La grande anitra

da | Dic 18, 2014

Da “Le mie meditazioni di A. I.”

Siamo dentro un’anatra cotta
come Giona nel ventre della balena ma è un’anitra cotta
io Minnie e il guardiano notturno

(citerò a tempo debito
Assessorato Caccia Pesca e Polizia Provinciale)

non mi piace un bel niente

nell’anatra nulla continua ad essere come prima
mi meraviglierei che le nostre carte
d’identità le password i codici pin
avessero validità
qui dentro

l’anatra è cotta sofisticata con tutto ciò
che la cottura e l’anitra e la nostra nuova
inconcepibile
minima fantasiosa taglia
comportano

(quanti centimetri il diametro
di cranio nuovo e il numero di scarpe?)

a meno che sia il nostro
non rimpicciolimento
ma ingigantire d’anitra
sorta di Anàtide in continuo
gonfiamento espansione
come l’universo accelerato
che ovunque tende allo strappo

e noi privilegiati viaggiatori
dentro quest’anitra diretta
al progressivo ampliamento

(anitra-metropoli, favela, eldorado)

*

Qui nell’anitra

è venuto meno il senso

nessuno è in grado di tirare le grandi conclusioni

forse qui gli uomini vivono perché sono nati
non per intelligenza missione sapiente investimento
delle risorse neuronali egologiche

qui la gente
cioè noi stessi
abbiamo qualcosa di animale
come fossimo venuti dalla tundra
conoscendo bene la chimica del gelo e della fame
la trascendenza del sonno

lavorare masticare dormire
c’è qualcosa di meglio all’incanto?

*

Quella che a me sembra un’anitra
è forse il nitore della morte

della morte di tutti gli altri
e della mia ma con questo
decisivo minimo ritardo
come fossi morto un secondo dopo
che significa entrare nell’anitra
nel lungo budello spazio-temporale
alla ricerca di un angolo tranquillo
in cui abbandonare le membra

tutto quello che così bene è fissato
come nella migliore cera isolante
non è altro che gente morta
e quindi immensamente calma
senza fretta né recriminazioni

(la volta è solida vagamente ogivale
appena profumata
e il piano morbido
appena ondulato)

vago ancora un poco
persino colgo fiori (il giglio di mare)
dall’interno l’anitra
(per ora) fiorisce

*

Big Duck non è Big Duck
l’anitra non è l’anitra
né l’uno né l’altro
il sarcofago del faraone dei mille mondi
i mille mondi che non sono mai esistiti
se non nella favola
la favola completamente bianca
ancor prima di essere raccontata
dentro l’attesa del racconto non si vede niente
non si può dire nulla è la pagoda
è l’aria l’anti-aria
solamente i piedi sono a bagno nell’acqua
chissà perché è l’unica cosa che risalta
l’unica che si vede
non è importante non conta
proprio perché non c’entra
la vedo benissimo la pozzanghera
c’è di mezzo qualcosa di rosso
galleggiano granchi marciti
o forse sono involucri
residui di corazze per bambini
sono cose che dovrebbero andare a posto
la pozzanghera diventando secca
tutto calato in un nuovo ordine
grande grafo enigmatico
teso come un gonfalone dal vento
in una piazza vaticana
e l’aria anti-aria
nulla di tutto questo
è peggio è qualcosa che sento
piedi fradici cammino nei resti forse
c’è del sangue ciotole di latta
viene fuori alla fine che magari
questa è la zuppa che qualcuno si mangia
un qualche prigioniero ben nascosto
nei dintorni
se il segreto della favola
mai raccontata dei mille
mondi del sarcofago
è il solito schifo
va bene ora lo so di nuovo
lo ricordo

***

Da “Le mie visioni di Minnie”

