nella nebbia del mare.
Un uncino lo porta avanti e indietro.

Ci siamo persi di notte su questa riva,
le luci oscillano sopra le spalle.

Non siamo più uomini ma suono
che cuce dorsoduro alla giudecca.

I motori scrivevano densamente l’acqua.

Ora un silenzio fitto nel reale portato.

*

Trasparenza

VI

Il mare è davanti. La luce della mattina si sgrana,
ci trasforma nei punti di fuga di una prospettiva rovesciata.

I frutti cadono, ci attraversano i pensieri,
si depositano sopra le ossa e i pensieri si gonfiano

in alto resistenti nell’aria di fine estate, sfere dove
le proiezioni di molti uomini iniziano a scambiarsi

fissandosi dentro la luce mentre mare e terra
raffreddano. Inaspettatamente possiamo diventare

freddi appoggiati su onde e nuvole fredde.
Intorno, il posto adesso è trasparente.

Intorno, è il posto interiore della paura e della verità.
In mezzo, le sfere dei pensieri sono libellule:

si accoppiano e i frutti cadono, dicono
cosa siamo, come ci siamo immaginati.

È mattina: è tornare l’uno di fronte all’altro
– essere la prospettiva fragile e forte

per chi ci ha abitato, chi ci abita.

***

da Jacopo Ramonda, Omonimia

(dalla prima sezione, Nomi)

Nicolò (#1)

Nicolò si è finalmente deciso a cambiare la disposizione dei mobili in salotto, immutata dai tempi in cui sua madre era ancora viva e autosufficiente. Con la nuova sistemazione, la stanza gli sembra più grande e addirittura più luminosa. A un primo sguardo non sembra trattarsi semplicemente di una versione rimaneggiata della quotidianità, ma – come per effetto di un’illusione ottica – di un’altra stanza, del tutto nuova. Inoltre la novità non gli procura quello spiacevole effetto di disorientamento provato pochi giorni fa, svegliandosi nel letto di sempre; ma che aveva spostato da un lato all’altro della sua camera prima di andare a dormire, per poi riportarlo nella posizione originaria già la sera dopo, appena rientrato dall’ufficio.
Nicolò osserva il salotto, godendosi il senso di rinnovamento; fino a quando nota i segni dei piedini dei mobili rimasti sulla moquette e i leggeri aloni lasciati dai quadri sulla carta da parati. Coordinate del passato, probabilmente indelebili; una mappa sbiadita che documenta la geografia originaria del salotto, prima della deriva dei suoi continenti.

*

Nicolò (#2)

Nicolò cammina lungo il marciapiede, senza una meta precisa, quando passa davanti a un piccolo mobiliere del centro. Il suo sguardo viene catturato dalla vetrina principale, in cui è presentata una zona notte completa, composta da una cassettiera, un letto matrimoniale con una coppia di stampe appese al di sopra della testiera, comodini, abat-jour e tappeti scendiletto. Sul comodino di sinistra, sono disposti alcuni libri, ordinatamente impilati l’uno sull’altro; su quello di destra, una sveglia e un piccolo portafoto vuoto. I colori dei mobili e della biancheria sono perfettamente coordinati tra loro; Nicolò, dopo essersi fermato a osservare ogni dettaglio, non può fare a meno di notare – con un’irritazione ingiustificata, di cui si stupisce – quanto quell’eccessiva perfezione risulti inverosimile e incapace di rendere l’idea di un ambiente abitato. Nicolò attraversa la strada, ma poi si ferma e si volta a osservare nuovamente la vetrina, come a distanza di sicurezza. Anche da un punto d’osservazione meno ravvicinato, la sua conclusione si conferma corretta, pur rivelandosi per ciò che è: un pretesto finalizzato a distogliere lo sguardo il più in fretta possibile, tentando di dissimulare il misto di attrazione e repulsione che prova. Come un sipario che si apre, lascia Nicolò totalmente inerme davanti allo spaccato di una camera da letto in cui tutto è pensato per due. Dopo aver sempre vissuto con sua madre, badando a lei fino alla fine, a un tratto si sente incapace di controbattere a quell’immagine, e si trova costretto ad arrendersi di fronte all’evidenza: due è il numero naturale. Trovarsi al cospetto di un suo inevitabile rimpianto – con il quale ha sempre saputo convivere – esibito in pieno centro come una sorta di installazione, lo fa sentire nudo, lo mette a disagio. Nicolò si sofferma ancora per qualche istante sui suoi pensieri, tentando di restare a galla, mentre osserva la camera da letto in vetrina, da cui lo separa soltanto il flusso irregolare di passanti, probabilmente diretti verso casa; forse verso una stanza di quel tipo.

*

(dalla seconda sezione, Omonimia)

#499 Mi chiamo Andrea. Invecchiare è stata questione di un attimo, come un errore di distrazione.

#1308 Mi chiamo Andrea. Due settimane prima di iniziare la chemioterapia, ho comprato, accompagnata da mia figlia, una parrucca di capelli umani, quasi dello stesso colore dei miei; eppure di altre persone.

#1377 Mi chiamo Andrea. La scorsa estate abbiamo attraversato gli Stati Uniti, da una costa all’altra. Il numero non indifferente di città omonime è un particolare che mi ha colpita, mi è rimasto impresso nella memoria.

#55 Mi chiamo Andrea, sono sposato, ho due figli. Penso che l’amore sia una tenia.

Immagine: Julian Opie, Walking in Melbourne, 2018.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).