L’impronta

Sette poesie da L’impronta (Nino Aragno, 2014).

Presso il castello di Barkloughly

Il dove non importa – e non si blateri
di conforto: d’epitaffi si parli,
di vermi e sepolture

facciamo della polvere la nostra
carta e delle lacrime l’inchiostro
con cui scrivere dolore sul seno

della terra. Nominiamo i notari,
intratteniamoci sui testamenti…
Ma no, perché parlarne,

se alla terra consegneremo solo
i nostri corpi deposti? Dominî,
vite, tutto appartiene a Bolingbroke.

E non possiamo dire nulla nostro
se non la morte e questo
calco d’infeconda terra che serve

da collante e da guaina alle nostre ossa.
Per carità, sediamoci ora a terra
a raccontarci storie melanconiche

sulla morte dei re…

(Dal Richard II di William Shakespeare)

*

Tra arance e filosofi

Nel nostro sangue schiarito dal mare
nelle nostre ginocchia sefardite
nel destino boreale del piede

nell’archivio vivente del tuo lascito
nell’entusiasmo del mio dito indice
nel profumo di Zambia e dopobarba

nell’intuito dei fratelli, negli occhi
delle mie figlie ti rivedo padre
a tuo agio in contemplazione e sorrisi

in quelle dissimulate esegesi
del dopocena, tra arance e filosofi,
quando a inquieti adolescenti sbucciavi

il codice futuro:
siate esatti nell’anima, imperfetti
nell’aderire, audaci nell’attesa.

*

Zambia

II Lusaka

Dopo la tua morte mi raccontarono
che il giorno in cui sarei dovuto nascere
scendesti in jeep verso la capitale,

Lusaka, per un paio di minuti
al telefono, per la commozione
di una voce che confermasse l’esito

buono del parto, la vita, l’inizio –
dodici ore di savana col cuore
in una maternità piemontese.

Occupato: la linea continuava
a cadere. Chissà che hai fatto poi?
Fossi stato in te, me ne sarei andato

al Botanical Garden – pochi passi,
una panchina, un giornale di fine
giugno e un dito sull’osso temporale.

III Polaroid

Mi son sempre chiesto cosa seguì
quella polaroid: forse
una Gitane, la doccia

il pranzo coi colleghi del cantiere
sotto l’ombrello verde di un’acacia,
le discussioni col cuoco eritreo

– storie di rinoceronti e ippopotami
di sangue e di colonie, di bonifiche
e di errori nella collimazione.

Ora che non ci sei, penso alle carte
topografiche, alle planimetrie
aperte sul cofano del tuo pick-up,

al compasso, ai tuoi occhiali da sole,
ai libri notturni, alle irritazioni
del tuo stomaco da geometra anarchico.

*

Nube

III

Il pulviscolo islandese è arrivato fin qui, a giudicare dal maestoso moltiplicarsi dei passeggeri nelle stazioni, dalle code vibratili agli sportelli, dalla ressa babelica tra i sedili del treno, tra i confini, tra Vienna e Monaco; una babele obliterata, che scansando il tedesco e l’ungherese, introduce lo sciacquio dell’inglese posticcio, la fragranza di pane e cioccolato del francese, lo squittire nicotinico di tre settuagenarie milanesi e l’ossimorica rochezza di due ninfette andaluse. I destini raccontati al cellulare sono misurati, pausati; hanno la cadenza di chi sa recitare, di chi si sente parte di un’immensa, ordinata operetta, che non tollera le esorbitanze della passione.

IV

Un’eruzione clamorosa e impronunciabile. La strada nazionale distrutta e un ghiacciaio in scioglimento. Non si sa ancora come andrà a finire, ma qui è già percepibile il passaggio della nube. “I cieli”, dicono, “sono bloccati” – che curioso enunciato. Cieli serrati, impraticabili. Cieli pericolosi, infestati, spessi, non accessibili. Bisogna proteggersi dal cielo a quanto pare, dal pulviscolo che avanza, che scende verso sud, che si allarga dalla Scozia alla Scandinavia, puntando su Heathrow e Belfast, su Dublino e ora pure su Francoforte e Monaco, minacciando persino Vienna e l’Italia, in direzione – si dice – del Sahara. È un pulviscolo unno, un’invasione veloce, destabilizzante, incivile, una nube immensa, pesante, che si muove secondo un vento che sembra farlo apposta a tirare verso le metropoli, a cercare, come un turista, gli scali più propizi o, come un clandestino, i mercati del possibile.

Monaco di Baviera, aprile 2010

*

Symposium

XI Tel Aviv

Mi svegliò l’odore di shampoo e iodio
che pervase la veranda con l’ombra
incompleta di mollette e gerani.

In un caffè della Bograshov Street
visitai il mio palato
e in un taxi prematuro conobbi

la mia mano. Tra il rosso
neon di un night ed una menorah
gigante ascoltai tutto:

le tue genealogie,
le tue consonanti franco-allemandes
le tue leggende di re e d’istruttori,

le tue storie di piaghe e di lavabi,
finché non mi svelasti
il cavo segreto della città.

***

Immagine: Steve Bloom, Elephants and Shadows.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).

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