John Keats, Opere

Da poco uscite le Opere di John Keats, a cura e con un saggio introduttivo di Nadia Fusini, Traduzioni di Roberto Deidier, Nadia Fusini e Viola Papetti, “I Meridiani” Mondadori, 2019. Pubblichiamo una scelta di poesie selezionate da Roberto Deidier.

Imitazione di Spenser

Lasciò l’Aurora le sue stanze a oriente
E posò il passo su una verde collina,
La cima circondò di fiamme d’ambra,
Coprì d’argento le pure correnti
Che scorrevano tra sponde di muschio
E dividevano semplici aiuole
Riversandosi in un piccolo lago,
Dove specchiavano intrecci di rami
E il cielo, sempre alto, lì nel mezzo.

Il martin pescatore gareggiava
In splendore coi colori d’un pesce;
Le pinne di seta, le scaglie d’oro
Saettavano di rosso tra le onde:
Vi scorse il cigno il biancore ricurvo
Del proprio collo ed avanzò regale;
Brillò il nero degli occhi; le zampe
Come ebano dall’Africa sott’acqua,
E sul suo dorso una fata languiva.

Ah! poter dire gli incanti di un’isola
Situata in quel lago favoloso,
Potrei insidiare il dolore di Didone,
Rubare l’aspra angoscia al vecchio Lear;
E mai fu visto un luogo così bello
Tra quanti abbagliano un occhio romantico:
Uno smeraldo nel riflesso argento
Dell’acqua; come l’azzurro lassù
Quando ride tra il cielo annuvolato.

Tutt’intorno s’immergevano folte
Rive d’erba nel vetro di quell’acqua,
Che divertita dalla compagnia
Increspava il versante fiorito;
E si provò a cogliere le lacrime
Che numerose spargeva il roseto!
Fu forse per la spinta del suo orgoglio,
Ostinato nel lanciare una gemma
Più preziosa del diadema di Flora.

*

La morte è forse sonno, e vita un sogno

I
La morte è forse sonno, e vita un sogno,
Fantasmi i miei momenti più felici?
Sono visioni le mie gioie in fuga,
E che pena il pensiero di morire.

II
L’uomo è strano, che vaga sulla terra,
E la vita è un dolore, ma non lascia
La dura strada e da solo non guarda
Al suo futuro, che non va incitato.

*

Alla Speranza

Quando sto solo presso il focolare,
Qualche cruccio mi prende e mi rattrista;
Vuoto di sogni l’occhio della mente,
Senza fiori la landa della vita;
Cara Speranza, versami il tuo balsamo
Leggero, smuovi l’argento dell’ala.

Se randagio, sorpreso dalla notte,
Dove la luna non filtra fra i rami,
Lo Sconforto mi freddasse la mente
Minacciando di fuga l’Allegria,
Mostrati con un raggio tra le foglie,
Scaccia via quel diavolo di Sconforto.

Se Delusione, madre dell’Angoscia,
La costringesse a depredarmi il cuore;
Quando, come una nuvola, è nell’aria,
Pronta a colpire la preda incosciente:
Con la tua luce scacciala, Speranza,
Come scaccia le tenebre l’aurora!

Se il destino di quelli che ho più cari
Mi dice in cuore qualche evento triste,
O Speranza, occhi di luce, solleva
Questi assilli coi più dolci conforti:
Dammi tutto lo splendore del cielo,
E smuovi quelle ali tue d’argento!

Se mi ammalasse d’amore infelice
La crudeltà dei miei o di un’amante,
Fammi credere che possa servire
Di notte a sospirare i miei sonetti!
Cara Speranza, versami il tuo balsamo
Leggero, smuovi l’argento dell’ala!

Che non veda, nei lunghi anni a venire,
Come cede l’orgoglio di noi tutti:
Ma la mia terra che preserva l’anima,
E orgoglio, libertà, libertà vera.
Riversa luce nuova dai tuoi occhi,
Coprimi con le tue ali d’argento!

E mai veda il gran lascito che ho avuto,
La pura Libertà, ma tanto misera!,
Oppressa dalle porpore di un’aula,
La testa china, pronta già a morire:
Che scorga te, dall’alto, le tue ali
Spargere argento nel pieno dei cieli!

Come quando la maestà d’una stella
Rischiara d’oro una nuvola oscura
E cade al cielo metà del suo velo:
Se il buio della mente invade l’animo,
Cara Speranza, il tuo celeste influsso
Scenda su di me, sull’ala d’argento.

*

Resta, pettirosso, resta
Sull’aria di «Julia al pettirosso dei boschi»

Resta, pettirosso, resta, e fammi
Guardare nella luce del tuo occhio;
E non sfiorare il boschetto imperlato,
Non piegare il bel capo per il volo.