Insegna del National Industrial Conference Board. Sedici monoblocchi prefabbricati. Transenne, sentieri sterrati, cumuli d’immondizia. Sipari di abeti. Gruppo umano di torbiera, con lavoratori nomadi: turkmeni, karakalpachi, uzbechi, kazachi, persiani, curdi, belugi e altri senza provenienza e destinazione. Uno sciamano, nell’unica cappella rurale, combatte le ombre della spoliazione e dell’epidemia con le stampelle. Ogni lavoratore porta a tracolla una stampella e una borraccia di acquavite. Nell’angolo delle griglie, in mezzo a un polverone di cenere, quattro giovanetti preparano il cibo per tutti: lo stomaco di maiale. L’hanno lavato con aceto e sale, e ora lo farciscono con polpa di maiale battuta e trita, tre cervella e uova crude, pepe intero, anice, poca ruta, salamoia, datteri. La marmitta attende scoperchiata. Cantano nella loro testa. Le bocche sono secche, le labbra calcificate. Gli insetti in volo sono gli unici, del tutto insensibili, strateghi del luogo.

***

Da “Le mie poesie di Guardiano notturno”

In questa poesia
il mondo non è così come appare
per questo vi ho messo molti ricordi
e sono ricordi del tutto personali
li ho messi perché potessero apparire
sotto il cielo coperto o al sole in zone
fredde o temperate persino nella sabbia
(i ricordi sono immagini
le immagini appaiono)

ma proprio quando finalmente appaiono
non sono più come sembrano
dovevano essere ricordi
e invece sono immagini
la somiglianza tra gli uni e le altre è grande
ma non abbastanza

non abbastanza
neppure le immagini tra loro si assomigliano
sono superfici che galleggiano
tengono il mondo in sospensione
affiorano anche le masse più pesanti
ogni tentativo di afferrarle è vano
ci passo continuamente a lato

*

In questa poesia
manca la neve

si odono i passi delle persone
sull’asfalto
fin dentro casa anche nel sonno
le scodelle che cadono e rimbalzano
i vetri del bicchiere nel lavello
quando si frantuma
le gocce quando scorrono
le pieghe dentro i muri l’arrampicata
dei ragni

si odono le vibrazioni leggere
delle assi di legno sotto il piede nudo

l’aria che filtra oltre i bronchi
nella gola e fa tremare appena
le labbra le foglie
che di continuo cercano pace
torcendosi sul ramo

anche molti anni dopo
nuotando a largo nel lago
tutti questi rumori sono precisamente
rimasti mai attenuati una coltre
di fronte sempre più densa e notturna

*

In questa poesia
quello che si siede a scrivere
e che si agita in un filo di spazio
su di una piccola superficie spoglia
è qualcuno che vuole entrare nella poesia
vuole accelerare dentro quell’agitazione
fuoriuscire dallo spazio prendere quota
o solo scavare un buco
un intervallo

vuole diventare poeta
che quando piove o tira vento
o gli salta addosso un cane
o qualcuno lo graffia con le unghie
lui se ne sta fuori lungo le parole
in lieve sorvolo sopra tutto
una grossa parte rimane sotto
nella trappola dell’acqua e del vento
sotto le unghie sotto i denti
ma lungo la pista delle parole
qualche cosa di lui ora
non viene più raggiunto e umiliato

*

In questa poesia
sono un animale d’occhi
costretto a muovermi nella visione
di cui quasi nulla permane
quando le palpebre si chiudono

ogni istante il battito produce
la quasi perfetta dissoluzione
con il fuoco fin sugli steli isolati
(cosa resiste al ritorno della luce?)

è una procedura chimica la cancellazione
ma imperfetta gusci sassi sul fondo
impronte forse di cose simili
ad altre cose simili
non tutto è cenere non tutto vola
vi sono zone ostinate
che modificano la nuova visione
la complicano buttando radici buie
in quella luce e così via ramificando
una crescente tenebra dentro le pieghe
di ogni nuova apparizione

un continente spettrale
ancorato ad ogni corpo d’insetto profilo umano lembo
di nuvola

Immagine: Florentijin Hofman, Rubber Duck.

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).


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