«In ognuno la traccia di ognuno». Intervista a Fabio Pusterla

“Corridoio degli arrivi, crisi, estate dura”. Cocci e Frammenti, la tua ultima silloge, apre così. Nella tua poesia c’è un’abitudine alla frantumazione e, nello stesso tempo, un’attenzione ai resti. Resti di stelle, resti di parole, resti animali e umani. Dalle terre emerse sono rimasti cocci e frammenti? Che cosa vuol rappresentare la tua poesia oggi?

Spero proprio che non siano rimasti soltanto cocci e frammenti, anche se ogni tanto posso avere la tentazione di temerlo. Il fatto è che i “Cocci e frammenti” sono solo una piccola parte del lavoro recente, successivo a “Corpo stellare” e non ancora concluso. Appartengono a quella famiglia di testi che in me registrano qualche aspetto più materico, e talvolta più greve, della realtà. Di solito, questa modalità riesce poi a dialogare con l’altra, di natura diversa e meno implicata con la materia; chissà se anche stavolta sarà possibile.

Come hai iniziato a conoscere la poesia?

Ho iniziato da ragazzo, un po’ grazie alla scuola,  ma soprattutto grazie alle poesie di Dylan Thomas, che è stato credo il primo autore che ho letto per conto mio. Accanto a lui imparavo a conoscere un pochino Leopardi, Baudelaire, Pascoli e Montale. Poi è venuto il resto, adagio adagio. Ma il punto di partenza  credo sia stato quello, insieme a qualche disavventura personale che mi ha spinto, in qualche modo misterioso, verso la poesia.

Con gli e-book e la diffusione dei testi sul web, credi che per la poesia ci possa essere uno spazio più dinamico e stimolante di diffusione e confronto?

Frequento poco il web e ancor meno gli e-book; vedo che se ne parla molto, ma ancora non mi pare di notare cose davvero nuove, spazi sostanzialmente diversi da quelli già esistenti. Ma forse sono io a non conoscere abbastanza queste nuove realtà.

Tornando ai tuoi versi, come si sono evoluti i tuoi temi e il tuo stile? Quali sono state le tue chiavi di trasformazione?

A questa domanda rispondono meglio i lettori dell’autore. A me sembra che ogni libro, o meglio ogni sezione di vita coagulata in un libro, sia una tappa, una parte di cammino. Ma in che direzione vada questo cammino, e se salga o si inabissi, come potrei dirlo?  Spero se non altro di aver saputo affinare la consapevolezza di ciò che scrivo, cioè di essere oggi un po’ più cosciente di un tempo circa ciò che le parole della poesia portano con sé, e anche circa ciò che l’atto di scrivere richiede, sul piano dell’esistenza. E spero di non aver mai o quasi mai ceduto alla tentazione di barare.

Oltre che poeta, sei traduttore, critico e professore. Quale consiglio daresti a un esordiente che ama leggere poesia e inizia a scrivere i primi versi?

Alcuni giovani leggono poesia; alcuni adulti anche.  Molti invece no; non credo sia una novità.  Però i giovani molto giovani oggi hanno almeno una scusante: apparentemente vivono in una realtà che ha eliminato la poesia dallo spettro del visibile. La scuola può aiutare, e non sempre lo fa, ma qualche volta sì. Tempo fa, nel liceo dove insegno, alcuni studenti hanno chiesto a un poeta in visita cosa potevano fare per accostarsi alla poesia. Lui ha detto di scegliere un libro, un libro importante e di immergersi in quello; io ho aggiunto che quel libro, quel libro importante, per una volta, nella vita, si poteva anche rubarlo. Giusto per dargli una valenza simbolica. Qualche tempo dopo, una studentessa mi ha detto: “l’ho fatto”. Sul momento non ho capito. Poi mi ha spiegato che l’aveva rubato davvero, il libro; e l’aveva regalato a suo padre, che non leggeva poesia.  Vuol dire qualcosa, questo aneddoto? Spero di sì. A me mette allegria. Non ho mai avuto molta simpatia per i “consigli”, e non intendo cedere adesso alla tentazione di darne. Se uno davvero ama leggere poesia e prova anche a scriverne, forse ha soltanto bisogno di forza e di pazienza; per il resto, ha già quello che conta. La forza serve a reggere il peso della scrittura; la pazienza a non farsi inghiottire dai dubbi, dalla disperazione e dall’ansia, e ad ascoltare la propria voce, se c’è. Invece, a chi scrive e basta, suggerirei di leggere, prima di tutto. E poi, se proprio è indispensabile, di provare a scrivere; e se no di leggere e basta. Leggere senza l’ambizione di scrivere mi sembra una cosa ammirevole; scrivere senza avvertire il dovere imperioso di leggere mi pare una sciocchezza, o qualcosa di peggio.

”Nel Mondo Nuovo rimarranno, cadute / principali e alberi sintattici, sperse / certezze e affermazioni, / le parentesi, gli incisi e le interiezioni: / le palafitte del domani”. Era il 1985 e scrivevi questa poesia, Parentesi, nella tua prima raccolta Concessione all’inverno. Sembra quasi una profezia. La poesia è visione?

Mi piacerebbe dire di sì, e magari aggiungere, visto che prima ho citato Dylan Thomas, che è una visione e che è una preghiera. Ma stiamo parlando di me, e allora non ce la faccio a usare parole così impegnative. Profezia, visione, preghiera… No, no; mi divertivo con le parole, e se ho sfiorato qualche significato importante tanto meglio.

Mi piacerebbe chiudere con un verso che ti sta a cuore…

La scelta sarebbe infinita. Ma siccome in queste settimane, più che mai, mi sembra di avvertire un totale scollamento tra ciò che la poesia rappresenta o dovrebbe rappresentare e il discorso “pubblico” e politico, che mi pare improntato alla più cieca rozzezza, alla violenza e alla mediocrità,  scelgo i versi conclusivi di una poesia di Primo Levi, intitolata “Agli amici”, che trovo bellissima. La leggessero i vecchi e nuovi tonitruanti: cosa capirebbero? Temo: nulla. Ecco i versi:

Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.

 

(12 aprile 2013)

12/04/2013
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Maria Zanolli
Cara Annamaria, condivido il tuo pensiero, questa riflessione di Fabio è un tesoro da tenere, per chi scrive, per chi legge, per chi vive.
15 Aprile 2013, 15:12
Annamaria Ferramosca
"Spero se non altro di aver saputo affinare la consapevolezza di ciò che scrivo, cioè di essere oggi un po’ più cosciente di un tempo circa ciò che le parole della poesia portano con sé, e anche circa ciò che l’atto di scrivere richiede, sul piano dell’esistenza. E spero di non aver mai o quasi mai ceduto alla tentazione di barare." Resto in ammirazione di questo poeta così umile e dunque umanissimo. ho letto Concessione all'inverno: una parola poetica scabra e memorabile come poche oggi. Condivido il suo pensiero, i suoi insegnamenti sul leggere poesia senza l'ambizione di scrivere. quanto preziosi ! Grazie per questa illuminante intervista, Annamaria Ferramosca
12 Aprile 2013, 16:18