Resta mentre ti dico che tu sei
Un emblema d’amore, e tu svolazzi;
Lustra con cura le piccole ali,
Intanto ti rivelo i miei pensieri.

Quando d’estate la notte rinfresca
E i soli fanno piene le giornate,
La tua voce incantesima i boccioli,
Si dischiudono tutti deliziati.

E quando gioventù occhieggia ignara
Al desiderio da pupille accese,
Note d’amore accrescono la gioia
E fanno superiore ogni piacere.

E quando si scatena la tempesta
E distrugge le campagne felici,
Si confortano i frutteti spogliati
Con la sola dolcezza del tuo canto.

Così l’amore illude con parole
Quand’è sfinito il ramo del piacere,
E va stillando un tenero sorriso
Nell’amaro del dolore e del pianto.

*

A Omero

Sopraffatto da un’enorme ignoranza,
Di te sento parlare e delle Cicladi,
Mentre sogno seduto sulla riva
Delfini tra i coralli negli abissi.
Eri cieco! – ma il velo ora è squarciato,
Per darti vita Giove ha schiuso i cieli,
Nettuno ti ripara con la schiuma,
E tutto il bosco fa cantare Pan;
Sui lidi dell’oscuro c’è la luce,
E in fondo ai precipizi l’erba è intatta;
Sboccia il giorno nel cuore della notte;
Tre volte puoi vedere tu da cieco;
Vedeva come te solo Diana,
Di terra, cielo e inferno la regina.

*

Ode a Psiche

Ascolta, dea, le sillabe stonate
Con grazia estorte da un ricordo caro:
E concedimi di dire i tuoi segreti
Nella soffice conca del tuo orecchio.
Ma certo oggi ho sognato, oppure ho visto
L’ala di Psiche ch’ero tutto sveglio?
Spensierato giravo per un bosco
E poi dalla sorpresa trasalivo!
Ho scorto due creature, fianco a fianco,
Nell’erba folta, sotto un mormorìo
Di foglie e fiori smossi, e lì scorreva
Nascosto un ruscelletto:
In quel silenzio d’occhi profumati,
Radici, gemme azzurre e argento e rosse,
Respiravano tranquille sull’erba,
Le braccia avvinte e le punte dell’ala;
La carezza del sonno già staccava
Le loro labbra prima dell’addio,
E pronte a darsi baci più di quando
L’amore insorge con il primo sguardo;
Riconoscevo lui;
Ma chi eri tu, felice colombella?
Proprio tu, la sua Psiche!

Ultima nata, quanto più adorata
D’ogni schiera scomparsa dall’Olimpo!
Più dell’astro di Febe tra zaffiri,
Più di Vespero, lucciola amorosa
Del cielo, la più bella e senza templi,
Senza un altare ricolmo di fiori;
Non hai cori di vergini che cantano
Quando la notte è fonda;
Né voci, liuti, flauti, dolce incenso
Che sparge dal turibolo oscillante;
Né celle, boschi, oracoli, il delirio
Sulle livide labbra d’un profeta.

La più splendente, giunta troppo tardi
Per voti antichi, tardi per la lira
Ingenua, quando sacro era l’incanto
Dei rami e sacri l’aria, l’acqua e il fuoco;
Ancora in questi giorni lontanissimi
Dai culti lieti, l’ala tua che s’agita
Luminosa sui resti dell’Olimpo,
Io vedo e canto, spinto dal mio sguardo.
Io ti farò da coro e canterò
Quando la notte è fonda;
Sarò voce, liuto, flauto, l’incenso
Che sparge dal turibolo;
E cella, bosco, oracolo, il delirio
Sulle livide labbra d’un profeta.

Ti farò da ministro, dentro un tempio
In terre della mente non battute,
Lieve un’ansia vi dirama pensieri
Che mormorano al vento come pini:
E più lontano, quelle chiome scure
Di balzo in balzo vestono i crinali
E zefiri, ruscelli, uccelli e api
Assopiranno le driadi sul muschio;
E nel mezzo di questa quiete vasta
Le rose d’un santuario disporrò
Tutt’intorno alle grate del mio genio,
Boccioli, campanelle e stelle ignote
E quanto può la verde Fantasia,
Che crea i fiori, e mai ricrea gli stessi:
E lì sarà per te ogni delizia
Che un pensiero segreto si conquista,
Una torcia, una finestra aperta a notte
Per il più caldo Amore!

Caporedattrice Poesia

Maria Borio è nata nel 1985 a Perugia. È dottore di ricerca in letteratura italiana contemporanea. Ha pubblicato le raccolte Vite unite ("XII Quaderno italiano di poesia contemporanea", Marcos y Marcos, 2015), L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Faloppio, 2017) e Trasparenza (Interlinea, 2019). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, 2018).